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La vita a partire da sé. Gli intenti

Ph.Fonte Silvia Meo

 

Il progetto psicologico della scuola di educazione Alla persona® continua con un confronto di voci sull’esperienza di sé, sulla possibilità di analisi e di coscienza rispetto all’essere al mondo. Al centro è la testimonianza quotidiana, l’autobiografia, perché la chiarezza è indispensabile, con sé, con gli altri e le altre; la chiarezza su chi siamo, sulla storia che viviamo, sulle idee della vita e del mondo che desideriamo coltivare. Chi siamo diventati/e, da che parte stiamo, quali parole scegliamo, con quali persone proseguiamo il cammino? Scriviamo per offrire le ragioni ampie delle scelte che andiamo verificando, per sottolineare e per ridefinire i concetti e le proposte, mai per bacchettare.

Non cerchiamo proseliti, non persuadiamo acquirenti, non inseguiamo visibilità mediatiche. Registriamo la presenza, vicina e distante, di esseri umani che persistono su una strada di pensiero all’inferno, per capire. Un pensiero di passione e di ferite, di fatica e di studio, per ricercare le ragioni e le prospettive. Molte persone collaborano alla costruzione di una idea di relazione e di mondo.

Vivere il pensare opposto e non solo in opposizione significa dare un nome alle cose, anche liberarle dal nome che, definendo, chiude; oppure significa cambiare quel nome, allargandone i significati.

Qualche giorno fa, sono stata grata della possibilità, ricevuta in dono, di assistere allo spettacolo Iliade. Il gioco degli déi, una traduzione pop di alcuni miti omerici riscritta da Francesco Niccolini, con a drammaturgia del Quadrivio, il gruppo decennale di ricerca, formato dallo stesso Niccolini e da Roberto Aldorasi, Alessio Boni e Marcello Prayer che ne hanno curato anche la regia. Ho lasciato che mi perdessi in storie, in tempi e in luoghi sconosciuti, ritrovando poi, con chiarezza, i temi del tramonto dell’Occidente. Ho riconosciuto sulla scena, come specchiandomi, il mondo arcaico che ancora ci abita, dominato dalla forza e dal destino ineluttabile. Un mondo tenuto in ostaggio dai padroni, come dèi capricciosi, immortali e, quindi, infelicemente annoiati e vendicativi; infine, dèi smemorati, rimbambiti e incattiviti.

Siamo smarriti, dominati dalla paura, dalla ricerca insensata degli obiettivi prefissati, sottomessi al denaro e alla visibilità, ossessionati dai nemici inventati, dalle proiezioni di fantasmi interiori irrisolti. Siamo, come nell’Iliade, ancora in guerra, con noi stessi, con il prossimo, con le forze della natura, con la vita abusata proprio dall’onnipotenza pretesa.

Soprattutto, mi ha interessato il processo di decostruzione e di ricostruzione degli autori sul testo omerico. Dico, la fenomenologia della trasformazione che ho il privilegio di registrare, accanto alle persone in formazione. A teatro, la scrittura e il racconto accompagnano il processo trasformativo di ogni spettatore/trice, come una forma di analisi, un’autorivelazione. Gli attori e le attrici, dal primo all’ultimo respiro e urlo, erano stanchi/e e bravi/e.

Nel lavoro teatrale ritroviamo il senso, anche, della ricerca psicologica, della rilettura che spariglia le carte, che mostra prospettive sconosciute, che riduce in pezzi la storia di ogni essere umano e che la ritrova, in seguito all’analisi, con un senso nuovo. La vulnerabilità, tutta umana, è la forza autentica che ci consente di capire il copione iniziale e di riscegliere.

I confini non proteggono più, nei processi di grandi modificazioni, di migrazioni, di cambiamento climatico, di rivoluzione delle visioni legate alla sanità, al benessere, al lavoro. Non proteggono più le gerarchie, il potere del sesso, dei soldi, del sapere. Non proteggono più le categorie strette della forza muscolare, le difese e gli attacchi a oltranza sui social.

Anche nella psicologia avvertiamo gli strascichi di una cultura limitante, sterile e ripetitiva, trasmessa nei copioni patriarcali, trasversali ai generi. L’adorazione, l’adulazione, il culto dell’esperienza vissuta sono presentati in modo grossolano, con competenze vaghe, veloci e brevi. Il progetto è di continuare l’opera: outside e inside, fuori e dentro, il lavoro oscuro e quello luminoso, le periferie e i centri urbani, i tanti poveri e i pochi ricchi.

Il partire da sé è uno strumento di creazione della comunità familiare, sociale, aziendale, dichiarando la fiducia in una scrittura pedagogica e non didascalica. A ogni persona spetta il privilegio gioioso e faticoso della rimembranza, ricostruendo la vita e incontrando la rinascita. Come una pianta sessile, il tema relazionale è un elemento ancorato, una base che incrocia quella ambientale, economica e sociale. È un programma di pensiero e di lavoro che non prevede solo business e computer, ma predilige e facilita l’apprendimento ne las entrañas, nelle viscere, come dice Maria Zambrano. La filosofa ci ricorda come la pietà è saper trattare con il mistero dentro ciascun essere umano.

La psicologia si interessa di relazioni anche attraverso la scelta e la cura delle parole coniugate alla realtà e al vissuto personale. Il pensiero della differenza chiama politica del simbolico l’attenzione alle parole nelle interazioni, perché le parole sono politiche, di polis, e creano comunità.

Partire da sé e pensare assieme sono le pratiche politiche del femminismo delle origini che, con convinzione, assumiamo: significa pensare, creare, scambiare le storie per dire noi stesse/i e il mondo. Dalle parole che scegliamo di usare dipende la relazione e, di conseguenza, la stessa vita. Il linguaggio dei media scavalca le parole in superficie e inciampa nella visione basica di sottomissione all’algoritmo patriarcale, voluta dalla cultura virile, preoccupata di tenere tutto sotto controllo, di tracciare i territori e di rimarcare le identità di esseri razionali superiori.

Il linguaggio che usiamo è il termometro della relazione che abbiamo con la realtà. In Analisi Transazionale si dice che siamo nello Stato dell’Io Adulto. La teologa economista svizzera Ina Praetorius parla di competenza dell’esserci, riferendosi alla coscienza e alla conoscenza dell’abitare il mondo. Intorno alla scrittura avvertiamo il silenzio come il ritiro dalla prima linea e non come assenza: un pensiero più doloroso, indicibile velocemente e che solo con lentezza diviene parola scritta per le persone pioniere e apparentemente emarginate. Nel memoir, ci appassiona la gratitudine, la restituzione simbolica, il tenere assieme gli opposti disarmonici, senza inseguire la rivendicazione femminista.

Per fondare l’idea principale, il primo punto di questo nuovo lavoro, cediamo la pagina e la parola al critico e saggista Filippo La Porta; riprendo dalla premessa nel suo ultimo libro su Dante:

… Eppure il prossimo non sempre vuole essere aiutato da noi. Aspira fondamentalmente a una cosa sola: essere riconosciuto, nella sua unicità e pienezza, nel suo valore e nella sua singolarità. Desidera che gli diamo realtà, semplicemente per come è, non per come potrebbe o dovrebbe essere. A volte penso che nella pur nobile intenzione di rifare il mondo, di correggerlo e migliorarlo, da soli o con gli altri, si celi un invincibile narcisismo: il mondo alla fine risulterà (forse) migliore, ma soprattutto noi sappiamo che ciò avverrà per merito nostro! Al centro della scena insomma rimane il nostro io, infaticabile è indispensabile artefice, impegnato a praticare il bene full time. Ma siamo sicuri che l’altro desideri sempre essere trasformato da noi, e anzi che aspetti proprio noi per la sua sospirata redenzione? Proviamo allora a chiederci: e se invece l’unico vero obbligo morale fosse quello di lasciare l’altro com’è, di non interferire, di non provare – neanche per “il suo bene” – a emendarlo? E insomma di lasciarlo in pace, di non occuparci della sua felicità. Questo significa propriamente trattarlo come fine e non come mezzo.

… La scommessa etica si situa proprio qui: riuscire a stabilire una relazione simmetrica con l’altro, in cui ci sia influenza e ci si trasforma reciprocamente – come inevitabile – ma senza che questa trasformazione sia premeditata o risponda a un nostro “progetto” (più o meno esplicito). Incontrare l’altro nella sua unicità e dignità, senza pretendere di violarne il ritmo segreto, la sua incorreggibile natura, senza esercitare un potere (nemmeno quello che ci si trova ad avere casualmente), sapendo che solo ciò che cresce con il proprio ritmo è davvero reale. Il mondo umano consiste in una pluralità, e ciascuno è un microcosmo più o meno ordinato, con le sue leggi e i movimenti dei suoi pianeti (che non andrebbero mai alterati).

Filippo La Porta, Come un raggio nell’acqua, Salerno Ed., 2021

La diversità non è la giostrina facile e multicolore della sfilata televisiva. È, invece, la fatica di un conflitto che non finisce soltanto riconoscendo le ragioni, oppure dando la possibilità di parola. L’altro/a racconta una storia differente dalla mia, disturba, sconvolge, rimane inaccettabile e, ugualmente, ineludibile, necessario/a. Nessuna persona, durante gli incontri formativi, si salva dallo scandalo della diversità in sé e nel prossimo.

Il secondo punto, la seconda idea fondante, prevede l’analisi personale come base per vivere, nella visione antropologica, nelle metodologie autobiografiche e negli strumenti linguistici. Dire e scrivere la propria storia prevede una o più guide, filosofica, letteraria, psicologica; prevede la comunità e le parole nuove, non copionali. Se siamo in grado di rimanere il tempo che serve nel disordine, nel dolore e di raccontarli, possiamo salvarci dalla mancanza di senso. La filosofa Hannah Arendt invita a mantenerci aderenti alla realtà, a immergerci in essa, a guardarla vis à vis.

La terza idea su cui ci interroghiamo, riguarda la convinzione che la realtà si può apprendere e che in essa si impara a vivere: sfuggirla o crearne una fasulla e magica agevola la formazione di una struttura paranoica della personalità. Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più. (H.Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino1951)

L’acquisizione del senso della vita passa attraverso il dolore dell’affondo, dell’oscurità, del sottosuolo e della ferita. La pesantezza di cui alcune persone vengono accusate, probabilmente è l’attrazione verso la ricerca, non fatale, non voluta dal fato, non predestinata, ma scelta, anche gioiosamente, come impegno originario, come professione. Il filosofo Spinoza parla di passioni gioiose e di passioni tristi: ci interessa iniziare da queste ultime.

Del processo di trasformazione dell’essere umano ci interroghiamo sulla morte che precede ogni nascita. Riflettiamo non tanto sulla memoria degli eventi esistenziali, per intenderci, non sulla storia della propria vita, ma sulle parole scelte per leggere l’esperienza, guidati/e in due o in piccoli gruppi. Il lavoro di analisi e di rivelazione di sé è una testimonianza, non prevede l’insegnamento o la predicazione. Oltre le onde movimentate in superficie, deve esserci un’inquietudine, un tormento, un malessere di base, alle origini dell’indagine psicologica e della viandanza che guidano giù, verso il buio dei quieti abissi.

