Leggo con convinzione i libri di Dario Voltolini, scrittore e blogger, per la sintesi lucida e spietata del dolore che rimane, della carne dei viventi che muore e dell’affezione a quella mancanza che consente di continuare a vivere.
Voltolini, autore di romanzi, radiogrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro, propone una tecnica di scrittura rigorosa, essenziale, minimale e ridotta. Le parole e lo sguardo della quotidianità per gli eventi e i sentimenti d’eccezione che si costruiscono la tana dentro l’autore e dentro chi legge.
Il vuoto interiore e la voragine del lutto sono legittimati, si cristallizzano, diventano segnali di vita, si trasformano in solchi per agevolare il cammino. Il paradosso della morte è, in fondo, il desiderio di dare senso alla memoria e al tempo che rimane.
Due romanzi brevi e senza scampo, Invernale e Il Giardino degli Aranci, come consegnare la scrittura di un uomo onesto con sè stesso che trattiene il passato per apprendere, sapendo che diventiamo adulti attraverso la relazione, diventiamo ciò che siamo attraverso l’alterità.
Il sentimento della perdita si rivela nella carne, a raschi e a pugni, e il dolore è per le parti di sé perdute nelle situazioni minime ricordate, per quello che siamo stati in un tempo che adesso appare troppo breve. Una vita di corsa, come Nino Nino che mentre andava fuori posto, andava a posto.
E il dolore per la mancanza diviene territorio fertile di comprensione di sé, di analisi melanconica non storica, ma d’infanzia psichica, come Nino Nino, a sbattere contro tutti gli spigoli del mondo.
Sull’Aventino, ecco il Parco Savello o Giardino degli Aranci, presso la chiesa romana di Santa Sabina. Dalla serratura del portone che introduce alla Villa del Priorato del Sovrano Ordine di Malta si vede la cupola di San Pietro incorniciata dalle siepi dei giardini.
Bisognerà che io vi ritorni, con una consapevolezza matura, per questa visione così diritta, come dal mirino di un fucile.



