Incantamenti

«I have heard the mermaids singing, each to each

I do not think they will sing to me».

(Ho sentito cantare le Sirene, l’una all’altra

Non credo che canteranno per me).

J. Alfred Prufrock, Canto d’amore

All’origine del mito, le Sirene, creature semidivine, metà donne e metà pesce — o metà uccelli, restando alla versione omerica — popolano gli incubi dei marinai nel Mediterraneo, dopo essere state punite da Demetra per non aver impedito il rapimento della figlia Persefone. I naviganti che ascoltano il suono di quelle voci, per incantamento, credono alla promessa della conoscenza assoluta. L’ascolto si risolve così in un naufragio mortale, poiché perdono il controllo della nave e finiscono contro gli scogli.

La seduzione e la persuasione sono, entrambe, forme di influenzamento, ma mentre la persuasione si attua mediante argomentazioni razionali e logiche, la seduzione insiste prevalentemente sugli aspetti che fanno parte dell’emotività e dell’affettività, utilizzando quella fascinazione che supera la semplice convinzione. Resistere significa riproporre di continuo il diritto all’autodeterminazione, cioè a decidere in autonomia della propria esistenza, al di là delle eventuali cause esterne.

La filosofa Adriana Cavarero, attualmente presidente del centro di studi Hannah Arendt, con saggezza e ironia, rilegge e promuove una storia, imprevista e inaspettata delle Sirene, le quali non intendono incantare nessuno; semmai, intonano melodie l’una all’altra, per se stesse. L’irresistibile seduzione canora, tramandata nei secoli, è solo un racconto strumentale, utile a far emergere Ulisse come l’eroe furbo e temerario.

Al contrario, il godimento vocale basta a se stesso. La prospettiva è capovolta: le Sirene che nella tradizione seducono e trattengono l’ascoltatore, nella lettura della filosofa condividono, in libertà, la voce e il canto in un discorso fra donne, a sostituire la baldanza e l’astuzia del marinaio che le incrocia.

Cavarero vince il premio per la saggistica Costa Smeralda 2026 offrendo una interpretazione inedita e sovversiva, e aprendo la via al ribaltamento di altre prospettive. Le sciagurate Pandora, Elena, Giocasta, Lisistrata, Antigone, fino a Eva, a confutare l’inferiorità naturale delle donne, a superare il modello della femme fatale. Per secoli, è convenuto attribuire la loro esclusione e sottomissione a basi biologiche. Fino alle neuroscienze: il cervello maschile è, certo, più pesante, ma in quello femminile, i neuroni sono più connessi. Le donne producono, insomma, pensieri complessi e integrati fra loro, più capaci di visioni d’insieme e di contesto.

Non superiamo sempre gli ostacoli e, talvolta, non raggiungiamo i traguardi. Per esempio, la malattia non è il nemico da sconfiggere, piuttosto, rappresenta un limite da conoscere. Resistere a oltranza esprime l’ordine psicologico: “Metticela tutta. Sforzati”. Il dovere di essere resilienti, di incassare i colpi con destrezza, di stringere i pugni come se la forza fosse infinita è un dovere che richiama patologie. Andare oltre ogni limite, se non ti diverti più, è un sintomo grave.

Oggi, rivediamo Ulisse in Rocco Schiavone, il personaggio cinico e disincantato dei romanzi di Antonio Manzini, a fare i conti con la realtà del dolore, con la realtà del male e della mancanza. Schiavone è schiacciato dal proprio copione e rimane un eroe aggressivo che sfida e si accanisce, che incassa i colpi e non molla. Quando va bene è la violenza dell’essere umano mite che rimane sempre nello stesso binario, a esprimere la stessa categoria mentale, convinto che per vivere deve fare la guerra, a se stesso, agli altri, al mondo, alla vita.

L’intelligenza di Odisseo, esaltata da Cicerone e Dante, è mortificata dalle riletture che propongono Kafka, Brecht, Blanchot, Adorno, Eliot. Questi ultimi autori si adoperano per spodestare l’uomo solo al comando. Ulisse ha la presunzione di salvare i compagni chiudendo le loro orecchie con morbida cera per godere, da solo, incatenato all’albero maestro della nave, il canto suadente e pericoloso delle Sirene.

Ma le Sirene sfuggono alla rigidità del lògos e all’inganno della furbizia, e godono della propria voce e della musica come esperienza condivisa. Il canto permane, come un’alleanza, una reciprocità che ignora lo sguardo e le aspettative di chi è solo di passaggio. Il vittorioso eroe diviene un ridicolo voyeur. Alla forza fisica e mentale, le Sirene contrappongono la potenza della voce e del coro in armonia.

E loro cantano, intonano melodie senza dover dimostrare eccelse qualità, esagerato entusiasmo, straordinaria personalità. Cantano per se stesse, non danno lezioni di vita a nessuno. Con o senza gambe non è la stessa cosa. E le Sirene lo sanno. E stanno senza combattere. Senza pretendere di affrontare tutto. Cantare, filare, tessere storie e relazioni sono azioni che non pretendono di testimoniare il sacrificio, la tenuta del ruolo, la riuscita dell’impresa. Invece che urlare contro il destino, le Sirene cantano alla vita per onorarla, così com’è, senza bisogno di reinventarla. Il dolore ci spezza e siamo libere, talvolta, di decidere di piegarci. Poi, si vedrà.

Seguendo le ipotesi di Samuel Butler (1897), il primo ad avanzare l’ipotesi che l’autrice dell’Odissea sia una donna, e di Robert Graves (1992) che richiama Nausicaa come figlia di Omero (in termini di divertimento letterario), Cavarero la butta lì, nell’ultimo capitolo, e racconta di Penelope e delle sue ancelle che cantano: «[…] e collaborano al lavoro di tessitura, rendendolo collettivo, esse cantano fra di loro, se non per loro — each to each — e insieme godono di una complessa esperienza tattile, sonora, corporea, danzante e narrativa, la cui creatività, non solo sul piano della storia della cultura, supera di gran lunga i limiti dell’ambito domestico in cui vengono confinate dai codici patriarcali».

Penelope, per più di dieci anni, con le fidate ancelle, egregiamente, riesce a farcela. E ritrovo, in questa fantasiosa odissea scritta da Penelope, lo spirito della teologa Adriana Zarri, per me fondamentale figura di riferimento, che sottolinea come la volontà di offrire una testimonianza credibile attraverso la propria esperienza esistenziale sia, in fondo, una posizione onnipotente e paranoica da risolvere:

«Poi la stessa testimonianza mi parve dimensione presuntuosa. Ciò che volevo era semplicemente vivere; e, se questa vita a qualcuno diceva qualche cosa, bene: era un fatto suo, che non mi riguardava; e meno mi riguardava, nel senso di coscienza preveduta e riflessa, meglio era per tutti… (non testimonianza ma resoconto, un termine volutamente dimesso e notarile)…».

Riferimenti bibliografici

  • Cavarero, Adriana, Il canto delle Sirene, Castelvecchi, Roma, 2025

  • Zarri, Adriana, Teologia del quotidiano, Einaudi, Torino, 2012

 

https://www.lastanzadivirginia.com/incantamenti

 

 

 

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Artisti allo specchio

Ph.: Fonte Silvia Meo

«Dal soffitto di una delle stanze espositive pendono 1200 sacchi di iuta che fino a poco prima contenevano carbone, per rovesciare e mettere in discussione anche la normale idea e il significato di cosa e dove siano l’alto e il basso o il pieno e il vuoto. L’odore è intenso… Al posto del tipico rispettoso silenzio, come sottofondo sonoro si odono folli risate da asilo psichiatrico e minacciose marce e canzonette militari tedesche».

R. Arpiani: Esposizione internazionale del surrealismo, 1938,

Marcel Duchamp, arbitro della rassegna

La scelta scomoda di una prospettiva diversa ci permette di osservare e di valutare la bellezza, riconosciuta proprio perché sfregiata e imperfetta. La bellezza è significativa quando riesce a muovere il cambiamento, è autentica nella ferita che porta con sé. Siamo pronti per iniziare un percorso di emancipazione da noi stessi.

Compagna di riflessione è Raffaella Arpiani, storica dell’arte, che indaga sugli aspetti umani di grandi artisti che hanno inventato il linguaggio delle avanguardie più spericolate. Dal 1905 al 1924 si consuma la rottura nel mondo dell’arte. La provocazione avanguardistica viola tutti i canoni estetici e ci fa dubitare che il bello sia, naturaliter, anche buono. L’azione dell’artista contemporaneo ci allontana e ci attrae, diviene lo specchio del disordine e della contraddizione che abitano ogni essere umano.

Arpiani scrive un libro indispensabile che riannoda il filo invisibile e sconosciuto ai più fra l’opera d’arte e la vita dell’autore, al dolore, alla sconfitta, alla resistenza. Come noi, gli ideatori del nuovo si sentono sbagliati, soli, inadeguati, sconfitti dalla lotta e dall’isolamento e trasferiscono il vissuto nel gesto artistico, consegnando ogni spettatore alla bellezza. A una bellezza, appunto, sfregiata.

La scrittrice sviluppa una relazione di intimità con ogni artista, presente per assenza nelle nostre vite, restituendo la persona che guarda alla relazione con se stessa e con il prossimo. Leggiamo di Edvard Munch e di Pablo Picasso, di Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Piet Mondrian, fino alla cara Hannah Höch, inventrice del fotomontaggio, tra le artiste più importanti del modernismo tedesco e unica donna a essere riconosciuta come parte del Club Dada di Berlino, uno dei rami più politici del movimento. Höch, in una sorta di danza bacchica sulle macerie della cultura borghese, realizza i suoi progetti artistici assemblando i ritagli di giornali, riviste o fotografie.