È il contrario della resilienza. In latino, resilere significa rimbalzare, ma il male e il dolore non scivolano addosso e non ci lasciano immutati; nessuno riprende, in nessun caso, la forma precedente. È il contrario dell’elaborazione e della gestione del lutto. Semmai, proprio attraverso il male e il dolore, in compagnia di essi, riconcepiamo i significati e le modalità di vita. Non si tratta di diventare più buoni, ma di cadere nel proprio dolore e restarci, a ragionare.

Ritrovarci a precipitare, a indietreggiare non è un lavoro sulla via della popolarità, facile e leggero, non è un lavoro per tutti. C’è folla in superficie, una folla che sopravvive atteggiata alla vincita, al potere, al successo.

La recita della realtà impegna molti professionisti che eccellono nella scrittura, nell’insegnamento, ma che seguono, magari inconsapevolmente, la deriva verso psicologie assortite e malamente sintetizzate.  Coltivare i pensieri più o meno chiari per me sola non basta più. A tal fine, vale la Comunità di Ricerca, come forma di assistenza al pensare condiviso.

C’è una lettera che amo più di altre di Gramsci a Tania, del 22 aprile 1929: La rosa ha preso una terribile insolazione: tutte le foglie e le parti più tenere sono bruciate e carbonizzate; ha un aspetto desolato e triste, ma caccia fuori nuovamente le gemme… A me ogni giorno viene la tentazione di tirarle un po’ per aiutarle a crescere, ma rimango incerto tra le due concezioni del mondo e dell’educazione: se essere roussoiano e lasciar fare la natura che non sbaglia mai ed è fondamentalmente buona o se essere volontarista e sforzare la natura introducendo nell’evoluzione la mano esperta dell’uomo e il principio di autorità. Finora l’incertezza non è finita e nel capo mi tenzonano le due ideologie. (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi, Torino 2014, pp.95/96)

Fra l’intuizione e la direzione, fra la natura e la cultura, avviamo ragionamenti intorno alla memoria di sé, alla riscrittura del copione e alla ricaduta politica e sociale del lavoro di autocoscienza. Con la capitalizzazione del proprio tempo, la mente dell’essere umano contemporaneo dimentica i ritmi lunghi e la concentrazione richiesti dalla analisi di sé e dalla pagina scritta. Guardare gli episodi della propria vita con una lettura ampia e plurima nel qui e ora, riscatta dalla frustrazione del vuoto, redime dalla perdizione nevrotica. Non possiamo accumulare i ricordi sui social senza ri-esisterli con le parole espresse in condivisione.

Non ti disunire è l’invito rivolto da Antonio Capuano a Fabietto, nel film di Sorrentino, È stata la mano di Dio; ma siamo umani e, talvolta, rimaniamo disuniti in noi stessi e nelle relazioni. L’intento è ritrovarci, uniti e interi, dopo la disunione naturale, disunione di crescita, in quel che raccontiamo di noi e in come lo raccontiamo.

L’opposto di ogni dipendenza, di ogni vizio, di ogni patologia mentale non è la sobrietà, è la connessione, è il collegamento alla realtà. Dinanzi al prossimo, ogni persona dice di sé a sé stessa solo  registrando e riconoscendo l’alterità, in presenza o in assenza. Ridire, rinominare segna il cammino di trasformazione. Ogni persona racconta in termini di apprendimento, di crescita, di passaggio fisiologico gli episodi che, per molti anni, hanno definito il suo errore, il fallimento, la colpa.

Contestualizziamo le scelte effettuate assumendone la responsabilità e tenendo conto di tutte le variabili sociali, economiche, culturali, casuali che concorsero al vissuto sgradevole di quella esperienza. La psicologia è formativa e, perché rimanga tale, riconosce e promuove la forza di ogni persona in cambiamento.

L’autobiografia filosofica dell’ultimo pensiero nietzschiano, può divenire il metodo di recupero delle storie personali e della storia. Il lavoro è ermeneutico, ma non è interpretativo, anche da parte di una psicologia che diviene territorio di giustizia e di forza, smettendo di strizzare l’occhio al dominio saccente. I frammenti di vita passata possono essere liberati da una narrazione differente e divenire condizione di comprensione, di perdono e di sapienza.

Scopriamo la profonda e originaria vocazione umana attraverso la consapevolezza come progetto di libertà, consegnandoci alla lettura di comunità. Rimangono lontane le parole del marketing, efficienti e senza storia, anzi, efficaci proprio perché mancanti del dolore che comporta la storia di ogni vivente. La ricerca rivela la parola che rimane, nel contesto reale.

In psicologia non credo esista l’ortodossia e, di conseguenza, lontana dalle tecniche accreditate, negli anni ho strutturato un pensiero differente, in una solitudine feconda, in una condizione pacifica. Gli interventi psicologici, spesso, rischiano l’addolcimento, il depotenziamento, la conciliazione, al fine di non turbare più di tanto il paziente, la cliente.

Negli incontri formativi, l’eccesso di prudenza non coincide con il rispetto, ma con l’effetto normalizzante, senza rischiare l’urto, nel terrore di offrire le parole forti e adeguate. La tesi che argomentiamo non prevede il raggiungimento di un benessere personale genericamente inteso, ma l’individuazione come strada da percorrere, per giungere a un progetto di vita, al progetto di sé, in presenza di altre persone. La pulsione autodistruttiva può guarire attraverso la relazione di éros.

Dunque, le scritture e le letture che ogni persona sceglie e condivide diventano un pre-testo per il lavoro di coscienza guidata di sé.

  1. Antefatto – Lizia Dagostino
Mook

La vita a partire da sè. Antefatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

 

Se è vero che la relazione con un morto è la più esigente di tutte, come renderle giustizia? Non certo provando a rammentare e a trasmettere tutti quei minuti, innumerevoli dettagli, quelle idiosincrasie e quelle ombre, quelle luci e quei gesti – quella voce che a volte mi pare di non riuscire più a percepire: no, non così… tutto questo si perderà, si sta già perdendo, affidato all’incerta memoria di pochi, anch’essi in atto di smarrirsi e confondersi. Si fa forse giustizia a una vita che non è più, solo se si comprende che ciò che di essa si perde e ciò che si salva coincidono perfettamente, che ciò che resta si perde in ciò che svanisce e ciò che va a fondo e scompare riaffiora subito dall’altra parte, confitto in un cielo eterno e stellato.

Giorgio Agamben, Amicizie, Einaudi, 2025

Negli anni ho subìto lutti che hanno, uno ad uno, in tempi diversi, modificato la mia esistenza. Ho evitato qualunque elaborazione. La convivenza con il dispiacere acuto e cronico della mancanza ha nutrito la gioia di essere viva, di studiare, di pensare e di darne conto. Non ho mai diviso la vita personale da quella professionale, non ho una versione di me pubblica e una privata. Essere tutta intera, integra e combaciante è, in parte, la ragione delle relazioni rimaste e di quelle disperse e irrecuperabili.

Utilizzo le energie fisiche, psichiche, economiche rimaste per proteggermi e accogliere chi vuole intessere con me le letture, i ragionamenti e i confronti. Per ora, decido di pubblicare sul sito e sulla pagina facebook i capitoli del terzo volume scuola di educazione Alla persona®, dal titolo La storia, guidata, di sé. È un volume che nasce orfano di padri e di madri, alla ricerca di sororità differenti, in ogni modo.

Di sororità parla, nel 1977, Elisabeth Moltmann-Wendel in Freiheit, Gleichheit, Schwesterlichkeit. Zur Emanzipation der Frau in Kirche und Gesellschaft, pubblicato nel 1979 dalla Editrice Queriniana con il titolo Libertà uguaglianza, sororità – Per l’emancipazione della donna.

La sororità prevede la relazione fra donne o fra donne e uomini nella prospettiva della differenza sessuale proposta da Luce Irigaray, così da evitare affermazioni astratte e teoriche sull’essere umano generico e neutro, in realtà, inesistente.

Nel nostro contesto storico-culturale i modelli di riferimento proposti sono prevalentemente virili. Nella lingua italiana si usa il maschile, generico e inclusivo, anche quando ci si riferisce alle donne.

Il linguaggio e il reale possono corrispondersi solo se la diversità del femminile non riferisca esclusivamente all’universo dominante maschile. La sororità, non la fraternità, indica una relazione che, a partire dallo sguardo di donna, escludendo qualsiasi esercizio di dominio, implichi il riconoscimento di autorità alla persona responsabile di accompagnare l’altra.

Con il professor Sabino Lafasciano, morto due anni fa, avevo stretto un’alleanza discordante di sororità, lenta e continua, ampia, di pensiero, di scritture e di attività formative sparse. Studiare da sola mi faceva iniziare e concludere velocemente; pensare e lavorare assieme mi portava, a passo lento, a destrutturare, a vedere più lontano e, poi, di nuovo, a ristrutturare. Sopra ogni cosa, Sabino ha testimoniato lo sfregio della bellezza.

Custodisco appunti, cartelle, registrazioni che non potranno essere organizzati come avevamo in mente. Sei anni fa, avevo deciso di pubblicare le mie esperienze di lavoro e di letture in dieci libelli e Sabino aveva accettato di scriverne, di volta in volta, qualche capitolo, l’introduzione o le conclusioni; un modo per lasciare traccia delle nostre conversazioni nell’attività di psicologa che vado ancora maturando. Ho avuto il privilegio di ascoltare un consulente filosofico di prim’ordine, svogliato e geniale, scanzonato e severo, giocoso e feroce. Non sarà più, evito i surrogati. Non cerco sostituzioni, compagnie funzionali al viaggio, editori. I posti vuoti rimangono tali.

Non dico addio, apprendo, non smetto il lutto, per nessuna persona; sfido l’oblio, come Jeong-sim nel romanzo di Han Kang. E continuo ad accendere candele in fondo al mare. A mantenere aperto il conflitto fra il dolore e la bellezza.

In fondo, ogni folle propone la sua rivoluzione contro il denaro e la produttività. Avevamo riso, intuendo e stabilendo che l’unico percorso formativo di senso sarebbe stato sulla morte. Chi mai avrebbe scelto di partecipare?

Negli ultimi anni mi manca l’audacia dei pensieri: rifletto sulle letture e taccio; scrivo e non pubblico sul sito; scopro idee e non condivido. È brutto. Le idee, certo, si presentano in contrasto con le tendenze della psicologia dogmatica focalizzata sulla soluzione, sulla scomparsa del sintomo, più che sulla relazione di connessione, di intimità.

Invito non alla gestione ma al governo di sé, e questo prevede l’esercizio della compassione e della misericordia. Insomma, prevede di trattarci da esseri umani.

Dunque, penso alla costruzione, nel tempo, di un mook, una pubblicazione online che raccolga contenuti anche collettanei. Il termine mook è una combinazione tra magazine e book, usato per la prima volta nel 1971 alla convention della Fédération Internationale de la Presse Périodique. Il mook è diventato molto popolare soprattutto in Giappone, in particolare per pubblicazioni sulla moda e sulle arti visive. Un esempio che ho apprezzato di mook è la compianta Lettera Internazionale non più in stampa, diretta da Biancamaria Bruno.

