
Con la sua scrittura, l’abruzzese Claudio Piersanti rimane una presenza illuminante nelle vie oscure di chi, leggendo, intraprende un viaggio. L’anno scorso, lo scrittore vince la prima edizione del Premio Maria Corti con il romanzo La finestra sul porto, la storia di resurrezione di Roberto e Maria, attraverso l’amore che i due riscoprono e nutrono, il dolore per il cambiamento e la morte di una persona cara.
Lo stile della scrittura è essenziale e rigoroso; ritrovo una pulizia e una precisione quasi chirurgica nello sguardo cinico e impietoso sulla condizione e sulla natura umana. Nelle opere di Piersanti non si incontrano personaggi indimenticabili, nè ambientazioni memorabili o passaggi a effetto: sarebbero fuori luogo perché l’autore si muove con efficacia e completamente a suo agio nel quotidiano più ordinario, nelle vite di protagoniste/i che non hanno niente di eccezionale, come nella migliore tradizione della letteratura del novecento.
Gli uomini e le donne raccontate sono persone che scelgono la solitudine come stile di vita, una scelta che non rinnegano mai e che consente loro di vivere situazioni tormentate e, nel contempo, felici. Ogni decisione e ridecisione sottende una rinuncia e una responsabilità. Roberto e Maria sanno che il nemico della rinascita autentica è l’esibizionismo e, con discrezione, coltivano i sentimenti e le scelte. Intuiscono che la resurrezione possibile prevede un sepolcro, un rifugio, un luogo segreto.
Attraversati dalla morte di Piero, intimo a entrambi i protagonisti, dinanzi alla finestra sul mare, a Roberto e a Maria accade di tomber amoureux: per loro e per noi, la salvezza è accogliere il precipizio, è accettare di abbandonarci, di tomber, di cadere nell’amore.
Riconosco all’autore la capacità di risolvere la mancata generosità che lamento negli ultimi tempi rispetto alle letture da me gelosamente custodite. In verità, patisco la mancata condivisione nelle presentazioni, nelle scritture, nei libri donati. Torno e ricomincio, convinta di raccontare, ripartendo dalla scrittura di Piersanti. Per riportarmi nella solitudine come una condizione mentale da coltivare e da difendere.
I segreti sono il nucleo esistenziale intoccabile, pericoloso, da svelare con misericordia anche a sé stesse/i. Perché il desiderio fondante di ritornare nelle dimore originarie? Perché Roberto, il protagonista del romanzo, torna quasi ogni giorno in quella casa?
Se lo chiedeva ogni tanto e si dava diverse risposte. Perché lì si riposava e si sentiva irraggiungibile… A questo serve un segreto. Riusciva a riposare perché nessuno poteva sapere dov’era e nessuno sarebbe apparso all’improvviso per fargli una sgradita sorpresa.
Riconosco il desiderio di essere irraggiungibile, lontana dalle gioie faticose, dai dispiaceri cronici, anche, libera da una socialità obbligata. Risento la voce di Piersanti, ascoltata in radio in qualche intervista, voce che scava e che arriva da lontano, dalla memoria del corpo.
L’invito è a lasciarci perdere, visto che nessuno può seguirci nei cunicoli, negli anfratti, sulle funi basculanti, nei labirinti delle devianze, a ritrovare i pezzi di ricordi, di frasi e di odori. Il segreto rimanda al romitàggio, a quel nucleo originario fragile e significante che ogni persona custodisce con pudore. Il segreto protegge, come la pelle.
Divenire ciò che siamo prevede il tradimento e, talvolta, dà dispiacere al prossimo. Ma può essere una colpa esprimere la propria essenza, seguire il dáimōn, la guida interiore?
Considero leggere e scrivere di quel che leggo come un impegno costante e non un passatempo segreto. L’autore non sa di avere una vecchia storia con me. La tristezza sistematica come sottofondo è un sentimento inaccettabile finché non mi sono incamminata, negli anni, in un percorso più lento e più riflessivo, con più spazi interiori che movimenti esterni.
Auguro a ogni persona una finestra sul mare, a riflettere come, oltre il falegname e l’idraulico del paese ci saranno ancora delle persone perbene.
In un mondo che pare condannato alla irreciprocità in cui ogni essere umano si ritrova straniero anche a sé stesso, rinnoviamo l’amore, anche attraverso il disagio necessario.
Claudio Piersanti, La finestra sul porto, Gramma Feltrinelli, Milano, 2025