Di questa tecnica si serve per creare opere d’arte incisive con le quali critica la cultura popolare, i fallimenti della Repubblica di Weimar e i ruoli socialmente imposti alle donne. Collage, assemblage, merzbau, ready-made, esperimenti fotografici come le rayografie, tutte tecniche che capovolgono i modelli esistenti, sovvertono le gerarchie e rompono i confini con la realtà. Il movimento d’avanguardia Dada richiama la lallazione, la produzione pre-linguistica del lattante.

Con lo sguardo concavo, includente e indignato di Hannah Höch rileggo una vicenda. A Bitonto, nel paese in cui sono nata e in cui, stabilmente, vivo da qualche anno, gira un video che mostra tre ragazzi in una piazza centrale che prendono di mira un obelisco del 1731 arrampicandosi e poggiando due caschi rubati sulla testa degli ignari putti, divenuti vecchi, ipotizzo, senza divenire adulti, come i nostri prodi scalatori. A colpi di ferro, l’infanzia affronta l’infanzia. Spesso, in ogni città, tocca lo stesso destino ai manifesti celebrativi, alle mura antiche, ai monumenti storici.

L’apprendimento di ogni persona è nello smarrimento persistente, in cui si confondono la rabbia sfidante e l’ignoranza, lo scandalo e il passatempo, l’uccisione della legge del padre e l’autonomia personale. Come nell’Impero delle luci di Magritte, convivono insieme l’ombra e la luce, l’oscura incoscienza e la luminosa forma artistica. Ci scandalizziamo di come la cultura del nemico, del sospetto, del potere, del denaro, dell’astuzia, della performance, continui ad allevare i suoi figli, avvelenando l’anima e armando le mani.

Auguro alla società civile e alle istituzioni di diventare consapevoli del processo di trasformazione, doloroso e faticoso. Partorire la bellezza autentica coinvolge il corpo, il sangue, il sudore. L’essere umano, talvolta minore, dinanzi alla sanzione, più o meno definitiva, si adatta, ma non cambia, compiace, ma non pensa, obbedisce, ma non attiva la riflessione interiore.

Alla forza che distrugge e che pretende il tiro alla fune con le regole avvertite come imposizioni delle figure genitoriali, presentiamo la relazione che libera, e ci libera, anche dalla bruttezza dell’offesa. Ogni gesto odioso ha un valore, consentendo l’inizio di un confronto a più voci.

Cresciamo nella contaminazione di modelli, di visioni, di linguaggi. Diventiamo autonomi disonorando il buon gusto e lo stile familiare e paesano, mentre tutti si scandalizzano per la sfrontatezza e per la fragilità del figlio difficile e ripudiato.

Porto via a Christian Raimo un’idea utile, espressa in un altro contesto, in un articolo su La Stampa il 30 aprile scorso: «[…] ascoltare l’abusante non perché si autoassolva, ma per decostruire, interpretare il proprio gesto […] raccontare l’abuso (all’arte, ndr) dal lato di chi lo commette significa confrontarsi con il mostro allo specchio. Chi ha il coraggio di farlo, quale può essere la forma che renderebbe efficace questa scelta?»

Penso con fiducia alle iniziative dei docenti competenti che guidano alla conoscenza della storia dell’arte, nelle sue evoluzioni, partendo dal contesto: passeggiano, raccontano storie, creano sceneggiature teatrali. Il processo dinamico con l’opera d’arte prevede che i ragazzi possano interpretare le opere pittoriche, o di altro genere, attraverso il corpo, con costumi e coreografie, con installazioni e performance estemporanee. Così cambia il vissuto del prossimo e, in un processo dinamico, rinascono a nuova vita anche i quadri, i marmi, i manifesti, le musiche, le pietre.

Decidere di dare valore a ogni giovane impertinente e senza grazia è un atto politico che riapre lo spazio e il tempo dell’uguaglianza e della reciprocità. Da teppisti stupidi e insolenti ad artisti inquieti e trasgressivi.

La trasformazione della società umana accade fra lo spaesamento dell’empio che con rozzezza si impadronisce della forma artistica e dell’esteta che percepisce l’arte e la custodisce. Nel tempo minimo dei due sguardi, nello spazio enorme dei due gesti contrapposti, ritroviamo la possibilità della partecipazione comune nella visione e nella pratica di una antropologia moderna, di un senso dell’umano.

Per noi, figure genitoriali, capire non è solo assolvere o punire, è coinvolgerci e comprometterci in una relazione possibile, affinché l’oltraggio al manifesto, al monumento, al dipinto divenga occasione per creare una nuova coscienza di comunità fra prospettive e metodologie diverse di più generazioni.

La bellezza è tale perché è sfregiata, è viva solo divenendo parte dell’evoluzione umana e della crescita civile. Essa è casta, non è vergine, perché si fa contagiare e attraversare dalle relazioni. Il ricordo che richiama l’opera d’arte diventa memoria attraverso il lungo processo di autocoscienza e di scambio.

La bellezza viene sfregiata, non per dominio, con il gesto incosciente e primordiale, ma per farne parte e diventare, così, ancora più bella e significativa di una relazione collettiva rivoluzionaria. Il senso della politica è cogliere l’esperienza di crescita in ogni gruppo sociale e valorizzarne l’importanza. Oltre lo scandalo e la repressione.

All’insulto dobbiamo starci, prenderlo sul serio, farlo diventare confronto e comprenderne il senso insieme agli autori dei gesti incriminati. L’arte da contestare, l’adulto a cui opporsi servono alla dialettica che contribuisce all’evoluzione umana. La loro e la nostra. La relazione educativa prevede di governare la contestazione, la sfida al potere, la riappropriazione dei luoghi, dell’opera d’arte e delle sue forme.

Ci vuole la rabbia che diviene energia, spinta, coraggio. Lavoriamo per rinsaldare il vincolo della relazione, l’affidamento, l’autorità riconosciuta all’altra persona. Della bellezza ne godiamo assieme e ogni persona a modo proprio, o nessuno è assolto.

«Oggi vorrei ritrarre il mondo dall’occhio di una formica e domani da come lo vede la luna, forse, e poi come molte altre creature potrebbero vederlo. Sono un essere umano, ma sulla base della forza della mia immaginazione — stretta com’è — io posso fare da ponte. Mi piacerebbe fare in modo che ciò che sembra impossibile appaia possibile; mi piacerebbe aiutare le persone a sperimentare un mondo più ricco, in modo che possano sentirsi più gentili nei confronti di quello che già conosciamo».

Hannah Höch, Assembled Worlds, Zentrum Paul Klee, Bern, Belvedere, Scheidegger & Spiess, Vienna 2023, p. 139, traduzione di R. Arpiani

Riferimenti bibliografici:

  • Arpiani, Raffaella, Non ci capisco un Picasso, Feltrinelli, Milano, 2026
  • Eco, Umberto, a cura di, Storia della bellezza, Bompiani, Milano, 2004

Artisti allo specchio – La stanza di Virginia

La forza generativa della memoria storica delle Madri Costituenti

Un’opportunità per riappropriarsi della “Storia” è l’Assemblea permanente e itinerante sullo Stato Sociale, promossa tra alcune compagne di viaggio dall’assessorato ai Servizi sociali del Comune di Bitonto, come racconta il nuovo appuntamento del “Journal di una psicologa”

Il 25 giugno 1946 le ventuno Madri Costituenti varcano l’ingresso del Parlamento. E’ il risultato del primo voto a suffragio universale del 2 giugno dello stesso anno. Nel Discorso sulle donne pubblicato nel 1948 su Mercurio, la rivista che Alba de Céspedes fonda e dirige, Natalia Ginzburg scrive: “…le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo…”.

Il pozzo e la spinta del riscatto: legge dopo legge, le donne lavorano su ogni cavillo, non solo per evitare il precipizio, ma per poter rinascere dopo ogni possibile caduta. Abbiamo ancora bisogno di succo di limone, cipolla, aglio e acqua zuccherata, l’impiastro dell’inchiostro simpatico con cui, durante il confino, nel 1941, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Adele Bei stilano il Manifesto di Ventotene.

Donne aberrate, così il regime chiama gli “spregevoli esempi di genere femminile” che si ostinano a fare politica, tradendo l’unica vocazione a loro concessa, essere “giovani e feconde come le mucche e le galline… macchine riproduttive della razza” (B. Mussolini). Le piccole figlie della lupa, come mia madre, avrebbero continuato a obbedire, partorire, curare, tacere.

Alla Camera, durante i primi interventi delle onorevoli, gran parte dei colleghi maschi, seriosi, supponenti e cattedratici, si trattiene in buvette a bere un caffè, per dare un segnale chiaro a quell’inutile ciacolare di donne.

Purtroppo resta sotterraneo, quel senso di inadeguatezza che non c’entra con l’autostima, con il percorso scolastico, con l’appartenenza familiare. C’entra con l’abitudine all’uguale e con la consapevolezza di non poter trattare sullo stesso livello egemone maschile. Sino al 1946 gli uomini analfabeti, ultimato il servizio militare, possono votare, mentre le donne laureate, no. Oggi, nessuna strategia della politica pensata e agita dalle donne può contemplare l’arroganza, la vendetta, il dispetto, l’antagonismo, la rivendicazione, il disprezzo.