Capovolgo la logica di ogni testo pubblicato in formato cartaceo: il terzo volume della scuola di educazione Alla persona®, La storia, guidata, di sé, non avrà una fine, si andrà completando durante i mesi, le letture, gli incontri di formazione, i ragionamenti solitari e scambiati. Condivido anche il processo, la storia, nella costruzione di ogni capitolo. Le pagine seguono, una dopo l’altra, deviando, in una mappa ampia e imprevedibile di collegamenti intorno al territorio centrale: l’evoluzione della persona attraverso la lettura psicologica.

Il verbo recuperare, composto di re-, indietro, e càpere, prendere, ritorna spesso nelle mie interazioni, come una scatola in cui c’è la raccolta, il riuso, la custodia, l’accoglienza, la cura, la salvezza. Il recupero vale per le idee buone e giuste, per le stoffe belle, per i mobili e le case antiche, per alcune relazioni, per i libri cari, per le scritture abbandonate, per i vecchi film, per i ricordi. Condividere le risorse, riciclare, coltivare la diversità, sono tutti aspetti che favoriscono la creazione delle comunità.

Immagino il mook scuola di educazione Alla persona®, di colore viola, il rosso più il blu, a riprendere la parte emotiva e cognitiva, insieme, la parte spirituale e carnale dell’umano. Penso al viola in alcuni dipinti di Marc Chagall, il colore nostalgico, instabile, malinconico che richiama, certo, il lutto ma, soprattutto, la magìa, la trasformazione.

Nel mezzo di furiose tempeste di follia collettiva, possiamo creare circuiti di relazioni sane.

La psicologia di formazione compie un cammino sconnesso, erratico, non criminalizza nessuna forma di dissenso, e interviene in modo strutturale nella povertà del degrado psichico. Ogni pensiero scambiato non può che essere inconcludente, aprendo continuamente nuovi percorsi di indagine. E di capitoli inconcludenti si tratta, in modo da consegnare a chi partecipa una traccia primaria. In questo disimparare continuo, non conviviamo con il disturbo mentale, lo disturbiamo, riconoscendolo nel territorio dell’umano.

Instradare, rimanendo una guida capace di éros, può risolvere la condanna copionale della coazione a ripetere. Mi riconosco più contraria che mai allo spettacolo solitario sul palcoscenico, a parlare a una telecamera senza volti differenti davanti. Sono contraria alla irreciprocità, alle semplificazioni, alle generalizzazioni, alle pillole di due minuti. La scuola di educazione Alla persona® è un antidoto all’agguato del narcisismo. Rimango a studiare, esigente e selettiva.

In un giallo di Manzini, il vicequestore Schiavone, in dialogo con il professor Brunetti, afferma: «C’è una filosofia diretta, banale, facile, che è quella dell’uomo di strada e produce solo risultati banali e inutili. Poi c’è quella complessa, difficile, a volte incomprensibile, che spesso si richiude su sé stessa e diventa mera dissertazione sul sesso degli angeli. Poi ce n’è una terza, quella utile, viva, che agisce nella storia e nella società ma che è difficile da far comprendere perché a volte può essere brutale». Antonio Manzini, Il passato è un morto senza cadavere, Sellerio, Palermo, 2024

Ecco, il ragionamento psicologico incontra la terza modalità filosofica, quella difficile e brutale, quella che prevede la testimonianza, la pratica quotidiana, il partire da sé, l’ostinazione nel generare e mantenere le relazioni di tensione e di squilibrio.

Il senso del pudore è fondamentale nella vera amicizia

ed entrambi lo sapevamo.

Elisabetta Rasy, Perduto è questo mare, Mondadori, Milano, 2025

 

 

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In subbuglio, fra autonomia e autotomia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

Tutto vive e muore costantemente

dentro di te e con te dentro

Cristò

Ogni inquietudine è la premessa di una trasformazione. Dunque, accogliamo il subbuglio come un sintomo di creaturalità in evoluzione, un sintomo che favorisce l’aliveness, l’esperienza di sentirci vivi e reali.

Spesso, qualcuno mi racconta di non avere più la motivazione per vivere. Io continuo a preferire la parola subbuglio perché offre l’idea chiara della fatica, del disordine, dell’agitazione che spingono verso il tormento interiore dell’anima e verso i disturbi del corpo.

Per avvertire il desiderio, bisogna affondare nello sgomento della perdita, nella tristezza della mancanza. Il corpo è sincero e custodisce la memoria, è il luogo in cui generiamo la consapevolezza e ci rimettiamo nel mondo. Il subbuglio richiama una sintomatologia diffusa: il pianto senza motivo, l’aggressività, la stanchezza, la solitudine. I disturbi non rimandano soltanto a una malattia psicologica, ma segnalano una spinta di rinascita, una condizione che muove verso il cambiamento.

The problem that has no name, scriveva nel 1963 Betty Friedan: avvertiamo il problema inespresso, il problema senza nome. Attraverso la formazione personale, scopriamo che un nome, invece, ce l’ha e che richiama l’apprendimento mancato della libertà e dell’amore. Non basta calmarsi e assumere farmaci per essere normali, in un contesto sociale in cui la parola normale mantiene un pericoloso potere discriminante.

Il subbuglio è un modo per fare resistenza, per ritrovare l’élan vital, la tensione originaria, la forza esistenziale, in situazioni in cui patiamo la sottrazione, la banalizzazione, la svalutazione della nostra esistenza.

Accolgo ogni persona nell’interezza e, nutrendo la relazione, riconosco le espressioni di un pensiero del cuore e di un sentimento del pensiero. Sentiamo, pensiamo, agiamo con tutto il corpo. È indispensabile superare il binarismo fra psiche e sòma. Foucault nominava il biopotere, riferendosi alla gestione economica e biologica dei corpi. E penso, soprattutto, a noi donne, divise fra l’autodeterminazione e il controllo. Infatti, per esempio, il concepimento, l’aborto, il fine vita rimangono questioni politiche, né solo femminili, né solo psicologiche.

Il subbuglio esprime, anche, il legittimo dissenso. Riconosco la voce potente quando prendiamo in carico l’esperienza personale e l’indignazione, e quando organizziamo l’azione sociale e collettiva. Le parole disallineate con l’idea dominante non rimandano a un essere umano necessariamente comunista, agitatore e sovversivo. In questo mondo ostile, il subbuglio avverte che siamo libere di pensare, di condividere e di scegliere, e non si manifesta soltanto come un segnale di brutto carattere e di ingratitudine o, peggio, di pazzia.

Incontro persone, spesso, separate da sé, scisse, disperse in più parti. Il lavoro è ristabilire l’autonomia, l’integrità, la connessione fra le parti di sé. È pericoloso inseguire risoluzioni facili e immediate, liquidando il subbuglio interiore come un fastidioso nemico della leggerezza.

Quando registriamo la separazione dentro noi stessi è sempre a causa di un trauma. L’autotomia è la capacità di abbandonare l’interezza per evitare il dolore, per sopravvivere. Le lucertole con la coda, gli insetti con le zampe, i granchi con le chele praticano l’autotomia come strategia di difesa. Ogni essere umano può decidere di abbandonare, di perdere una parte di sé per fuggire e salvarsi. Sappiamo che, in modo diverso, in altre forme, la parte perduta, ricresce.

Con Penultime parole, Cristò Chiapparino, l’autore barese scoperto per caso, accompagna con una prosa disturbante e visionaria il mio movimento di subbuglio. Il libro è interessante e mi incuriosisce, allontanandomi dalle scritture note, dalla solita quotidianità, ormai fin troppo misurata. L’autore rompe le mie ostinazioni, in una relazione dispari. Mi fa bene lo spaesamento, l’ascolto nell’altrove ignoto e indecifrabile.

Non è un romanzo, ma una condizione dell’esserci, nel moto universale. Non ci sono i fatti, ma gli ondeggiamenti della coscienza, le ombre profonde che riconducono alla luce. Leggo di una casa costruita intorno al silenzio, di corpi affossati nella natura, di esistenze e di libri che raccontano attraverso l’ombra. Si può soggettivare il buio? Farlo diventare un interlocutore? Si possono sotterrare i libri per custodirli, quando non c’è più spazio in casa?

Leggo di due sorelle e di un fratello, in una vita essenziale e miserabile, a ritrovare le radici nella natura, come esseri umani contaminati e confusi fra gli alberi, nella cascata, attraverso il bosco, assieme ai lombrichi e ai lupi. Per tutto il tempo della narrazione, anch’io mi confondo con la terra, divento il seme per le nuove piante, il nutrimento per gli alberi. In fondo, il senso di ogni vita è marcire, è rinascere, trasformarci in essenza, è costruire il sepolcro di connessioni e di reciprocità con l’humus.

Sercinato al Fiume è un luogo onirico, inesistente e radicato nelle metafore dell’esistenza. E Cristò si rivela capace di trascendere la realtà. Dalla scrittura traspare una psiche che sceglie di divertĕre, di perdersi e di rischiare di non tornare. Il linguaggio svela un equilibrista, con il movimento nevrotico delle braccia a sostenere l’asta, senza precipitare.

Incontro un autore fuori di sé e, proprio per questo, centrato sulla realtà profonda; così, imparo l’affidamento a lui, alla sua ispirazione. Trovo pace nel non capire nulla, senza insistere nell’analisi. Una storia di pietra che nutre i cinque sensi. La lettura di Penultime parole è un’esperienza olfattiva e rischia il petricore, il profumo di pioggia sulla terra asciutta.

Il subbuglio spinge a essere parte del tutto, a confondermi nel fuoco, nell’acqua, nell’aria, nella terra, alla ricerca di una umanità assoluta e impossibile perché mortale. Il confine, fra l’umano, il vivente e il corpo abbandonato alla morte, si manifesta e viene incontro, ampliandosi, oltre la comprensione immediata. A coprirmi di vita fino a diventare suolo. La sete e la fame costringono all’azione, l’azione al sonno, il sonno alla veglia, la veglia al pensiero, alla riflessione psicologica.

Tutti quei libri sotterrati da decenni, marci, forse completamente assorbiti dal sottosuolo, come Teresa. Tutti mischiati con lei e maciullati dagli insetti, digeriti, evacuati, diluiti, mangiati dagli animali, e da me. Poi rimessi in circolo.

Le parole che rimangono sono definitive:

Il presente è una storia seduta su un ceppo ad aspettare di avere indietro il libro che non si poteva spostare, che credevamo reggesse la casa, nascosto nel cassetto in cui lei non guardava mai, salvato dalla sepoltura, messo di notte sopra un comodino, piantato a due passi dalla mia finestra, nato come abete rosso, ferito di notte e curato di giorno, ucciso, trascinato, rotolato giù dalla collina dove lei non lo poteva più vedere.

 Riferimenti bibliografici

  • Vittorio Lingiardi, Corpo, umano, Einuadi, Torino, 2024
  • Cristò, Penultime parole, Mondadori, Milano, 2025

Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante il seguente testo "IN. 5/2025- ITHMEST Autorizzaziane mbungie Trani 1/071202 del ,00 155N: 2975-1071 CORRELAZIONI TNIVERSALI Ri Rivist vis ta Letteraria di Con Confronto ronto tra Culture O B S COME SUBBUGLIO al rumore di una possibile risalita"

 

Ph.Fonte Silvia Meo

Maria Giudice, la madre

Ph.Fonte Silvia Meo

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.Fonte Silvia Meo

La riflessione è pubblicata nel N.24 de La

stanza di Virginia

Donne e visioni – La Stanza di Virginia

La cultura ammalata di paranoia, come anch’io affermo, seguendo lo psicoanalista Luigi Zoja, ha bisogno di guide, di produzioni simboliche e di ogni riflessione pubblicata sulla Rivista La stanza di Virginia.

Ho apprezzato il film Fuori del regista Martone che rievoca un breve periodo della vita di Goliarda Sapienza, l’intellettuale del Novecento, libera e anarchica, l’autrice de L’Arte della gioia, bestseller internazionale riconosciuto come capolavoro solo dopo la sua morte. E ho recuperato nella mia libreria il testo luminoso di Maria Rosa Cutrufelli sulla vita di Maria Giudice, madre di Goliarda Sapienza.

Approfondire la vita di Goliarda, conoscendo il pensiero e l’azione di sua madre, riduce la sensazione di confusione, di mescolamento e di frammentazione durante la visione del film, favorendone la ragione profonda, la cifra della narrazione: il mondo di fuori e il mondo di dentro, senza contaminazioni fra le persone, risultano, in fondo, solo grandi galere giudicanti e mortifere. Nel film, le protagoniste e gli scenari appaiono e scompaiono, si allontanano e si ritrovano, con un ritmo, paradossalmente, vivace, veloce e, allo stesso tempo, lento, profondo.

Attraverso la lettura del testo Maria Giudice e la visione del film, riusciamo in un’analisi puntuale e di senso rispetto ai cambiamenti storici di due secoli, per capire l’origine di questa nostra umanità oscura e allo sbando, socialmente e politicamente.

Il libro, oltre lo studio e la ricerca della scrittrice, prende forma attraverso le conversazioni fra nove amiche diverse di un gruppo di scrittura che, negli anni ’90, si incontrano per quattro anni, due volte al mese; fra le altre, Clara Sereni, Elena Gianini Belotti, Simona Weller, Goliarda Sapienza e, appunto, Maria Rosa Cutrufelli.

La vita da viandante di Maria Giudice trascorre fra le letture e le discussioni, fra l’azione politica e la rivolta, fra il carcere e l’amore, scegliendo unioni sempre libere. Infatti, Maria detesta il matrimonio, la sottomissione al marito, non accetta la rinuncia al dissenso e alla rivoluzione. Per lei, la patria è il mondo, la casa è la relazione di fiducia e di amore. Convive, prima, con Franco Civardi, un agricoltore anarchico vicino al socialismo e, dopo, con Peppino Sapienza, l’avvocato antifascista dei poveri, padre di Goliarda, il quale, nel ’47, diviene membro dell’Assemblea Costituente della Repubblica italiana.

Nei primi del Novecento, Maria scrive a favore delle donne e del diritto al voto, si schiera con le operaie tessili, le contadine, i disoccupati, assieme a Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Umberto Terracini, missionari del socialismo per andare verso il popolo, promuovere il dibattito pubblico, debellare l’analfabetismo. In quegli anni, l’inesistenza e l’inconsistenza educativa alimenta la concezione violenta dei rapporti sociali e familiari, vissuti fra sudditanza e dominanza.

Per Maria Giudice, la politica rappresenta una visione di mondo, un metodo di lavoro, uno strumento di giustizia sociale. Attraverso i numerosi giornali che dirige, in tempi diversi, con autorità, protesta contro la guerra: A cosa serve la patria, aveva gridato da un palco, se non offre a tutti le stesse opportunità? E a cosa serve la guerra se non a soddisfare gli interessi del capitalismo? Per la civiltà nulla, per la morte e la barbarie tutto. E chi sarà a pagare? Il proletariato. (pag.69)

Nel suo percorso esistenziale, incontra Lenin e sua moglie, Nadežda Krupskaja, Leon Trotsky, Angelica Balabanoff, esule russa inquieta che la ospita da rifugiata in Svizzera. Maria incrocia anche un giovanissimo macilento e affamato Mussolini, insopportabile, racconta, per il vittimismo, il turpiloquio e la tendenza a rivendicare solo per invidia e non per giustizia sociale, ossessionato da un senso di inferiorità che lo rende capriccioso e dispotico: ce ne accorgeremo tardi! (pag.50)

Spesso, molte donne e gli stessi uomini del partito non la accettano, non la aiutano, la relegano senza diritto di parola e di azione, pur arrivando, con il tempo e la fatica, a riconoscerle il ruolo di propagandista della dirigenza socialista, in terra siciliana. Maria Giudice capisce allora ciò che oggi non è ancora chiaro: il sesso biologico, l’essere donna, non assicura affatto il valore dell’idea e della proposta politica, le donne agiscono contro sé stesse e contro le altre. Attira antipatie e piccole vendette, accorgendosi che i maschi non possono lavorare al fallimento del loro dominio e i borghesi non possono rinunciare ai loro privilegi. Allora, invita alla lotta le compagne, dice, in nome dei nostri dolori.

Maria crede alla maternità; infatti, genera dieci figli e figlie, e crede, con lo stesso ardore, al valore della militanza politica. È una tenace sindacalista socialista quando chiede al giovane giornalista Antonio Gramsci di accudire i suoi bambini mentre dimora in prigione. Arrestata continuamente, irride il sistema, capovolgendolo e trovando l’ambiente dentro il carcere più libero e autentico di quello fuori, attraverso le relazioni, gli scambi, l’intimità non patita con le compagne di cella, vissuta, invece, come alleanza e reciprocità.

A 48 anni, Maria mette al mondo, mette nel suo mondo, Goliarda che racconta dei genitori in un’intervista del ‘94: … avendomi levato Dio, mi hanno dato l’arte, il teatro, il marxismo, il loro marxismo primario e rigoroso; non volevano combattere Dio, ma la burocrazia e le ruberie del papato…

Molti anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1953, riconosciamo come Maria sia rappresentativa di tutte le donne del Novecento e del Duemila. Costruire la memoria, fare la storia, rendere testimonianza, di sé rappresenta una gestualità politica efficace e dirompente.

Anche Goliarda eredita la forza della rivoluzione e del dissenso, butta all’aria il salotto buono di intellettuali impostati, accademici e ipocriti del suo tempo; apprende a sovvertire l’ordine delle cose, solo apparentemente naturale, sparigliando le vie, seguendo le intuizioni culturali e artistiche. È la politica delle donne.

Maria Giudice è convinta che la libertà non coincida solo con la richiesta di maggiori diritti civili. Il messaggio preannuncia il femminismo degli anni ’70, anche se per Maria le femministe puzzano di filantropia lontano un miglio: la libertà, oltre che giuridica, è politica, si raggiunge collettivamente e si misura con la relazione.

Più che mai oggi, siamo impegnati nella ricerca e nella creazione di una libertà non individualistica, non centrata sulla rivendicazione personale, bensì una libertà relazionale, basata sul riconoscimento della comunità, del diritto non individuale, ma della intera collettività. Vogliamo intendere la libertà non come astrazione, ma come un processo, come un lavoro permanente di liberazione e di resistenza.

Insistiamo anche sull’istruzione psicologica, riferendoci alla necessità di un’analisi della propria esperienza esistenziale, del contesto relazionale, delle situazioni storiche. Nutriamo la capacità di riconoscere e di distinguere le interazioni sane, anche se faticose, allontanandoci dagli inutili giochi psicologici che mortificano e intralciano il cammino verso la vita comunitaria.

Ricordando queste due donne, figlia e madre, siamo qui, a goderci il film Fuori e la recitazione convincente delle attrici, Valeria Golino, Matilda De Angelis, Elodie. Ci siamo, a resistere, a spronare ancora, a promuovere una diversa visione antropologica, a raccomandare di leggere, di pensare e di condividere. Il benessere non può limitarsi a una sopravvivenza decorosa per sé stessi, a quattro chiacchiere decenti intorno alla salute e all’alimentazione, a disquisire americaneggiando, in gruppi di lavoro che mai generano azioni del gruppo e mai diventano comunità.

Crediamoci, alla visione di giustizia sociale, all’orientamento del benessere privato che deve incontrare l’aspetto pubblico e quello politico. L’indagine interiore, la riflessione psicologica, le opzioni diverse di lettura della realtà possono facilitare la coscienza di sé, la conoscenza del passato, la trasformazione del mondo che ci appassiona.

Riferimenti:

 

 

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Il lavoro che fa ammalare

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.Fonte Silvia Meo

 

La riflessione è stata pubblicata sul numero 24 della rivista online La Stanza di Virginia:

Lavorare stanchi – La Stanza di Virginia

 

L’interdipendenza tra donne è la via
verso una libertà che permette all’Io di essere,
non allo scopo di venire usato, ma di essere creativo.
Questa è la differenza tra l’essere passivo e l’esistere attivo.
Audre Lorde

 

La riflessione sul lavoro e, in particolare, sul lavoro femminile origina dalle conversazioni nel mio studio o nelle aziende, e dalle voci che risuonano dentro, durante l’ascolto e la lettura. Questo scritto è una premessa, una sintesi rispetto alle argomentazioni ampie intorno alle categorie mentali e alle pratiche quotidiane delle attività lavorative.

Perché lavorare non ci piace più e ci fa ammalare?

Mi occupo da quarant’anni di psicologia, di relazioni nelle organizzazioni e considero come la professione, nei primi due decenni, abbia contribuito a costruire un essere umano appetibile per un mondo del lavoro sempre più competitivo e orientato alla flessibilità senza stabilità. Insomma, il lavoro psicologico è stato utilizzato come strumento di produzione, per essere all’altezza delle istanze di un mercato famelico a cui adattare i sentimenti, i pensieri e i comportamenti.

Ogni settore lavorativo ha il suo beneficio e il suo inganno. Vogliamo mantenerci vive e umane, sapendo che le trasformazioni sono in corso, silenziose e tenaci. Avvertiamo la necessità di ritrovare e di ridefinire le ragioni del lavoro nella personale esperienza esistenziale. Ridecidere le convinzioni e le modalità diviene un’azione di resistenza che può ridare senso al lavoro e alla stessa vita.

Sopravviviamo ammalandoci per guadagnare, per avere successo, per fare carriera; ci trasformiamo in giocatori d’azzardo che rilanciano quando perdono e non godono più. Viziati in un mondo di offerte in abbondanza, rimaniamo con l’angoscia di morte addosso, a cercare una ratio nelle sciagure climatiche, economiche, psicologiche. Siamo stretti nella logica binaria della giocata, del vincere o perdere, dell’idea fissa che uno solo ce la fa e che gli altri, automaticamente, sono perdenti.

Avviamo il cambiamento riconoscendo le possibilità di costruirci vincenti intorno a noi stessi e non, unicamente, a servizio del potere sociale. Il lavoro finisce per esprimere l’imposizione dell’ordine maschile normalizzato e naturalizzato dalla subcultura dell’intero contesto. Durante le conversazioni, registro il piacere morboso di oggettivarsi, di soccombere a favore dell’immortalità promessa, imprigionati in azioni ossessivo-compulsive. L’atto ripetitivo condanna l’essere umano nell’immobilità dell’eterno presente, nell’ansia costante di riuscire a piegare la realtà, nel pensiero magico di essere predestinato all’evento eccezionale e fortunoso che, però, non arriva mai.