Attraverso l’educazione Alla persona®, interrogandoci in gruppo, rifiutiamo di adeguarci al dominio costituito e rifiutiamo di comportarci come la tradizione virile richiede. Spezzando il meccanismo della ripetizione, della coazione a ripetere, valutiamo la qualità della democrazia, pensiamo le idee e i modelli di governo, condividiamo il modo in cui immaginiamo i nostri luoghi, le istituzioni, il futuro comune.

Riprenderci la Storia con il voto, come dice Nilde Iotti, significa rifiutare l’album delle figurine delle Madri Costituenti e decidere, invece, di studiare, di capire, di perseguire l’emancipazione, la parità, l’uguaglianza, i diritti di tutti gli esseri umani. La modernità delle donne libere e pacifiche non è un attentato alla pura stirpe italica. È vivo il desiderio – talvolta, nascosto e inespresso per le condizioni sociali, psicologiche, economiche – di esercitare il diritto al voto, il diritto di fare parte della cosa pubblica. Continua il processo verso l’esistenza sociale delle donne e la conoscenza, verso l’azione, prendendo ragione, forza e argomenti dall’autorità sociale di origine femminile, dalle relazioni fra donne capaci di creare e di trasferire la propria misura del mondo.

Entrano in Parlamento nove comuniste, nove democristiane, due socialiste, una del Fronte dell’Uomo Qualunque: Adele Bei, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria Federici, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, Lina Merlin, Maria Jervolino De Unterrichter, Maria Nicotra, Teresa Noce, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.

Quattordici di loro sono laureate. In diverse hanno fatto la Resistenza. Tutte sanno cosa significa resistere per vivere. Cinque di loro entrano nella Commissione dei 75, il gruppo ristretto incaricato di scrivere materialmente la Costituzione: Maria Federici, Angela Gotelli, Nilde Iotti, Lina Merlin, Teresa Noce. Lina Merlin pretende tre parole nell’articolo 3. Teresa Mattei insiste su due parole. Nilde Iotti ripensa l’idea stessa di famiglia.

L’articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione…”. Senza distinzione di sesso, insiste Lina Merlin. I colleghi le ricordano l’ovvio, che fra tutti i cittadini sono comprese anche le donne. Lei risponde ricordando loro che i diritti dell’uomo e del cittadino nella Rivoluzione francese del 1789 restano inattuati perché “cittadino è considerato solo l’uomo con i calzoni”.

Al secondo comma dell’articolo 3, c’è scritto che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano “di fatto” la libertà e l’eguaglianza dei cittadini. Quel “di fatto” è di Teresa Mattei che insiste perché si scriva “di fatto”, sapendo bene che l’uguaglianza sulla carta è inutile, se non si manifesta nella quotidianità reale.

Nilde Iotti, una delle cinque donne nella Commissione dei 75, è la relatrice ufficiale sulla famiglia nella Prima Sottocommissione: la famiglia italiana è, purtroppo, “antidemocratica”, fondata sulla subordinazione giuridica della donna al marito. Riscrive l’impianto degli articoli 29, 30 e 31: l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, la responsabilità condivisa verso i figli, il dovere della Repubblica di sostenere le famiglie. Interviene sull’articolo 37 che fissa la parità salariale tra donne e uomini a parità di lavoro; sull’articolo 48, rispetto al voto come dovere civico per uomini e donne; sull’articolo 51, che apre alle donne ogni ufficio elettivo e pubblico.

In questi tempi regressivi e autoritari, la Repubblica, figlia della lotta di liberazione antifascista, è esposta alle pressioni degli interessi economici di pochi contro i diritti dei molti, alle ingerenze geopolitiche, alle deformazioni della propaganda becera e alle manipolazioni dell’opinione pubblica. La XIX legislatura della Repubblica Italiana ha ancora bisogno delle donne, chè studino, chè capiscano e condividano quanto e come la Repubblica possa essere democratica, pacifista, solidale, inclusiva, laica, garantista, improntata al progresso e alla giustizia sociale.

Il cambiamento dell’assetto economico, sociale e culturale del nostro Paese è lento, faticoso, ma non si è fermato mai. Tutte le innovazioni normative delle ultime legislature vanno difese, attuate e monitorate. Il dibattito riguarda ancora la violenza e la disuguaglianza, anche economica, le intersezioni fra la razza e il genere, il ripensamento del genere oltre il binarismo. Ogni trasformazione affronta battute d’arresto e resistenze. Non vogliamo calcolare né le perdite né le conquiste. Talvolta, perdiamo un diritto, ma non perdiamo la fiducia a riottenerlo, quel diritto. Non si annulla la fede nei diritti anche quando, pur con mezzi legali, vengono occasionalmente annullati, come l’accesso all’aborto (IVG), al testamento biologico (DAT), alle unioni civili…

Nell’esercizio dell’arte della resa, non ci arrendiamo, ci fermiamo per igiene mentale, ci allontaniamo per procedere, in seguito, con più grinta e decisione. Le conquiste, i cambiamenti sembrano impercettibili perché sono radicali e profondi e, per esserne consapevoli, alleniamo lo sguardo oltre la superficie.

Ripensare i cardini del nostro sistema di welfare significa studiare “un nuovo compromesso fra la crescita economica e il benessere collettivo; affermare una nuova gerarchia dei valori e di obiettivi condivisi: meno individualismo e più comunità; meno competizione e più condivisione; meno sprechi e più sobrietà; meno consumo delle risorse naturali e più salvaguardia del pianeta; meno sguardo corto sul presente e più sguardo lungo sul futuro” (Marina Sereni, eletta nel 2013 vicepresidente della Camera dei Deputati).

La deputata Angela Bottari eletta nel 1976 e prima relatrice della legge 442 che ha portato all’abrogazione del delitto d’onore e del matrimonio riparatore, ricorda che “le rivolte individuali possono riuscire oppure no. Da sole non bastano. Serve sviluppare una relazione tra donne e trovare la forza di reagire insieme. Io non avrei fatto la strada che ho fatto se non avessi avuto compagne di viaggio. Il segreto è trovare delle compagne di viaggio”.

È con questo spirito e custodendo la memoria delle donne e delle leggi che, in poche compagne di viaggio, sempre più numerose, inauguriamo una nuova iniziativa dell’assessorato ai Servizi Sociali: l’Assemblea permanente e itinerante sullo Stato Sociale (AW).

Riferimenti bibliografici

  • Serena Dandini, Paura non abbiamo, Einaudi, Torino, 2026
  • A.A.V.V., Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia, a cura della Fondazione Nilde Iotti, 2019

 

Come spegnere il fuoco sotto le pentole della rabbia

Nel nuovo appuntamento del “Journal di una psicologa” a tenere banco è l’emozione che costituisce la punta di un’iceberg, fatto di paura e tristezza. Una forza che può diventare energia trasformativa, passando dal dis‑fìeri all’in‑fìeri

Quando scegliamo di riconoscere la rabbia, di sentirla e di ancorarla alla capacità di pensare, abbiamo il privilegio di disfare il tessuto relazionale, allargandone la trama, ri-decidendo i limiti e le possibilità nelle interazioni con il prossimo. In aula di formazione, utilizziamo la parola prossimo richiamando, da un lato, la vicinanza e, dall’altro, la persona che riconosca gli altri e le altre come membri legittimi di una collettività che ha valore.

Questa riflessione nasce all’esito di due incontri di formazione, svolti a scuola (a cui seguiranno altri) e rivolti a diverse figure genitoriali che hanno deciso di partecipare.

Ampliamo il concetto della filosofa Luisa Muraro nel libro La folla nel cuore. Il contrario della rabbia è l’esercizio di protezione verso noi stessi/e e verso il prossimo. Disfare è un’azione che non cancella, non distrugge, non ignora, ma propone di ridiscutere rimanendo nella relazione, governando il conflitto e cercando insieme le soluzioni impreviste e inattese.

L’opera del disfieri è un paradosso che ci rende consapevoli del fatto che l’arte del disfare maglie non va confusa né con le operazioni del disfacimento naturale né con l’azione distruttiva dell’umana violenza. L’opera del disfieri riprenderà oltre il punto segnato, riannodando il filo interrotto. (L. Muraro)

Per le nonne, equivale a ritrovare il bandolo della matassa (acchiéuǝ la drèttǝ), dando ragione alle ragioni per cui sentiamo rabbia. Ritroviamo la via, non quella segnalata dall’uno o dall’altra contendente, ma costruendo, con fatica e convinzione, una terza, quarta, quinta opzione. Procediamo dalla forza della rabbia, dis fìeri, verso l’energia della rabbia, in fìeri. Così, andiamo diventando sani e gioiosi.

La relazione non è una figura intoccabile del mito buonista. Il sentimento sgradevole consente la rottura e la riapertura di nuovi spazi e di tempi diversi. L’arte del disfare evita la chiusura definitiva e consente di sperare nel cambiamento. Ci diamo il permesso di continuare a litigare, senza dubitare del bene fra di noi e del diritto di ciascuno a chiarire la prospettiva del proprio pensiero. In tal modo, superiamo il dualismo fra la ragione e il torto. Superiamo l’idea fissa che se una persona ha ragione, l’altra, necessariamente, deve avere torto.