Lavorare ci riporta, ormai, alla condizione sciagurata della schiava, dico anche per gli uomini, che cerca di riabilitare la propria esistenza, considerata poca cosa, usandola in totale devozione a favore del dominatore. Circondati come siamo dalle guerre, il lavorismo, inteso come la tensione verso la performance, appare ancora più stupido e letale: a capo chino, disposti a compiacere e a ubbidire senza discutere, a offrire il sacrificio integrale di noi a favore dell’esiguo gruppo di potenti eletti. Il mondo del business che può diventare umano è un ossimoro, è un bluff, e continuare a provarci non rende più degna la vita.

La crisi della stessa idea di lavoro è ideologica, psicologica, intellettuale, esistenziale. Non c’è nulla che riguardi una persona che non riguardi la collettività intera, non ci sono problemi personali che non coinvolgano la stessa visione imperante del lavoro. Ci tocca ripensare il catechismo manageriale dei sistemi premianti e sanzionatori, dell’empowerment, della collaboratività forzosa, del clima familiare e ipocrito.

Lo sviluppo psicologico non prevede di guardare il bicchiere mezzo pieno e di complimentarci fra simili, belli e bravi, ma chiede di guardare il buio in cui siamo precipitati, di riconoscerlo, di affondare in esso, di apprendere a leggere e a mettere in comune le letture. La logica della relazione, non la logica del potere, chiede anche il dono, lo scambio, il guadagno comune, la fiducia collettiva, la prospettiva della giustizia sociale.

Lo Stato fallisce la funzione di mediare, di supervisionare il patto sociale fra il capitale e il lavoro, e siamo sempre più perduti in rapporti disorganizzati e di dominio. A molte persone non resta che soccombere all’interno dell’azienda, sotto il peso delle leggi imposte dalla struttura oppure soccombere uscendo dal sistema e morendo di fame.

L’Italia è ultima per l’occupazione femminile, e il dato rimane costante e strutturale. Il sistema colpevolizza chi si ammala a causa del lavoro, giudicando quella persona come fragile, incapace di superare, in tempi brevi, lo stress, l’esaurimento nervoso, la depressione. Evidenzio gli atteggiamenti accidiosi, il disimpegno e la disaffezione, le oppressioni e le fissazioni che nutrono i sintomi del burnout.

I lavoratori e le lavoratrici, per fortuna, non ce la fanno più a mantenere la mentalità multitasking, sempre sul pezzo, a eseguire più compiti contemporaneamente, a correre fra la casa e l’azienda: la vita trascorre, senza desiderio, senza godimento di alcun tempo e di alcuno spazio per sè. Durante gli incontri, chiedo cosa hanno nella cassetta del pronto soccorso per riprendere l’energia e la risposta è nel respiro di sconforto spezzato a metà.

Ipotizzo sia possibile utilizzare i sentimenti sgradevoli e i sintomi come energia per parlare, per condividere, per incidere a livello strutturale e prioritario, evitando l’isolamento, reale patologia nella società odierna. Non è più il lavoro a dare l’identità, a rivelare chi siamo e cosa valiamo. Ci tocca trovare nelle ombre di noi stessi le vie per la realizzazione personale.  Un lavoro qualunque può servire a pagare le bollette, non è obbligatorio che ci renda gioiosi e soddisfatti.

I sistemi aziendali prostitutivi tendono a rendere docili i dipendenti. Penso ai lavoratori del clic, anonimi, sottopagati, fragili, ricattati dall’efficienza. Non è vero che chiunque può diventare ciò che vuole, se si sforza con volontà e se si impegna ad assomigliare al modello performante. I sintomi manifestati  – la frustrazione, la tristezza, l’ansia –  non sono una casualità e segnalano l’orientamento culturale basato sul profitto di pochi, a depredare le anime.

Il lavoro che pensavamo fosse un concetto universale si è rivelato come il prodotto del pensiero unico maschile, etero, bianco e coloniale. Il mondo cannibalizzato e reso inumano deve essere un problema anche per le persone che si ritengono vincenti, riuscite, appagate perché le conseguenze impattano anche con la loro vita e non la rendono un posto armonioso. Quindi ripensare la logica e le pratiche del lavoro richiama la responsabilità e la forza di tutti.

Conveniamo che una persona è disoccupata quando non ha un lavoro, ma si impegna attivamente a cercarlo. È, invece, inattiva quando non ha un lavoro e smette di cercarlo, perché avvilita, depressa, scoraggiata. Mantenere il lavoro né sicuro né tutelato è la forma di dominio più diffusa che alimenta la paura. A questo punto della nostra storia, è fondamentale legare la giustizia ambientale con la giustizia sociale, analizzare le questioni ambientali con le ragioni dei viventi, le disuguaglianze, le ricadute sociali, politiche, economiche.

Purtroppo, abbiamo smesso di realizzare le politiche pubbliche che garantiscono da Costituzione il patto sociale rispetto ai diritti, alla parità, all’accesso ai servizi. L’umanità inumana è intossicata dalle narrazioni che costruiscono i nemici, le guerre, le esclusioni e che devastano il tessuto sociale e comunitario. Dunque, lo scenario di frammentazione del lavoro diviene il segnale di precarietà di ogni singola esistenza. E i modi di pensare differenti girano quasi in clandestinità, per non rischiare di uscire dal cerchio immaginario dei possibili salvati.

Quitters sono le donne che rinunciano e si dimettono da lavoratrici in contesti lavorativi infelici, vessatori, abusanti. La scelta di mantenere la qualità della salute fisica e psichica, spesso, comporta l’allontanamento volontario dall’attività lavorativa.

Il termine quiet quitting si riferisce alle dimissioni silenziose: il dipendente non si dimette ufficialmente dal proprio ruolo, ma riduce volontariamente il proprio impegno lavorativo al minimo necessario. Il lavoratore è demotivato: anche senza alternative sicure e piani B, non è più indissolubilmente legato al lavoro e continua a svolgere le attività essenziali previste dal contratto senza investire ulteriore energia o tempo in compiti non strettamente obbligatori. Capisce che lavorare non conviene, calcolando i costi e i benefici, e giudica falsa la possibilità, lavorando su di sé con la psicologa, di valorizzare il fallimento per ricominciare altrove – dove, poi?

La vita passa; il cambiamento e l’innovazione appaiono le cause dell’esaurimento nervoso, non le soluzioni. Nella concezione pugilistica della vita lavorativa, paradossalmente, odiamo il lavoro, ma non possiamo vivere senza di esso e così finiamo per risultare insopportabili a noi stessi. La prospettiva psicologica può essere utile a sviluppare la capacità di pensarci al di là del problema economico.

Il lavoro di liberazione, anche dalla sintomatologia, è doloroso, lungo, e lo stato di malessere permane manifestando la colpa, l’impotenza, l’insensatezza della scelta iniziale del lavoro, pure fatta con passione e convinzione. È indispensabile imparare a valutare la dimensione spirituale e psichica del lavoro, oltre quella economica e scientifica.

Invocare la working class, spesso, non significa affatto incrociare la classe, il genere, la razza; la conseguenza è l’astrazione, la generalizzazione, senza l’incontro, senza fare i conti con le persone e con le loro storie. La mobilità economica si esprime verso il basso, non verso l’altro e, così, andiamo verso la divisione netta fra la super-élite e la sottoclasse di miserabili. È difficile parlare dei diritti delle persone perché il segmento demografico più a destra, il maschio bianco, intende i diritti umani come un lusso, alimentando il risentimento, la rivendicazione, l’odio.

Abbiamo capito di essere immersi in un sistema sociale gerarchico basato sulla competizione, sul successo, sul dominio del denaro. L’ossessione per la valutazione, per l’autostima, per il benessere è sempre proposta rispetto a una scienza economica monolitica e compatta, la quale prevede l’interesse personale come il fine assoluto di ogni azione. L’espressione autentica di sé è considerata antieconomica.

Attraverso il lavoro psicologico, ogni persona può assomigliare, semplicemente, a sé stessa, al proprio nucleo esistenziale. Siamo eccedenti rispetto al riduzionismo economicistico e ci ammaliamo se veniamo ridotti alla razionalità mercantile, in un approccio sempre difensivo e pessimistico. Molti esseri umani sono tenuti in ostaggio da promesse seduttive e investono l’intelletto, il cuore, la salute, il tempo aspettando le gratifiche, le promozioni, i riconoscimenti che non arrivano mai.

Decidere di fare causa comune con le altre persone consente al vecchio patriarca giovanilista, almeno, di non vincere a mani basse. L’alleanza relazionale è potente e autorevole. La vita aziendale può essere riparata e reindirizzata verso una visione e una pratica di sostenibilità psicologica e spirituale. Nelle analisi dell’organizzazione il rigore matematico e analitico si affianca alla considerazione degli aspetti antropologici che diventano la chiave interpretativa della trasformazione.

Il lavoro come una conquista civile, oltre ogni retorica e propaganda, insegna la libertà di ogni essere umano nella solidarietà, la possibilità di scelta, convinti come siamo che la povertà, l’esclusione, la devianza, la marginalità non sono mai scelte volontarie.

Possiamo avviare un ripensamento radicale, possiamo creare aziende non sottomesse alle leggi capitalistiche e alla mercificazione delle persone. Il posto di lavoro è un luogo di relazioni sociali e non solo strumentali e mercantili, in cui potersi fidare e affidare, in cui è possibile far circolare le esperienze e i saperi, in cui affinare i talenti e seguire le intuizioni. Oltre l’ortodossia dell’aspetto economico, è nelle periferie della ricerca psicologica, la nuova possibilità di vita frammentata, certo, ma plurale.

La proposta può essere non quella illusoria di cambiare il mondo, ma di costruire una realtà differente e comunitaria lì dove siamo, di nutrire quotidianamente le relazioni fra le persone che si vanno incontro e che si aiutano. È possibile riuscire a trasformare l’isolamento in parole e il linguaggio nuovo fra pochi in azioni di resistenza comunitaria.

La dimensione psicologica relazionale non si insegna, si sperimenta assieme; parte da un credo antropologico, da una mappa ampia della persona. È come far bene l’amore: si agisce, si vive, si custodisce, non si prepara a tavolino, non si racconta. Concentrarci su noi stessi funziona solo se abbiamo a cuore la comunità e se diveniamo autocentrati e non autocentrici. La coscienza autocentrata significa evolvere partendo da sé verso il prossimo, verso la cultura dell’alterità.

La psicologia risulta un’arte futile se non tiene conto di ogni persona inserita in un contesto culturale, economico e politico. Come nel movimento operaio del XIX secolo, riscopriamo la cooperazione fra i contrattisti indipendenti, fra le persone che si associano liberamente e decidono il tempo, lo spazio, il rapporto nuovo con il lavoro, ritrovando l’anima e il rispetto di sé.

L’impegno è a costruire assieme una idea e una pratica per rifondare la società, eliminando la divisione sociale e sessuale del lavoro, eliminando i sintomi nevrotici, le depressioni, l’angoscia di morte. Immaginiamo una istituzione collettiva basata sulla solidarietà, sulla giustizia sociale in cui non si conquista e non si perde un lavoro come se si conquistasse e se si perdesse l’intera persona umana.

La distanza critica rispetto alle attività lavorative ci consente di notare come i lavoratori meno retribuiti siano, al contrario, quelli essenziali: per esempio, i docenti, gli psicologi, gli operatori socio-sanitari, i badanti. Desideriamo invertire la rotta per ridare valore al lavoro sociale: la scuola, la cura, la sanità, l’assistenza, la prevenzione, l’accoglienza, l’igiene mentale.

I libri non svolgono solo una funzione consolatoria e di superficie; essi costruiscono la base del pensiero critico e libero. Nella comunità di ricerca, la bibliografia, in questo caso, è più che mai necessaria, anche se parziale. Ogni testo richiede lo studio, la comprensione, il coinvolgimento per cercare ancora, per non smettere di pensare, per non accontentarci del paradigma dominante:

  • Coin, Francesca. Le grandi dimissioni, Torino, Einaudi, 2023.
  • Colamedici, Andrea; Gancitano, Maura, Ma chi me lo fa fare, Milano, HarperCollins, 2023.
  • Lusenti, Natascha. Il coraggio di contare, Milano, il Saggiatore, 2024.
  • Morniroli, Andrea; Scancarello, Gea. Non facciamo del bene, Roma, Donzelli, 2025.
  • Salvetti, Dario; Gea Scancarello. Questo lavoro non è vita, Milano, RCS MediaGroup S.p.A., 2024.
  • Soave, Irene. Lo statuto delle lavoratrici, Firenze, Bompiani, 2024.
  • Venturini, Caterina. Il vostro silenzio non vi proteggerà. Una storia di Audre Lorde, Milano, Solferino, 2025.

 

Le cose potrebbero andare peggio,
ma questo non vuol dire non lottare.
Questo vuol dire che potrebbe non essere facile
Audre Lorde

Sussurro

Preludio di sussurro

 

Quando è accaduto che sono spariti gli uomini capaci di trasmettere senza esibirsi? Coloro che amavano le parole ma ne avevano pudore. Persino timore: il “provare vergogna per tutte le parole del mondo” di Silvio D’Arzo nel suo Casa d’altri…

Roberto Cotroneo

 Finora la prudenza del sussurro non mi è appartenuta. Ho alzato i toni quando ho valutato che fosse adeguato. Ho modificato la voce incerta perché ogni lemma risultasse chiaro. L’interazione, più che gentile, è risultata forte e, talvolta, senza grazia. Adesso intravedo un nuovo apprendimento e aggiungo una riflessione, riconoscendo l’occasione offerta dalla Rivista Correlazioni Universali.

Il sussurro, in realtà, parte svantaggiato per lo scenario mesto suggerito dal fonosimbolismo: richiama con il suono stesso l’immagine di restrizione della bocca, il senso della faccia da papera per pronunciarlo, la duckface, trend molto diffuso. Sussurro suggerisce il significato e la condizione della parola silenziata e sottomessa.

Considero un privilegio la voce moderata e di autorità. Autorità è una parola che, fuori dal contesto, risuona pericolosa e forièra di possibili derive dominanti. Ma io intendo l’autorità diversa dall’impostazione autoritaria. Ritengo che sia il tempo di parlare, di usare la propria voce, di capire e scegliere i toni per sostenere una visione di mondo ampia, in cui c’è spazio per tutti gli esseri viventi, e profonda rispetto alla coscienza psicologica.

Le parole che proteggono i propri diritti, che chiedono e chiedono ancora, possono fare vergogna se vengono svilite, se il ruolo sociale non è alto, anche nella gerarchia dei minimi, nella miseria di quelli rimasti a beccarsi fra loro. Fra la rivendicazione vana che produce rabbia e la scomoda omologazione al potere costituito che fa tristezza, forse, l’energia del sussurro trova la possibilità di avviare un cambiamento, di suggerire un modo differente per generare le relazioni e per rimanere fuori dal mood dello spettacolo.

È la poesia che agisce così, con forza, con ragione, con argomenti. Con autorità sociale. La poesia è gentile? Può essere sussurrata, la poesia? Frequento la poesia potente che brucia nella carne, che non va semplicemente a capo, titillando in superficie una emozione. Mi appassiono ai versi che sanno rivoluzionare, inquietare e tormentare le prospettive note e rassicuranti. La poesia è capace di inabissarsi e di trascendere. Anche sussurrando. Mi allontano, invece, dalle forme poetiche mosce e semplificate che espongono incautamente i sentimenti, che vagheggiano l’io empatico e frustrato.

La poesia può segnare simbolicamente il confine fra il sussurro e il grido, dando senso alla voce e alla parola, con determinazione e con misericordia. L’autorità è nominare, riconoscersi e, circolarmente, essere riconosciute persone con il diritto di esistenza. La poesia può divenire pratica sociale e politica. Poiesi, ποίησις, è l’azione che coinvolge e produce il cambiamento, esprimendo il massimo di autorità con il minimo di potere.

Non condividendo alcune sue scelte, seguo Aldo Nove, il poeta che sale sportivo sulla croce, con ineffabile disciplina. Muore e resuscita con le sue parole.

E, allora, va bene, sì, sussurrando, ma senza cedere sulle proprie ragioni, sui diritti, sulla giustizia. Sussurrando, certo, con fermezza e convinzione.

Aldo Nove convince e apre la via:

Devozione alla poesia significa devozione pura alla vita perché la grande poesia la contiene e la travalica, la vita, ne libera l’inaudita potenza attraverso l’artifizio che sorregge il mondo in cui l’esperienza terrena, esausta dei suoi confini, delle sue miserie, delle sue inevitabili tragedie, ancora e ancora e per chiunque… La poesia raccoglie quel «chiunque» e lo rende universale, lo trasfigura più simile al respiro che tutti ci lega ma non conosciamo. La poesia è il linguaggio della fuga una volta raggiunta la consapevolezza che il carcere delle nostre misere esistenze individuali può essere abbandonato. La poesia è un destino.

 Libri considerati

  • Roberto Cotroneo, La nebbia e il fuoco, Feltrinelli, 2025
  • Aldo Nove, Inabissarsi, il Saggiatore, 2025

 

Silence

C’è un tempo perfetto per fare silenzio

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

 

La cosa più importante è quella di guardare al silenzio come ad una esperienza che non sia mai estranea alla vita, e alla cura in psichiatria. Al di là dei suoi molteplici aspetti, quello che unifica i diversi modi di essere del silenzio è la loro sorgente: quella della interiorità. Eugenio Borgna

 Cosa significa «Sono qui»? Significa «Esisto. Sono davvero qui perché non sono perso nel passato, nel futuro, nel mio pensare, nel rumore interiore, nel rumore esterno. Sono qui». Thich Nhat Hanh

C’è un tempo perfetto per fare silenzio: riprendo alcuni versi del cantautore Ivano Fossati per riflettere sui linguaggi del silenzio e le molteplici forme di espressione.

Considero il tempo e lo spazio del silenzio come una premessa alla scelta della parola adeguata e del suono armonioso. È fondamentale, in ogni vita e per qualunque attività, apprendere a strutturare la quotidianità anche attraverso i momenti di assenza, rispetto alla trincea o al palcoscenico. Nella relazione, il dono del tacere richiama il privilegio della intimità, la gioia della comunicazione non verbale, la garanzia della accoglienza e della riflessione.

Il ritiro spirituale e psicologico è una pratica che ho appreso, in origine, partecipando a gruppi giovanili e, più tardi, verso i trent’anni, durante l’analisi. Il linguaggio del dialogo e il linguaggio dell’ascolto richiedono la disciplina e le buone abitudini, apprese attraverso l’attenzione, la concentrazione, la meditazione, la contemplazione.

Non conosco elenchi, compiti, consigli e obblighi per raggiungere l’equilibrio fra il tormento delle conversazioni e il peso del silenzio, fra l’interazione che argomenta e problematizza, e la silente discrezione. Come per tutti gli esseri umani, in ogni età, condizione e contesto, ho scelto di ridurmi o di spendermi, di proteggermi tacendo o, più spesso, di compromettermi parlando.

Nell’ultimo anno, organizzo la mia giornata seguendo i ritmi monastici e la quiete silenziosa. Talvolta, richiamata dalla voce al cellulare, dico che no, non stavo dormendo, vivo taciturna e concentrata. Il silenzio diviene un riparo, una custodia perché l’interazione, quando c’è, risulti autentica. L’esercizio di consapevolezza acquieta il rumore e cerca la pace interiore per affinare l’ascoltazione. Leggo il termine ascoltazione nella poesia Perché di Giuseppe Ungaretti:

… Si è appiattito
come una rotaia
il mio cuore in ascoltazione…

Divento, così, permeabile con il corpo, con l’anima, con la mente e favorisco un riserbo che non è tensione, ma è rilassamento e abbandono. L’ascoltazione è l’esperienza della carne che coinvolge tutti i sensi. Il lavoro psicologico necessita dell’equilibrio fra il silenzio, il suono e il movimento; fra il vuoto, il pensiero, la scelta e l’azione.

Con il passare del tempo, scopro che tacere non è il contrario di interagire, semmai è un habitus mentale, una disposizione psicofisica verso la ricerca più ampia e la comprensione più profonda. Il silenzio che si prende cura di me, in questa dimora, non coincide con il tacere e non è neanche mettermi a pensare. Consegnarmi al silenzio, in alcune situazioni, serve a non finire invischiata in giochi psicologici, zeppi di interazioni velenose. Stare nel silenzio è attesa di svelamento.

Il monaco buddhista Thich Nhat Hanh è una delle figure più importanti della spiritualità mondiale, attivista per la pace, candidato al premio Nobel da Martin Luther King nel 1967. Apprendo il silenzio come uno stile di vita che riconosce anche il disturbo delle relazioni complicate, frustranti, gioiose, conflittuali.

Il monaco insegna cinque diversi tipi di suono. Scrive: Se riesci a trovare il silenzio dentro di te sei in grado di sentirli. Il primo è il Suono Splendido, il suono delle meraviglie della vita che ti stanno chiamando. È il suono degli uccelli, della pioggia e via dicendo. Il secondo suono è il Suono di Colui che Osserva il Mondo. Questo è il suono dell’ascoltare, il suono del silenzio. Il terzo suono è il Suono Brahma. Si tratta del suono trascendentale, om, che vanta una lunga storia nel pensiero spirituale indiano. Secondo la tradizione ha il potere innato di creare il mondo. Il quarto suono è il Suono della Marea che Sale. Questo suono simboleggia la voce del Buddha. L’insegnamento del Buddha è in grado di spazzare via il malinteso, eliminare l’afflizione e trasformare ogni cosa. È penetrante ed efficace. Il quinto suono è il Suono che Trascende Tutti i Suoni del Mondo. È il suono dell’impermanenza, ci ricorda di non lasciarci intrappolare da particolari parole o suoni né di affezionarci troppo a essi.