Il movimento della rabbia “non ha nulla a che spartire con quello della distruzione. Quest’ultimo, infatti, conosce una fase iniziale di crescente e veloce mobilitazione fino a raggiungere un culmine cui fa seguito un calo rovinoso, una vera frana delle energie mobilitate, per il venir meno dell’oggetto mobilitante, ormai distrutto, più o meno come capitava ai barbari che, dopo aver distrutto Roma, la lasciavano, disgustati.” (L.Muraro)

Il sentimento della rabbia è forte, non è giudicabile ed è capace di trasformare, di generare il movimento verso mappe mentali più ampie. L’eccitazione crescente che caratterizza la rabbia, a livello verbale e/o motorio, può culminare in comportamenti aggressivi e distruttivi verso sé stessi, verso oggetti o altre persone. La rabbia è la parte emergente di un iceberg che custodisce, nel fondo, la paura e la tristezza.

A causa della rabbia, tre sono le pentole nelle quali finiamo a bollire. In una pentola bolliamo per la rabbia di sfida. Ci arrabbiamo perché ci sentiamo minacciati/e; è a rischio la stessa identità e, allora, manteniamo il punto, insistiamo con il tiro alla fune, vogliamo vincere per forza. E, invece, perdiamo tutti e tutte.

La seconda, è la pentola della rabbia di rancore nella quale finiamo a ruminare in continuazione. Ci sentiamo minacciati nel ruolo, nella posizione, nel potere sociale; coviamo la vendetta, decidiamo di ricordare il torto subito, di aspettare l’altro nella fragilità, per sconfiggerlo e affossarlo definitivamente. Nel frattempo, in attesa del giorno fatidico, ci avviliamo e non godiamo più per nulla.

Infine, la pentola della rabbia di frustrazione: minacciati dalla perdita di senso, dal fallimento definitivo, ci arrendiamo, miserabili, al contesto, convincendoci che no, non c’è proprio più nulla da fare. Così, diventiamo salme, ancor prima di morire davvero.

L’essere umano finisce in tutte le pentole e conosce ogni variabile della rabbia. Cammin facendo, inconsapevolmente, tende a ritrovarsi nella stessa pentola, a fare i conti con la medesima coazione a ripetere, a inciampare nella situazione sgradevole di sempre. In gruppo, partecipando più o meno attivamente, ci adoperiamo per identificare il sentimento di rabbia; per argomentare e problematizzare le situazioni nelle quali proviamo la rabbia; per capire come abbiamo agito in passato; per ri-decidere le opzioni future.

Desideriamo – e non potremmo desiderare altrimenti – rimanere umani/e, quindi, feribili e fallibili. La garanzia che offriamo a noi stessi e agli altri è di rimanere sulla strada della consapevolezza, accompagnando amorevolmente il nostro passo e la personale capacità di apprendimento e di cambiamento. La formazione serve, intanto, a capire. Ogni persona modifica il comportamento con i suoi tempi, proteggendo il processo di trasformazione personale che dura tutta la vita.

Consideriamo la partecipazione fra i genitori, i dirigenti, i docenti un atto di responsabilità collettiva, un atto politico. Gli incontri formativi continuano, anche nella funzione di supervisione. Partiamo dalle situazioni vissute, dalle esperienze patite, dalla quotidianità faticosa per offrirci, nella reciprocità, le prospettive differenti, i linguaggi adeguati per raccontare la realtà. È bello incontrare gli uomini e le donne che desiderano conoscere, dubitare, condividere. E ragionare assieme, nella differenza di ogni pensiero ed esperienza.

La guida metodologica è il piccolo libro degli Esercizi di stile dello scrittore Raymond Queneau. L’autore ci offre novantanove versioni di uno stesso episodio, novantanove scelte di linguaggi che richiamano visioni differenti.

Le parole che usiamo nelle situazioni di impasse, di rabbia, di dolore non sono vergini. La parola riporta alla psiche. Ogni espressione utilizzata rimanda a una convinzione originaria di sé stessi, della vita, degli altri. Le parole richiamano la modalità che ogni persona ha scelto per stare al mondo e per interagire nel contesto. L’attenzione al linguaggio è indispensabile perché, in fondo, le persone e le situazioni finiscono per essere proprio come le raccontiamo.

…la rabbia porge il braccio alla mitezza, / la vittima guarda beata gli occhi del carnefice, / il ribelle cammina senza rancore a fianco del tiranno. / Il calpestare l’eternità con la punta della scarpina dorata. / Lo scacciare la morale con la falda del cappello. / L’incorreggibile intento di ricominciare domani da capo. (Wisława Szymborska, La gioia di scrivere)

 

 

Proserpina smaschera la “favola bella” della natura

Nel nuovo appuntamento del “Journal di una psicologa”, Lizia Dagostino, assessora al Welfare di Bitonto, riflette sul valore politico e simbolico del film di Mariangela Barbanente, presentato nella rassegna dedicata a Marco Vacca.

Io sono Kore: la giovinezza, l’innocenza, la leggerezza.
Sono la Dea del Fiore, una stagione nella natura e nella vita di ogni donna.
Io ho conosciuto l’oscurità dell’Ade, ho assaggiato i chicchi della melagrana
ritrovando così il mio nome: Persefone, la Terribile,
Silenziosa Signora del Regno dei Morti.
Solo dopo aver varcato la soglia del buio,
traversato il mondo delle ombre, posso risalire alla luce
tenendo fra le mani la sacra melagrana,
simbolo dell’eterno ritorno

Omero

La Rassegna La favola cinematografica rende omaggio al professor Vacca, riunendo nel suo ricordo molte delle storiche realtà culturali del territorio. A Marco, uomo di luce che ho conosciuto da ragazza ai tempi dell’U.N.L.A., dedico, come dai suoi insegnamenti, la fatica gioiosa di ogni giorno di lavoro.

Il mio impegno, come un’alleanza, come una promessa, è svolgere ogni attività, nel ruolo di assessora al welfare, coniugando al contesto e alle persone il pensiero della differenza che identifica le donne con sé stesse e gli uomini con sé stessi. Non è una teoria sistematica, ma una pratica politica che genera comunità, oltre le gerarchie, modificando il modo di stare al mondo e di abitare le relazioni. Crediamo nella necessità di riconoscere la differenza come valore e non come inferiorità. L’ideologia, al contrario, è il discorso politico che non ha il contatto con la realtà. La prospettiva della differenza prende le distanze dalle interpretazioni naturalistiche tradizionali che tendono a ridurre la differenza sessuale a un fatto biologico, ignorando le sue dimensioni culturali e sociali.

Il film documentario Proserpina e le altre, della regista Mariangela Barbanente, assume un valore di necessità in un periodo in cui molti pensano di aver risolto la questione femminile riducendola a una condizione sociale, con una spruzzata di colore rosa e con l’illusione di qualche legge incompleta. L’uguaglianza formale, garantita dall’emancipazione, si accontenta di integrare individui omologati all’interno di un mondo già dato e pensato, distribuendo, in realtà, i pezzi di una torta avvelenata dal dominio strutturale.

Ascoltiamo nel film che quando la violenza è bella da vedere, si trasforma in un modello da imitare: iniziamo, dunque, con l’autocoscienza, un percorso di ri-decisione copionale. L’equazione che esistere significhi necessariamente dominare non è più adeguata. Come afferma Carla Lonzi, noi donne siamo il soggetto imprevisto e inaspettato della storia. Assumiamo il fastidio di cambiare la prospettiva, rispetto alle opere d’arte e alle situazioni quotidiane nelle quali qualunque essere umano è obbligato, per sopravvivere, alla sottomissione, al silenzio, alla riduzione di sé forzata e sottilmente manipolatoria. Più del secolo scorso, percepiamo la violenza e ci liberiamo del transfert di colpevolezza, cioè, dell’idea che sia colpa della donna che, ammaliando, fa perdere la ragione.

Nessuna di noi è così ipocrita da pensare che la parità sia un punto di arrivo nell’evoluzione relazionale e che ci vada bene così. E auguro che nessuna eviti la parola femminismo solo per la brutta desinenza in -ismo. Continuiamo, e desidero che ne siamo consapevoli, la rivoluzione disarmata antica, a liberarci dai ruoli privati e sociali ben definiti dal patriarcato: ruoli di figlia, di moglie, di madre, di lavoratrice. Sono ruoli che vanno ripensati e trasformati con sapienza e in autonomia. Costruirsi persona (Maria Teresa Romanini), con lo spirito di pellegrina e straniera (Marguerite Yourcenar) prevede la creazione di comunità itineranti, prevede di condividere un progetto di umanità. Cresciamo nella libertà di inventare mediazioni, parole e pratiche capaci di spostare altrove i rapporti in cui contano solo i soldi e il potere.

E ritorno al film di formazione di Barbanente che, attraverso l’arte, mette a nudo gli imperatori, gli uomini che, attraverso il ratto e lo stupro, continuano a presentare come universale la propria parzialità e i propri modelli scadenti e violenti. Riprendo uno studio che vado affinando nella pratica psicologica collettiva.

Il mito racconta del rapimento di Kore ad opera di Ade, dio degli inferi che, con la forza, la fece sua sposa e regina del suo regno. Demetra, la madre, per nove giorni e nove notti percorre la terra intera da est a ovest, da levante a ponente, alla ricerca della sua adorata figlia. Come misura di ritorsione decide di lasciare subito l’Olimpo. Paralizzata dall’angoscia, Demetra, dea delle messi e delle stagioni, rende la terra sterile e sfiorita. La madre, privata della sua bambina, è inflessibile e non ferma il disastro, finché Zeus non obbliga Ade a lasciare che Persefone ritorni verso la luce. Ma la fanciulla, finalmente risalita sulla terra, non può più rimanere, avendo mangiato, durante il soggiorno negli inferi, sette chicchi di melagrana offerti da Ade. Zeus, ristabilendo un ordine giusto e patriarcale, decide che la figlia trascorra un terzo del ciclo annuale nell’oscurità nebbiosa e gli altri due con sua madre.

Demetra, Kore, Persefone: oltre che nomi di donna, sono passaggi esperienziali, sono parti di sé che si svelano attraverso il lavoro di consapevolezza psicologica. Demetra, Kore, Persefone sono figure in trasformazione e non solo figure della trasformazione. Sono gli archetipi introiettati nella nostra psiche, le parti che pensiamo di noi imperdonabili, negate, respinte nel buio. Ci tocca il cammino di conoscenza per intuire ed esperire la catàbasis, la Discesa e il nostos, il Ritorno. I passaggi psichici delle donne, in libertà di creazione, risolvono la competizione e la dinamica della prestazione presenti nei modelli patriarcali.

Il termine greco kore significa virgulto, energia; non si riferisce solo a un’età storica, recupera la radice della forza vitale, dell’esserci. Arretos kore è la ragazza indicibile, senza nome: “Kore è la vita in quanto non si lascia dire, cioè definire secondo l’età, le identità sessuali e le maschere familiari e sociali.” (G. Agamben)

Per ogni persona, consideriamo l’età storica che coincide con il giorno del compleanno e, anche, l’età psicologica e culturale. La bambina-della-mamma si ritrova da sola a fare i conti con il ratto, lo stupro e l’inganno. Grida, prova a difendersi, capisce di essere vittima di una guerra sconosciuta e di una virilità arrogante e assassina. La giovane impara la prevenzione, l’intuito, la pre-occupazione di sé. Vivere Demetra significa cercare e continuare a vagare consapevoli dell’angoscia di morte, significa sentire il sentimento sgradevole e continuare a ragionare. Demetra si indigna, contratta, propone soluzioni, si separa e si avvicina, e riconosce la distanza come cifra dell’amore.

È frustrante ed è un buon momento quando la psicologia scopre che il cambiamento non si può insegnare, non si può nominare attraverso i modelli, non si può imporre perché la forza serve a rimanere, a tacere e a capire. Rimane la relazione di accompagnamento, seguendo lo psicopompo che conduce senza giudicare, che funge da ponte fra il conscio e l’inconscio. Rimangono il viaggio e il racconto, oîmos e oimē che, nell’antica poesia epica, si assomigliano. La forza della trasformazione è dentro la regina Persefone: lei apprende gli opposti, assume il conflitto, si abbandona al buio e, di conseguenza, può tornare, può rinascere.

Per Omero, Persefone, colei che porta la luce, ha il diritto a essere chiamata hagné, pura, e suggerisce la purezza come distinzione e separazione. E Roberto Calasso, mio maestro, sottolinea come “non c’è purezza che non sia accompagnata da una scia sanguinosa”. A differenza del termine katharós, hagnós è uno stato che prevede un versamento di sangue; occorre essere hagnós, puro, hagné, pura per contenere l’eccedenza, per reggere la potenza della rinascita.

La bambina-della-mamma, ormai regina degli inferi, apprende a proteggersi, a governare l’attimo prima del dopo. La purezza e l’inquinamento, rimangono categorie mentali e psichiche, non si riferiscono a condizioni reali. Nel ventre accogliamo ogni rigenerazione, di persone e di relazioni, con la pazienza nel tempo della gestazione e con la pulizia nel luogo del racconto. Se la persona chiede, il processo psicologico aiuta la trasformazione e agisce sulla contaminazione, favorendo il governo di sé e la decontaminazione dei confini dell’Io.

La divisione del mondo, dell’intero ordine cosmico è garantita dall’alternarsi della vita e della morte, delle stagioni di fioritura e delle stagioni di riposo sotterraneo, dell’assenza e della presenza, della separazione e dell’intimità. Solo attraverso i vari passaggi, più e più volte, l’essere umano Demetra, Kore, Persefone può dirsi ed essere chiamata dea Libera. Chi visita le ombre, il regno dei morti, intravede i cammini di liberazione verso le libertà possibili. I cammini che prevedono il privilegio degli inferi e l’umiltà della ciclica fioritura. Cresciamo nello sguardo di reciprocità.

Un’Immagine tratta dal “ Roman de la Rose” di Jean de Meung

Condivido, di seguito, un brano molto interessante da Il cacciatore celeste di Roberto Calasso:

Ma perché Zeus volle accordarsi con Ade? Core significa «pupilla» – e la pupilla è l’unico punto del corpo che ospita in sé il riflesso. Ma, dove c’è il riflesso, c’è anche uno sguardo che guarda se stesso. Non c’è vita, per gli uomini, senza quello sguardo. E al tempo stesso è quello sguardo a rivelare il predominio inscalfibile dell’assenza sulla presenza. 

Il guardare è l’unico processo fisiologico scindibile senza termine: in chi guarda c’è anche colui che guarda sé stesso mentre guarda. E questi può essere guardato da un ulteriore altro. Ma chi è allora il soggetto: chi guarda o colui che guarda chi guarda? Quest’ultimo si direbbe, perché ingloba chi guarda. Ma chi guarda siamo noi. Allora chi guarda lo sguardo diventa un altro rispetto a noi, che però abita in noi. Da lui noi dipendiamo.

Ma con lui non possiamo confonderci, perché nel momento in cui diventiamo quell’altro, subito si forma uno sguardo che ci guarda diventare quell’altro. Il processo può ricominciare, all’infinito. Ciò che ci governa mentre guardiamo è ciò che per sempre ci sfugge. Ma è anche ciò che per sempre ci accompagna. Noi possiamo oscurarlo, ignorarlo. Ma, se l’attenzione appena si fissa, eccolo apparire di nuovo, accoglierci, come Ade colse Core. Ma dov’è quell’essere che guarda chi guarda, quando noi non lo avvertiamo, quindi per una larga parte della nostra vita? È assente o presente? E dove? È l’assenza stessa, ma – quando appare – è una presenza che rapisce ogni altra presenza. (p.407-408)

Alcuni riferimenti bibliografici

  • Carol S. Pearson, Persefone, Astrolabio, 2017
  • Giorgio Agamben, Monica Ferrando, La ragazza indicibile, Mondadori Electa, 2010, p.12
  • Roberto Calasso, Il cacciatore celeste, Adelphi, 2016, p.56,
  • Elda Fossi, Persefone, Moretti e Vitali, 2010,
  • Carl Gustav Jung, Psicologia della figura di “Kore”, in Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia (1942), Torino, Bollati Boringhieri, 1972 (2003), pp. 149-220 e 221-48

In alto “Il ratto di Proserpina” di Bernini. Tutte le immagini sono tratte dal film documentario “Proserpina e le altre”

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Dalla cultura del controllo a quella dell’accoglienza

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una riflessione sulla neurodivergenza come variazione umana e come invito a ripensare relazioni, contesti e fragilità, in questo primo approfondimento del “Journal di una psicologa” a cura di Lizia Dagostino, assessora ai Servizi sociali a Bitonto

Nelle ultime settimane sono intervenuta in alcuni incontri, interessanti e ben organizzati, dedicati alle problematiche dell’autismo. Questa riflessione non è risolutiva e mantiene il valore di una premessa, per continuare a capire e a scegliere le azioni adeguate.

L’inclusione non è soltanto imparare a mostrarci pazienti o tolleranti. È urgente impegnarci perché ogni persona possa partecipare alla vita comunitaria al massimo dell’autonomia che le è possibile agire. Abbiamo, tutti e tutte, pari dignità e pari diritti rispetto al benessere e a una migliore qualità di vita. Riconosciamo come fondamentale il supporto di tutta la comunità: l’inclusione prevede di sostituire la cultura del controllo con la cultura dell’accoglienza e della cura. La diversità non è un’etichetta, ma una realtà complessa e dolorosa. Apprendiamo ad allargare il mondo considerato normale, in modo che la diversità divenga una possibilità dell’esistenza.

 

Propongo una riflessione d’inizio che ha bisogno di rivedere continuamente studi e ricerche, anche internazionali, sul funzionamento del cervello umano. Non possiamo continuare a leggere la diversità con strumenti mentali appartenenti a un ciclo culturale esaurito. Il cervello umano è complesso e non può essere descritto solo attraverso categorie binarie, normale/patologico, inserito/disadattato.

Mi occupo di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni e per capire condivido il testo illuminato, appena pubblicato, di Stefano Vicari Diversamente intelligenti, Feltrinelli, Milano, 2026:

In definitiva, parlare di neurodivergenza significa spostare lo sguardo e non domandarsi più “cosa non va” nella persona, ma “cosa non funziona” nell’ambiente in cui si trova. Significa progettare contesti più flessibili, giusti e accessibili, capaci di accogliere anche chi si muove “fuori dallo schema”. Solo così possiamo passare da una logica di cura centrata sul deficit a una cultura dell’inclusione fondata sul riconoscimento.

Il mondo è ancora organizzato come se esistesse una sola modalità di abitarlo; una modalità cognitiva, emotiva, relazionale e comportamentale ritenuta adeguata secondo le norme sociali, educative e culturali dominanti. Se non rientriamo nello stesso modello siamo strani, problematici, malati. La vera sfida non è adattare le persone alla società, ma adattare la società alle persone Non è una colpa e non tutti/e sappiamo abitare le situazioni e le relazioni come la maggior parte di persone. E se, allora, fossimo noi un problema, con l’incapacità di accogliere chi pensa e sente in modo differente?