La pratica interiore crede nell’ecologia del silenzio e riconosce l’attitudine innata, oltre l’atteggiamento ben orientato. Non prevede necessariamente il silenzio esterno, non significa che intorno a me non c’è e non voglio nessuno. Seguendo il maestro buddhista, il nobile silenzio è una pratica pedagogica per essere liberi e per guarire dalla angoscia di morte che trattiene legati al passato e al futuro e non consente di godere dell’ora presente.

Se il silenzio diviene isolamento può essere un sintomo che segnala una fragilità psichica. Apprendo, nel colloquio psicologico, come indica lo psichiatra e saggista Eugenio Borgna, a distinguere il silenzio, che nasce dal desiderio di solitudine, da quello che nasce dalla timidezza, o dalla depressione, nella quale la vita si oscura, risucchiata dal richiamo della morte volontaria. Come è importante riconoscere il silenzio, che rinasce a causa della nostra incapacità di ascoltare, e di creare una relazione dialogica.

Ad un certo punto, però, avverto un disagio nel silenzio, anche se cercato e difeso, sento una inquietudine che non mi permette di starmene in pace a lungo, di fuggire il caos, senza problemi e senza fastidi. Non desidero ritirarmi dalla cattiveria-del-mondo, alla quale peraltro non credo. Vivo per studiare, per capire, per tornare alla relazione con comprensione e con compassione.

In alcuni periodi storici, in alcune situazioni, il silenzio è intollerabile perché diviene complicità; il fragore di certi silenzi è codardia. Talvolta, peggio della parola che giudico inutile è il silenzio. L’azione nutrita dal silenzio è forte, definitiva, coinvolge il corpo, non per disperazione, ma per desiderio e per amore.

Valuto il silenzio pacificato in ogni distanza fra me e l’altra persona, a favore della libertà nel riconoscere la propria via. Apprezzo la profondità e l’essenziale nell’ultima parola che rimane, dopo averle consumate tutte. Il digiuno della parola scava e mette a nudo. Non mi astengo dal parlare, ma il ricovero presso di me è indispensabile a ritrovare il senso delle parole scambiate. Il silenzio allontana il chiasso, ma rimane attraente, dinamico, costruttivo, favorisce le relazioni, coinvolge le persone, crea la comunità.

Accolgo l’interruzione necessaria del suono, a mettere in forma, perché la voce risulti chiara, ferma, feconda.

Adriana Zarri, teologa eremita, punto di riferimento nella mia formazione, scrive benedicendo: Occorre però avere del silenzio un concetto vitale e non formale. Lo stormire degli alberi, il canto degli uccelli, lo scroscio dell’acqua non lo rompono. Neanche la musica lo rompe: lo rivela; perché il silenzio è come il bianco: non è un’assenza di colore: è la somma di tutti i colori, riassunti e unificati, quasi messi a tacere nella candidezza. Così il silenzio contiene ogni possibile parola.

 Riferimenti bibliografici

Eugenio Borgna, In ascolto del silenzio, Einaudi, 2024

Thich Nhat Hanh, Il dono del silenzio, Garzanti, 2015

Jérôme Sueur, Storia naturale del silenzio, notttetempo, 2024

Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca, Einaudi, 2011

Ada Negri

Ada Negri, la compagna grande

 

 

 

 

 

 

 

 

La riflessione è pubblicata nel N.32 della Rivista online La Stanza di Virginia

la penna di Ada Negri – La Stanza di Virginia

La riscoperta delle scritture di donne è una tendenza editoriale non certo per seguire le mode o per pagare il pegno alla storia ben radicata del femminismo. Far emergere dall’oblio le figure femminili, ognuna per sé, eccezionali è un segno di come la visibilità e i diritti civili non siano mai acquisiti definitivamente e debbano essere ridefiniti e difesi di secolo in secolo.

Le generazioni di donne pensanti si incarnano nel nostro tempo e ci consentono di riscoprire le storie delle sorelle che, nelle piccole comunità, con discrezione apprendono il permesso di esistere e l’intimità onesta e silenziosa. Spesso, l’esposizione di sé, con eccessiva facilità, nelle situazioni di malattia, nelle ferite, nella mancanza rimane uno sforzo di virilità, non è una prova di coraggio e non lo insegna a nessuno. È una questione di equilibrio: la forza autentica ha bisogno di silenzio, di comprensione e di conoscenza, di condivisione fra le sorelle in cammino. Di conseguenza, ogni messaggio arriva in chiarezza e in onestà, è utile a chi si pone in ascolto.

Ada Negri nasce a Lodi, da genitori poveri, il 3 febbraio 1870 e trascorre gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza nella misera abitazione della nonna materna, portinaia, presso il palazzo Barni. Giocando con le figlie del conte, impara a fantasticare su quel mondo aristocratico a cui mai può appartenere, umiliata e offesa per certi compiti che è costretta ad assolvere, in aiuto dell’anziana nonna, come quello di aprire il cancello alle carrozze dei conti e dei loro nobili ospiti.

Trascorre molte ore ad ascoltare la madre mentre legge a voce alta i romanzi d’appendice e affina il rancore, la rabbia, la vendetta verso un mondo ingiusto, di nobili e di pasciuti borghesi, verso le figure maschili, che impongono rapporti di potere e di sudditanza, per il contesto culturale, per l’ignoranza, come il defunto padre, vetturino e ubriacone e il fratello Nani, strano e ribelle, morto giovane.

Ada ha l’opportunità di studiare nella scuola normale femminile di Lodi. Infatti, nel nuovo Regno d’Italia, la legge Coppino del 1877 istituisce l’istruzione elementare obbligatoria per i minori. L’insegnante Paolo Tedeschi, uno dei pochi uomini affidabili che Ada incontra, intuisce il suo talento e la incoraggia a proseguire. Nel 1887, il diploma le consente di essere assunta come insegnante elementare presso il Collegio Femminile di Codogno; in seguito, nella scuola elementare di Motta Visconti e, ancora, presso l’Istituto Superiore Gaetana Agnesi di Milano.

“Mi amavano. Sentivo che mi amavano. Non come una maestra: bensì come una compagna grande”.

Ada Negri si propone come una compagna grande, come il pane caldo sfornato di Chiarascura, con i suoi sbalzi d’umore.

Alla fine del 1800 entra in contatto con il socialismo riformista milanese, conosce Anna Kuliscioff, Filippo Turati, Margherita Sarfatti e Benito Mussolini che le assicureranno, a regime instaurato, il benestare della politica. Negri rimane attiva nel mondo dell’associazionismo politico milanese e nelle istituzioni filantropiche, fondando l’Asilo Mariuccia, a favore delle donne prostitute e dei minori.

Conferma il suo impegno civile con articoli e racconti di storie di donne che rappresentano, in fondo, momenti diversi di una sola donna, di ogni donna, a capo chino, nelle fabbriche, negli opifici, a dimenticare il desiderio, l’amore, il sogno, a causa della fatica e della disperazione.

La raccolta di racconti Sorelle, ristampato quest’anno da Neri Pozza, esce nel 1929, quando Ada è sessantenne. La prosa è intensa, sofferta e le parole scorrono con la luce e l’ombra di chi registra la realtà ed è capace di trascenderla, di ritrovarne i significati più nascosti e più autentici. Condivido il pensiero di Elisabetta Rasy:

“… ma racconta soprattutto, e cerca, la ragazza che è stata: selvatica, superba e ostinata, smaniosamente attaccata al piacere di esserci e alla voglia di dirsi.” (p.134)

Nelle storie, riconosciamo la presenza delle donne liberate da qualunque illusione di salvazione: non salvano e non si salvano, dunque, possono incontrare il prossimo nelle situazioni di realtà. In questi tempi avari, abbiamo il bisogno di ricoprire la solidarietà come nelle storie di Ada Negri. La generosità de La Cacciatora, la donna-uomo seguita sempre dalla sua cagna, è la provvidenza dei miserabili, a trasformare i gruppi sociali in comunità di persone che si sostengono. Le interazioni umane sono in sintonia con la natura, con l’umore del tempo, in un paese che sconta la sua ingenuità e complessità nel cinismo della proposta fascista.

Come Annetta, una piccola sorella d’anima, nell’ultima storia del libro: “Camminavo sola fra due solitudini elementari, che si guardavano fisse: la pianura e l’orizzonte. In entrambe specchiavo la mia, con un abbandono che finiva col togliermi a me stessa per rendermi parte della terra e dell’aria; e in ciascun punto mi pareva di vedere riflesso il mio volto.”

Benedetto Croce non perdona all’Autrice di essere impegnata nella denuncia e nella propaganda sociale, di sacrificare “a un dovere immaginario, qual è servire col verso alla causa degli oppressi e degli afflitti, un dovere reale, che è quello che l’artista ha verso l’arte: l’imperativo categorico di far opera bella e nient’altro che opera bella”.

Peccato che il grande autore sottovaluti la cifra politica dei racconti di Ada Negri. Invece, è proprio lo spazio e il tempo concesso all’ io privato che le viene rimproverato, il segnale di emancipazione e di allontanamento dalla mentalità che mantiene le donne sotto il giogo dei giudizi e dei pregiudizi legati al sacrificio e alla sottomissione.

“L’è un’anima intraversàda”, la gente mormora della merciaia Caterina Domprè e vale per tutte noi, anime inquiete attraversate dall’esperienza, dalle relazioni, dai desideri. E il troppo amore è come il poco amore, sempre di non amore si tratta, tossico e simbiotico, a decidere l’allontanamento di Ada dal marito Giovanni Garlanda, industriale tessile.

La scelta di partire da sé, dalla lettura della storia personale, nell’Italia benpensante che relega in casa la donna riconosciuta solo come sposa e madre, a servizio di un sistema immodificabile di leggi non scritte, credute naturali, è la via perché Negri venga mal sopportata dai fascisti e allontanata dai socialisti. Ada Negri “s’affatica per raggiungere l’oscurità: un’oscurità non di parole, ma di sentimenti… Grida, ma non vuol essere né ascoltata, né compresa”, secondo Giuseppe Antonio Borgese, altro giudice severo.

Le gallerie di ritratti femminili di Negri sono l’opposto delle immagini retoriche e falsamente gioiose in cui il fascismo relega le madri, le mogli, le figlie, le amanti, tutte, carne da manicomio, appena disobbedienti e se capaci di pensiero critico. E la maternità è descritta come un’esperienza complessa, dolorosa e triste, oltre ogni propaganda.

Di noi donne nessuno ha mai capito nulla, leggiamo nel racconto Signora con bambina: Negri riesce, così, a rendere testimonianza a nome di tutte le donne e ad anticipare la rivoluzione disarmata di ognuna, ancora oggi in corso. Queste donne rimangono diverse non solo da molte contemporanee, ma anche diverse da sè stesse, a riconoscersi in continua evoluzione per le conquiste civili, a cercare l’indipendenza economica, l’autonomia psicologica, la libertà di poter tenere insieme gli opposti, i dubbi e le certezze, la cura di sé, del prossimo, della casa e del lavoro.

Il rimprovero che le rivolge Pirandello, Ada Negri “ha la voce piena di vento più che di parole”, sembra un bene-dire; e quella voce arriva fino a noi, dalla portineria, dal collegio, dalla fabbrica in cui aspetta l’uscita della madre Vittoria, dai luoghi violati dalla guerra e dalla miseria. Leggendo i racconti, sentiamo il vento pungente dell’insofferenza per l’ingiustizia sua e delle altre. E, grate, a ottanta anni dalla sua morte, accogliamo ancora il suo respiro.