 

La neurodivergenza non riguarda solo l’autismo, si applica a molti disturbi del neurosviluppo: il disturbo di attenzione con iperattività (ADHD), i disturbi dell’apprendimento (dislessia, disortografia, discalculia evolutiva), il disturbo da tic e la sindrome di Gilles de la Tourette, la disabilità intellettiva o la plusdotazione cognitiva, i disturbi del linguaggio.

La neurodivergenza è una variazione di funzionamento del cervello umano che è difficile ridurre in uno schema, in una casella. La parola spettro si riferisce, infatti, a un’ampia gamma di condizioni o di sintomi che possono variare in gravità e durata, come ad esempio lo spettro autistico. Ma quando lo spettro diventa troppo ampio, rischiamo, allargando, di perdere la specificità, il particolare. Una categoria descrittiva serve a essere riconosciuti e curati, ma è evidente che ogni diagnosi può diventare un’etichetta che ingabbia, un potere esercitato sulla persona indifesa.

Preferiamo il trucco del binocolo: l’ampiezza del panorama, da una parte, per cogliere e contenere ogni sfumatura, anche minima e, dall’altra parte del binocolo, la riduzione del campo di indagine per finalizzare meglio gli interventi di supporto e di cura. Le ricerche sulla neurodivergenza accolgono un universo di storie, di condizioni diverse di salute, fra gli equilibri e la disperazione, fra la resa come una consegna pacifica di sé alla realtà, e le lotte per i diritti. Meglio la convinzione che in ogni persona c’è una piccola percentuale di neurodivergenza che la certezza della separazione fra chi è sano e chi è malato.

Apprendiamo ad abitare la diversità dentro di noi, per prima, come una possibilità dell’esistenza. Attraverso l’informazione e la formazione continua, diveniamo solidali con la parte ignota di noi stesse/i e con la parte invisibile dell’umanità. È la diversità a essere normale.

 

La fragilità che ci cade addosso come un fastidio, non rimanda solo a un problema sanitario, ma a un necessario cambiamento psicologico ed etico. La scelta tra cinismo e rispetto, in molti casi, passa ancora da una decisione personale e professionale e non comunitaria. Il servizio adeguato non si misura soltanto sulla competenza tecnica, sulla rapidità diagnostica o sull’efficienza delle procedure. Si misura, soprattutto, dalla modalità di relazione. Ogni strada, ogni ufficio è un presidio di benessere, un presidio, anche, di civiltà. E ogni principio di civiltà chiede la intersezionalità, visto che ogni fragilità può intrecciarsi con altre fragilità, ogni quadro clinico può incrociarne un altro, accumulando le diagnosi, le complessità di intervento in contesti diversi e il dolore.

Lo sguardo che desideriamo modificare è culturale, perché, come scrive Vicari: “Non sono le persone a doversi “aggiustare” per rientrare nei parametri, ma il contesto a essere ripensato per accoglierle meglio. Adattare il contesto non significa “fare eccezioni”, ma costruire condizioni in cui ciascuno possa esprimere ciò che è, senza doversi nascondere o sforzare continuamente di “essere come gli altri”. E questo non aiuta solo chi è neurodivergente ma crea ambienti più flessibili, empatici e umani per tutti. Perché, quando impariamo ad accogliere le differenze, diventiamo una società più giusta, più ricca e, semplicemente, più vivibile”.

Certo, serve modificare le organizzazioni e richiamare le responsabilità istituzionali, ma è urgente studiare e apprendere anche a modulare la nostra voce e le  parole utilizzate, a riconoscere la paura, a evitare l’umiliazione, a proteggere la dignità propria e altrui di esseri umani. Oltre le giornate ufficialmente dedicate.

 

Spesso, le persone neurodivergenti sperimentano un disagio clinicamente rilevante, in altri casi, la neurodivergenza si esprime come differenza funzionale, non come disturbo. Le neuroscienze dello sviluppo ci stanno insegnando, infatti, che non esiste un’unica strada verso l’età adulta, e che le differenze neurocognitive non sono anomalie da correggere, ma forme alternative di funzionamento che possiamo comprendere, sostenere e valorizzare. Ritroviamo Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante (Einaudi 2012)

EDIPO / Il turchino. La casa!

Io sono il ritmo notturno della bonaccia sull’orlo della rada, sotto i recinti del forte dove la rècluta dorme, credendo nel sogno d’essere ancora in famiglia, a dormire nella stalla, vicino ai respiri della giumenta e del puledrino già cresciuto che lui stesso ha visto nascere, il passato inverno, e gli ha fatto da mammàna…

EDIPO

La pubertà! Io sono il batticuore della ragazza, che, tremante per il divieto trasgredito d’accompagnarsi al ragazzo rientrando dalla lezione alla sera sul momento del commiato clandestino davanti alla porta di casa lascia un bacio ancora freddo d’infanzia e di furto la sua bocca appena intrisa di primo amore…

31 Dicembre

La “noità” come destino nel “Journal di una psicologa”

Con la “dichiarazione d’intenti” della psicologa e assessora ai Servizi sociali del Comune di Bitonto, prende avvio una serie di approfondimenti, dedicati ai temi sociali di più scottante attualità

Nella faticosa, vagabonda e felice vita professionale, ho assunto qualunque incarico con il passo pesante, con il senso profondo del servizio e della disciplina. Ancor più, da un mese, come assessora del Comune di Bitonto ai Servizi sociali e integrazione socio-sanitaria, alla Legalità e ai Diritti civili. Ho sperimentato come la sovraesposizione e la visibilità tendono a normalizzare l’omologazione del pensiero e a neutralizzare il processo critico. I linguaggi e il linguaggio del corpo diventano sostanza e accompagnano la trasformazione culturale. Il patriarcato, consolidato in ogni persona, con le sue abitudini, obsolete e prepotenti, pare immarcescibile e contamina ogni genere, ogni età e ruolo. Diviene indispensabile l’esercizio del pensiero opposto, laterale, più che oppositivo e sfidante.

L’impegno è apprendere a fare la differenza, senza ingaggiare contese in territori noti, aprendo, invece, a nuove possibilità e a nuove pratiche di relazione. Promuovere invece di reagire, educare Alla persona®, invece di allontanare, farci attraversare, nel ragionamento e nella carne, dal disturbo di prospettive inattese e invisibili.

La rinascita è rinascita collettiva, non si riduce soltanto alla testimonianza ostinata di una sola persona. L’informazione e la formazione sono gli esercizi fondamentali della democrazia. L’agire politico a favore del benessere prevede la categoria della collettività: la forza è utile insieme alle altre e agli altri. Sono numerosi, separati e trasversali, i livelli degli interventi intorno alle persone: politico, sociale, economico, psicologico. Per scelta professionale, mantengo la luce accesa a livello psicologico.

La convinzione nel bene comune prevede la partecipazione di persone risolte psicologicamente. Voglio dire, persone che, in ordine, siano capaci di sentire i sentimenti, di attivare il pensiero, di condividere, di decidere le azioni adeguate, di rideciderle. E di goderne e festeggiare assieme. L’uguaglianza dei diritti, però, non significa che tutte le opinioni e le visioni sull’essere umano abbiano lo stesso spessore di argomentazione e lo stesso valore.

Il dialogo, l’azione formativa, la scrittura, ritenute attività marginali rispetto all’azione immediata, contribuiscono alla costruzione di un senso. È di senso, soprattutto, che abbiamo necessità. L’approfondimento apre nuove categorie, incontra diversi livelli di letture, cambia la domanda, interrompe la risposta attesa dai dispositivi e dalle logiche di mercato. L’approfondimento modifica la prospettiva del tempo, dello spazio, del linguaggio e crea territori mentali di intese alternative. La trasformazione, il cambiamento del copione personale e collettivo, sono possibili quando accogliamo l’incomprensione, la resistenza psicologica, il corto circuito fastidioso.

Manteniamo lo scarto, il conflitto, la restanza come variabili preziose, a sospettare della condivisione e dell’accettazione immediata di un pensiero. Oltre lo schieramento scontato e l’iperproduzione di contenuti, oltre le notizie bruciate frettolosamente, è possibile praticare il processo sano, dal Sentire, al Pensare, all’Agire.  Il movimento collettivo è fondamentale e coinvolge tutta la società, al fine di distrarci dalle idee fisse, dai vecchi metodi, dalla tradizione del pensiero ossessivo compulsivo che gira intorno alla riproposizione dell’uguale.

I due verbi, argomentare e problematizzare, richiamano la buona prassi di utilizzare assieme, non l’uno senza l’altro, il pensiero critico, complesso, astratto. Il ragionamento personale nel gruppo è gratuito e, al contempo, ha un valore enorme. E propone una configurazione concava e trasversale della comunità. Siamo eletti e condannati alla relazione, elette e condannate a vivere la noità e a nutrire con la pratica del noi l’identità sopravvivente dell’io.

Una postura politica che, attraverso un affinato lavoro psicologico individuale e gruppale, risolva alle origini lo schieramento dei sudditi che fanno domande e accampano pretese contro lo schieramento dei governanti che devono dare risposte e risoluzioni immediate, pena lo sbeffeggio immediato sui social. Oltre il tempo-orologio, il tempo, cioè, della partita di calcio, dell’emergenza che deve finire, del clic per l’invio del progetto, della selezione che scade, esiste il tempo-mèta, il tempo della partita a scacchi, della riflessione che può durare tutta la vita. Il lavoro invisibile e faticoso della semina consegna ogni professionista, in ogni settore, a governare la propria frustrazione: i risultati, infatti, non sono immediatamente visibili.

La diversità può diventare un sistema, come una categoria imprescindibile della stessa vita sociale. Modificare il proprio copione, con il lavoro di autocoscienza, può produrre un nuovo modo di abitare il mondo, può inaugurare una nuova società in cui abitiamo comodi tutte/i: è il lavoro oscuro di sovvertire le distorsioni cognitive, i linguaggi, i luoghi e gli spazi del dominio, trasformando la sostanza culturale.

Il pensiero politico offre la possibilità di superare proprio la distanza fra la teoria e la pratica, coniuga la realtà e il desiderio, non si accontenta di raggiungere gli obiettivi, cioè, cosa e come fare, ma costruisce un fine ultimo, il télos, si pone la domanda: che senso ha, a breve, medio, lungo termine?

È il cammino non di una persona soltanto, ma di persone consapevoli, non solo compiacenti. Altrimenti, l’altro, brutto, ignorante, cattivo, disobbediente, difettato, sta sempre dall’altra parte e possiamo tranquillamente proiettare su di lui l’angoscia di morte interiore. L’aiuto al diverso, spesso, può diventare un’altra struttura di potere culturale se i corpi, le menti, le anime fuori dagli schemi considerati normali vengono sottomessi al meccanismo di riduzione, meno spazi, meno tempo, meno presenza, meno parola, più tolleranza occasionale e ipocrita.

Gli incontri informativi e formativi, lo studio sistematico, la ricerca ampia, non si esauriscono e richiedono un nuovo stile di partecipazione, oltre la notizia e il fatto che invecchiano e bruciano velocemente. Auguriamoci buon lavoro.

Piersanti

Nutrire la rinascita

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con la sua scrittura, l’abruzzese Claudio Piersanti rimane una presenza illuminante nelle vie oscure di chi, leggendo, intraprende un viaggio. L’anno scorso, lo scrittore vince la prima edizione del Premio Maria Corti con il romanzo La finestra sul porto, la storia di resurrezione di Roberto e Maria, attraverso l’amore che i due riscoprono e nutrono, il dolore per il cambiamento e la morte di una persona cara.

Lo stile della scrittura è essenziale e rigoroso; ritrovo una pulizia e una precisione quasi chirurgica nello sguardo cinico e impietoso sulla condizione e sulla natura umana. Nelle opere di Piersanti non si incontrano personaggi indimenticabili, nè ambientazioni memorabili o passaggi a effetto: sarebbero fuori luogo perché l’autore si muove con efficacia e completamente a suo agio nel quotidiano più ordinario, nelle vite di protagoniste/i che non hanno niente di eccezionale, come nella migliore tradizione della letteratura del novecento.

Gli uomini e le donne raccontate sono persone che scelgono la solitudine come stile di vita, una scelta che non rinnegano mai e che consente loro di vivere situazioni tormentate e, nel contempo, felici. Ogni decisione e ridecisione sottende una rinuncia e una responsabilità. Roberto e Maria sanno che il nemico della rinascita autentica è l’esibizionismo e, con discrezione, coltivano i sentimenti e le scelte. Intuiscono che la resurrezione possibile prevede un sepolcro, un rifugio, un luogo segreto.

Attraversati dalla morte di Piero, intimo a entrambi i protagonisti, dinanzi alla finestra sul mare, a Roberto e a Maria accade di tomber amoureux: per loro e per noi, la salvezza è accogliere il precipizio, è accettare di abbandonarci, di tomber, di cadere nell’amore.

Riconosco all’autore la capacità di risolvere la mancata generosità che lamento negli ultimi tempi rispetto alle letture da me gelosamente custodite. In verità, patisco la mancata condivisione nelle presentazioni, nelle scritture, nei libri donati. Torno e ricomincio, convinta di raccontare, ripartendo dalla scrittura di Piersanti. Per riportarmi nella solitudine come una condizione mentale da coltivare e da difendere.

I segreti sono il nucleo esistenziale intoccabile, pericoloso, da svelare con misericordia anche a sé stesse/i. Perché il desiderio fondante di ritornare nelle dimore originarie? Perché Roberto, il protagonista del romanzo, torna quasi ogni giorno in quella casa?

Se lo chiedeva ogni tanto e si dava diverse risposte. Perché lì si riposava e si sentiva irraggiungibile… A questo serve un segreto. Riusciva a riposare perché nessuno poteva sapere dov’era e nessuno sarebbe apparso all’improvviso per fargli una sgradita sorpresa.

Riconosco il desiderio di essere irraggiungibile, lontana dalle gioie faticose, dai dispiaceri cronici, anche, libera da una socialità obbligata. Risento la voce di Piersanti, ascoltata in radio in qualche intervista, voce che scava e che arriva da lontano, dalla memoria del corpo.

L’invito è a lasciarci perdere, visto che nessuno può seguirci nei cunicoli, negli anfratti, sulle funi basculanti, nei labirinti delle devianze, a ritrovare i pezzi di ricordi, di frasi e di odori. Il segreto rimanda al romitàggio, a quel nucleo originario fragile e significante che ogni persona custodisce con pudore. Il segreto protegge, come la pelle.

Divenire ciò che siamo prevede il tradimento e, talvolta, dà dispiacere al prossimo. Ma può essere una colpa esprimere la propria essenza, seguire il dáimōn, la guida interiore?

Considero leggere e scrivere di quel che leggo come un impegno costante e non un passatempo segreto. L’autore non sa di avere una vecchia storia con me. La tristezza sistematica come sottofondo è un sentimento inaccettabile finché non mi sono incamminata, negli anni, in un percorso più lento e più riflessivo, con più spazi interiori che movimenti esterni.

Auguro a ogni persona una finestra sul mare, a riflettere come, oltre il falegname e l’idraulico del paese ci saranno ancora delle persone perbene.

In un mondo che pare condannato alla irreciprocità in cui ogni essere umano si ritrova straniero anche a sé stesso, rinnoviamo l’amore, anche attraverso il disagio necessario.

Claudio Piersanti, La finestra sul porto, Gramma Feltrinelli, Milano, 2025

Merloni

L’ironia benefica delle donne

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel 2021 avevo gradito i monologhi di Luisa Merloni durante la trasmissione Propaganda Live. Ritrovo l’autrice in un libro imperdibile per la mia formazione personale e professionale. Sono difficilmente ironica. Sarcastica sì, mi riesce. Come racconta Luisa Merloni, a me deve essere accaduto qualcosa di simile, rispetto all’umorismo sano:

Esiste un’idea più o meno consapevole, ma molto resistente, che il talento comico sia qualcosa con cui si nasce… Quando però si scopre che il bebè è femmina, questa valigetta a cui forse stiamo aggrappati già nella placenta a volte viene messa via in tutta fretta…

Come spiega Merloni, il talento del sorriso è un permesso che ogni persona può offrire a se stessa e può affinare. Non nasciamo predestinati al senso dell’umorismo. Seguendo la piacevole lettura del testo, l’apprendimento è, dunque, ciascuna per sé, l’utilizzo della battuta garbata e frizzante che invita alla risata comune, senza pesare come un macigno sulla testa dell’altra persona, riconosciuta, invece, come soggetto, inclusa e non ferita, non scotomizzata, annientata dalla battuta.

La comicità prevede la generosità dello scambio, dell’inclusione, della complicità affettuosa. Riderci su non rimanda all’atteggiamento cinico di chi non ha, ormai, nulla da perdere; semmai, sottolinea la buona predisposizione nei confronti dell’esistenza, spesso, frustrante.

La comicità è un esercizio di equilibri in costante tensione tra la conservazione dell’esistente e la spinta al cambiamento.

Ho vissuto come donna fra le azioni di sacrificio e le azioni di rivolta: fra le une e le altre, è mancata l’intelligenza della comicità. La maschera comica, infatti, offre la libertà di dire cose anche sgradevoli con leggerezza, di assumere un atteggiamento irriverente, ma non offensivo. Lazzi e battute folgoranti offrono la possibilità di trascendere l’aspetto tragico della vita, fra il dolore, l’amore e la morte.

È un pregiudizio pensare che le donne non facciano ridere e pensare che il femminismo sia l’opposto della comicità: se la prospettiva femminista può aprire letture inedite della comicità, il femminismo ha bisogno del comico per rivedere i suoi stereotipi… comiche non si nasce, lo si diventa.

La battuta significativa che smuove il potere ha a che vedere con la sapienza, è imparentata con la misericordia verso il genere umano. Riprendo la storia della servetta di Tracia che ride di Talete finito in un fosso, ricordata da Adriana Cavarero: non uno sguardo rabbioso sul perduto e perdente pensiero dell’Occidente, ma un sorriso di benevolenza per un cucciolo d’uomo, il filosofo, in continuo divenire. Allentare le difese, apre gli scenari di vita insperati, ribalta i copioni tristi e infecondi. La sfrontatezza è come il richiamo di autenticità primordiale. … l’esercizio della comicità alla lunga è anche un esercizio di lucidità politica.

Ogni persona, unica e irripetibile, è alla ricerca del proprio clown interiore, perdendo il limite del corpo individuale, definito e scontato, verso un’immagine di sé multiforme, grottesca, fantasiosa, superando il dualismo sterile fra il sacro e il profano, fra il bello e l’osceno. La sovversione del ruolo, della funzione, del genere, sono sempre marginalizzate perché la libertà, la creazione del corpo grottesco, rimanga sotto controllo del potere.

La creazione del corpo grottesco è uno dei tanti incroci tra comicità e femminismi, incroci di pensiero e pratiche cosí vicine e imprendibili. Indefinibili perché refrattarie alle definizioni. Definirsi una donna comica è ancora difficile, ma definirsi femminista lo è di piú.

Sono d’accordo con Merloni, quando scrive che talento, mestiere, genio, successo sono parole con non poche incrostazioni patriarcali… La risata è un suono che invita una comunità a riunirsi, osservarsi e trovarsi ridicoli…

Ancora Merloni: … alla soglia dei quarant’anni ho letto Carla Lonzi, Judith Butler, Rosi Braidotti, Luce Irigaray, bell hooks e poi, certo, last but not least, Simone de Beauvoir. Forse proprio perché ci sono arrivata così tardi, la lettura di quei testi mi ha fatto letteralmente saltare sulla sedia.

Da Santippe, la selvaggia e bisbetica moglie di Socrate, a Sandra Mondaini, a Franca Valeri, a Monica Vitti, ad Anna Marchesini: tutte a capovolgere e a rendere inutili e ridicole le relazioni di dominio, attraverso lo sguardo laterale, attraverso la prospettiva inaspettata. Fino a Judith Butler e Carla Lonzi, le guastafeste, malafemmine femministe. E l’intera generazione di comiche de La tv delle ragazze, Avanzi e Tunnel. E poi Totò, Massimo Troisi, con la sceneggiatrice Anna Pavignano, sua compagna, in un lavoro di autocoscienza che diviene collettiva, a svelare l’autorità e i suoi argomenti manipolativi: il clown che reagisce allo sproloquio del patriarcato.

Intuisco che ci tocca accogliere la crudeltà dell’essere umano come una possibilità, senza salvazione e senza risoluzione, per riconoscere la risata come una infantilizzazione sana. Voglio dire che espormi nella risata richiede l’accoglimento senza severità e castigo, della propria fallibilità umana. Il lavoro psicologico, insomma, ancora una volta, è sulla dissoluzione della presunta onnipotenza, attraverso le lame dell’umorismo.

Insieme, il femminismo, la comicità e la psicoanalisi, per Merloni, sono ricerche e pratiche quotidiane collegate per diluire l’angoscia di morte, il nulla del senso, il precipizio esistenziale. Il femminismo, la comicità e la psicoanalisi rappresentano l’adeguato antidoto alla perniciosa triade diopatriafamiglia.

L’aspetto ludico e comico si nutre non tanto nell’acquisire la polisemia del linguaggio e i rovesciamenti di senso, ma nella cura di una predisposizione generale a consegnarci al caso, a consegnarci a ciò che accade senza di noi. Senza la paura di perdere il privilegio della profondità e della serietà.

La comicità è uno spazio libero dove la cattiveria è un gioco che colpisce solo per mettere in discussione, per spostare una visione incancrenita, magari, non per fare male. È il luogo dove possiamo usare la cattiveria come esercizio pacifico.

Non ci sono persone elette a nascere con il senso dell’umorismo, si tratta, invece, di trovare in sé una voce comica.

Antigone ridecide, riconosce la legge e osa andare oltre la legge: È una possibilità sempre aperta per la comicità delle donne, quella di far spuntare Antigone dove meno te lo aspetti. Di travestirla davvero bene per poter dire, senza che nessuno ti fermi: il re è nudo.

Qualche giorno fa, ho apprezzato in teatro la riscrittura e la rilettura che Lella Costa propone di Lisistrata, la tragedia di Aristofane. La saggia donna ateniese decide di convocare numerose donne, sue concittadine o provenienti da altre città e, con loro, decide, con determinazione e ironia, di proclamare lo sciopero del sesso. Sagaci, intuitive, spiritose, Lisistrata, Cleonice, Mirina, Lamptò e tutto il coro, accompagnano gli amati uomini, ammalati di guerra come unica modalità esistenziale, a ripensare e a riscegliere altre possibilità di relazione per ribadire le proprie ragioni. È un lavoro straordinario di apertura di un’altra via possibile, attraverso differenti categorie mentali, differenti linguaggi, differenti canali, rispetto alla via che celebra come legittima e giusta l’uccisione del nemico. Che bella e utile e commovente è l’ironia, la sfida sorridente che ama l’altro e promuove l’apprendimento comune, la sapienza collettiva.

Ogni donna, come scrive Carla Lonzi, diviene il soggetto imprevisto e inaspettato nella storia. E se ne accorge. Infine, lo sa e agisce.

Anche nel ruolo, da qualche giorno assunto, di assessora ai Servizi sociali, alla Legalità e ai Diritti  civili, più che essere io a lasciare un segno, desidero creare occasioni e riflessioni collettive, perché le altre e gli altri esistano, vengano ascoltate/i e possano lasciare l’orma, la parola, il gesto della presenza nel contesto. Desidero dare la parola, oltre che dimostrare di saper prendere la parola. Forse, la mia Baubò sono io.

Luisa Merloni, Piccolo manuale di comicità femminista, 2026, Einaudi, Torino

La ricerca era iniziata tempo fa e continua:  https://www.liziadagostino.it/ridere/

Le filatrici

La vecchia al mercato. Decidere di starci lo stesso

 

 

 

 

 

 

 

 

Diego Velázques, Le filatrici, 1657

 

Nel testo del 1998 di Annemarie Schimmel, La mia anima è una donna, è narrata la storia di una anziana filatrice, scritta da Farid al-din ‘Attar, contemporaneo del nostro Francesco d’Assisi. Dunque, la vicenda: Yusuf, Giuseppe, il più ammirato e possente, è consegnato dai fratelli gelosi al mercato degli schiavi. La vecchia tessitrice innamorata si presenta, fra gli altri acquirenti ben dotati di risorse, con i suoi gomitoli di lana. Yusuf, infine, sarà acquistato dal potente Potifar, ministro del re faraone. La donna dei gomitoli, pur scoraggiata dal sarcasmo di molti, sapendo di non potercela fare, rimane, non si ritira, credendo in quella che l’economista e teologa svizzera Ina Praetorius, chiama, in questo secolo, la competenza dell’esserci.

L’immagine che registro è la donna dei gomitoli, in mezzo a persone facoltose e prestanti, la quale, senza antagonismo sfidante, va incontro alla prova dell’azione, con il desiderio e il senso di realtà. So che con i miei gomitoli di lana non posso partecipare. Mi metto in fila al lavoro perché è bene esserci, con le inadeguatezze e le fragilità, e senza tirarmi indietro.

Faccio parte di una generazione di donne che si intimoriscono, per pudore, del nome e del volto esposti. La filosofa Luisa Muraro esprime con chiarezza il sentimento e il pensiero: “… come non cedere sui desideri quando il confronto con la realtà sembra perdente? come far sì che l’intensità del desiderio non renda tutto finto o incredibile? come non ammalarsi?” (L.Muraro, Al mercato della felicità, Mondadori, Milano, 2009, p.7)

Riconosco la spinta del desiderio, anche quando è sproporzionato, diversa dalla spinta della presunzione, e sono convinta che possiamo incidere nel contesto dato, non dall’esterno, con il dominio e la forza, ma confidando nella giustizia sociale, oltre una società gerarchica, di disuguaglianze, sottomessa al dominio, anche quando ha sembianze femminili.

C’è una umanità che vuole ritrovarsi assieme, partendo dall’equilibrio di ogni persona fra la cultura e la biografia, commisurando gli intenti ai mezzi di cui dispone. Anche l’idea buona, talvolta, rimane una pensata, senza essere tradotta nella pratica quotidiana. L’esperienza diviene usanza, cifra distintiva della comunità, usage, exemplum, come suggerisce la mistica Marguerite Porete.

Non ho mai ceduto alla moderazione ipocrita, né alla rinuncia rassegnata; credo, con le parole di Muraro che la “quintessenza sublime di qualcosa che la vita ci chiede tutti i giorni, è saperci inadeguati e starci lo stesso” (op.cit.p.11). Capisco, spesso, di non poter competere e continuo, nella contrattazione instancabile, a cercare e a incamminarmi sapendo, a causa dei tempi, che non potrò raggiungere la mèta e scelgo, ugualmente, di avvicinarmi.

È la politica del desiderio, una forma politica sconosciuta che crea mediazioni, parole e pratiche attraverso il potere delle relazioni e non utilizzando le relazioni di potere: continuo a studiarne la visione e le metodologie. Ora più di prima, assumendo l’Assessorato ai Servizi sociali e integrazione socio-sanitaria, alla Legalità, ai Diritti civili.

Al mondo  

(Andrea Zanzotto, La Beltà, 1968)

Mondo, sii, e buono;
esisti buonamente,
fa’ che, cerca di, tendi a, dimmi tutto,
ed ecco che io ribaltavo eludevo
e ogni inclusione era fattiva
non meno che ogni esclusione;
su bravo, esisti,
non accartocciarti in te stesso in me stesso.

Io pensavo che il mondo così concepito
con questo super-cadere super-morire

il mondo così fatturato
fosse soltanto un io male sbozzolato
fossi io indigesto male fantasticante
male fantasticato mal pagato
e non tu, bello, non tu «santo» e «santificato»
un po’ più in là, da lato, da lato.

Fa’ di (ex-de-ob etc.)-sistere
e oltre tutte le preposizioni note e ignote,
abbi qualche chance,
fa’ buonamente un po’;
il congegno abbia gioco.
Su, bello, su.
Su, munchhausen.