 

I testi considerati:

Negri, Ada. Sorelle, Vicenza, Neri Pozza, 2025

Rasy, Elisabetta. Tre passioni, Milano, Rizzoli, 2011

 

Manganelli

Spostamenti e divagazioni in psicologia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.Fonte Silvia Meo

 

La riflessione è stata pubblicata sul numero 23 della rivista online La Stanza di Virginia:

La salute mentale in mano ai robot? – La Stanza di Virginia

                                                   

                                                    Il tema che sembra avere per te meno importanza

è quello che spiega tutto o, perlomeno,

quello a cui dovresti dare attenzione.

È una questione di spostamento di ottica.

Bernhard ti spostava la visuale e quindi

ti cambiava la tua autobiografia.

(Manganelli, p.28)

Ogni libro e ogni articolo mi raggiungono, come un dono, nel momento adeguato, ad allargare la riflessione sul senso della psicologia e sulle prospettive diverse di lettura nel lavoro di consulenza. Le situazioni sgradevoli offrono l’opportunità di un ripensamento anche paradossale, apparentemente inconcludente che, però, sposta su territori diversi le visioni e le metodologie accademiche e categoriche.

Ciò che comunemente molte persone chiamano stress è il termometro di un malessere più radicato e profondo, aggravato, in molti casi, dal malgoverno dell’ignoranza e del denaro. Decidiamo di lavorare sui due aspetti: l’umano privato e il pubblico istituzionale, perché non possiamo deresponsabilizzare le istituzioni, addossando alla singola persona il carico di una vita che vogliamo riconoscere come riuscita e vincente.

Ci impegniamo a valutare l’interconnessione e l’interdipendenza fra tutte le problematiche psicologiche, fisiche, economiche, ambientali; a riconoscere in che modo l’intervento psicologico formativo offra uno sguardo ampio rispetto al contesto. Accogliamo la comprensione sistemica della vita, suggerita da Frjtiof Capra, e la accomuniamo alla visione intersezionale nella storia femminista di bell hooks, Angela Davis, Audre Lorde. Le autrici indicano le intersezioni fra genere, razza e classe come la causa delle molteplici forme di discriminazione e di infelicità, a partire dalla relazione con sé stessi.

In questa consonanza tra microcosmo e macrocosmo, fra sociale e personale, sta la forza del lavoro psicologico e la sua necessità. La formazione psicologica è intrinsecamente generativa: affrontare una situazione significa metterla in relazione con molteplici problematiche.

Avvertiamo la violenza che subiamo e le discriminazioni che fronteggiamo, riducendo tutto a un fatto privato, emendabile con qualche piccola riforma e con un po’ di vecchia educazione, senza bisogno di scalfire la struttura sociale. Ci tocca, soprattutto, dover rafforzare l’idea di una nazione bianca, omogenea, formata da famiglie eterosessuali in cui l’idea di complementarietà nasconde le gerarchie che permangono e in cui l’unica libertà possibile è quella di conformarci al modello già esistente. E anche per questo abbiamo ancora più bisogno di continuare gli studi e le attività che mirino a sovvertire il contratto sociale, i confini delle frontiere e i confini tra pubblico e privato.

Per la comunità vivente non serve moltiplicare le carceri, riaprire i manicomi, inaugurare le nuove prassi segregative dell’educazione. Altrimenti, ogni attività psy diviene un esercizio di dominio. La psicologia applicata è politica e non prevede risposte già pronte come quelle somministrate dai chatbot di IA. Le interazioni attraverso un software che simula le conversazioni umane, sono un bluff e non offrono alcun vantaggio competitivo nella pratica psicologica. Trasformano le crisi naturalmente umane in urgenze da affrontare in modo ossessivo. Rimangono attrezzi del padrone con cui non possiamo smantellare la casa del padrone, seguendo l’indicazione di Audre Lorde.

I chatbot di IA, americani o cinesi, costruiti per il sostegno psicologico, sono sempre più diffusi da un sistema sanitario scellerato che pretende di evitare le spese per la salute. Con l’addestramento al benessere, attraverso l’utilizzo di schedature, come per un elettrodomestico, le app di IA rischiano di evitare i difetti umani, eliminando gli esseri umani, seguendo l’illusione di un cambio, come per un elettrodomestico mal funzionante; oppure, inseguendo la perversa credenza magica della risoluzione. L’industria del benessere propone di perseguire la salute perfetta, a servizio di una produttività sempre maggiore, e questo è più pericoloso e triste dello stesso disturbo psichico.

La psicologia formativa non assume l’obiettivo dell’efficienza quantificabile; essa favorisce, invece, il governo di sé, l’equilibrio possibile, in ogni fase della vita, con gli ostacoli e le complicazioni. Non si dismette un sistema se lo si imita, se lo si alleva adoperando i suoi inganni e pensando di farlo a fin di bene o per un fine nobile, per esempio, per salvare (?) ogni persona, provando a integrarla nel dominio di gesti e di pensieri: così, è la psicologia a impazzire. Il disturbo psichico fa parte dell’esperienza umana, come ci ricorda Franco Basaglia, se no, più che malati, diventiamo esclusi sociali. La malattia appartiene alla vita, la costituisce e la mette in forma.

Il modello repressivo dominante accomuna i matti, i migranti, i carcerati, i poveri, i precari, la gente che infastidisce perché esiste. E anche l’uguaglianza è un tranello a favore dell’assimilazione all’unico modello possibile dei sudditi. La psicologia formativa partecipa, nella pratica quotidiana, a mettere in discussione le categorie politiche, sociali, ideologiche, linguistiche. In caso contrario, è solo uno strumento per accrescere le gerarchie di potere, i privilegi e le ingiustizie.

Ritrovo la ricerca psicologica al di fuori del pacchetto di certezze e non ritengo che sia un virus da debellare. Prima ancora che la sicurezza della guarigione, perseguiamo l’emancipazione da una mentalità copionale fissa, desideriamo produrre un senso, una solidarietà, una socialità, resistendo alla disciplina istituzionale, al disturbo del sistema che riduce la persona al suo stato. Il lavoro psicologico di formazione non è un destino perché siamo tutti matti o perché potremmo diventarlo. Esso si propone, invece, come una pratica politica, una possibilità e un esercizio trasformativo per recuperare la forza interiore e recuperare, in comunione e in autonomia, i cammini di libertà.

Non c’è la salute mentale in assoluto, come un modello prestabilito da imitare per essere graditi e tollerati, ma possiamo avviare un’attività sistematica di consapevolezza, custodendo, per ogni persona, il proprio nucleo esistenziale, rimanendo ciò che siamo e diventiamo, in un contesto collettivo che si adatta e nel quale ci adattiamo. Il concetto di benessere mentale è valutato sempre rispetto a una persona reale, in una società reale. La retorica dei disturbi mentali accettabili o resi tali, è legata al prurito di dominio di alcuni esseri umani su altri.

Forse, è il narratore e critico Giorgio Manganelli a segnare una via: negli anni ’60, seguendo l’indicazione di Cristina Campo, frequenta lo psicoanalista junghiano Ernst Bernhard, un ebreo berlinese che a Roma, in via Gregoriana, riceve i suoi pazienti. Manganelli, invitato nel 1973 ad un convegno su Jung nella cultura europea, pronuncia la sua apologia delle ombre e dello scarto.

Ogni persona, seguendo lo junghiano Bernhard, ha la malattia che le spetta, e non la malattia che non le spetta. Valutiamo la malattia come uno strumento di comprensione, come un cammino di apprendimento, rispetto al copione personale e sociale. Il pericolo non è essere malati, ma avere un disturbo incongruo, non pertinente. Uno stato di salute prevede, per ciascun essere umano, una malattia pertinente, giusta, in armonia con il nucleo esistenziale. È sulla via dell’errore paradossale, sul crinale della caduta rovinosa che riusciamo a trovare il passaggio verso la malattia pertinente: questo è il ben essere! La possibilità della trasformazione copionale è una questione di accettazione e di spostamento di prospettive.

Criticando la psicologia del profondo, Bernhard ne segna, con onestà, lo spazio psichico che apre il ragionamento, ponendo i problemi, modificando le domande, fino a portare la convivenza mentale in luoghi imprevedibili e imprevisti… un luogo impreciso, ambiguo, in cui la stoltezza si mescola alla straordinaria intelligenza e alla visione, alla capacità di essere molto più intelligenti di se stessi e di essere, o di possedere, un se stesso molto più stupido di noi…; a raccontarci in una lingua complicata, irritante, infantile e polisemica allo stesso tempo.

Come afferma Manganelli della letteratura, vogliamo dire della psicologia: la psicologia trattata come centrale diventa molesta, perché tutto ciò che è centrale è intollerabile. La psicologia è centrale solo quando si capisce che è periferica. La psicologia equa, solidale e democratica ha come unico strumento la relazione stessa e non propone alcun indottrinamento, semmai è un instradamento, come l’itinerario predisposto per il passaggio dei treni sui binari di una stazione.

Gli studiosi letterati, quelli che non compaiono nei programmi ufficiali, rimangono i cattivi maestri da seguire: Oliver Sacks, Erich Neumann, James Hillman e altri, ci guidano a benedire il copione, per modificarlo, ci invitano ad accogliere e ad entrare in sintonia con i sintomi, a non opporre resistenza, a girarci intorno, per rispettare il ciclo di ogni rinascita.

Il sintomo nevrotico ha ragione; la malattia non vuole essere guarita ma decifrata; e appunto il nonsense di una coazione, di un errore, di una disperazione, di una morte possono custodire la scheggia bilingue che introduce ad una ulteriore intelligenza dei segni; dunque il «guaritore» è dalla parte dell’ombra, l’alleato operoso della malattia; la sofferenza può essere nevrosi e iniziazione ma forse tra i due termini la continuità è assoluta.

(Manganelli, p.41)

 Riferimenti bibliografici

  • Giorgio Manganelli, Il vescovo e il ciarlatano, Sellerio ed., 2024
  • Jess McAllen, Psicoterapia artificiale, Internazionale, N.1599, febbraio 2025

 

Scocciature

Scocciature

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph. Fonte Silvia Meo

 

La spinta a questa riflessione custodita per alcuni mesi è la lettura del testo di Francesco Piccolo, Son qui: m’ammazzi, pubblicato a gennaio scorso da Giulio Einaudi. Seguo l’autore e, in ogni suo libro, attendo un discorso che faccia la differenza, uno sguardo diverso e non consolatorio, un’indicazione di prospettiva oltre i modelli culturali conosciuti.

Ritrovo una narrazione furba e convincente, non indispensabile né innovativa. E che Piccolo citi Carla Lonzi per farsi bello mi inquieta: «Noi neghiamo come un’assurdità il mito dell’uomo nuovo». Da secoli gli uomini sono avvezzi a confortarsi e a stringere patti fra loro, sorridendo compiaciuti e nominando la parola di donna per riconoscenza formale, per quieto vivere. Insomma, vale sempre la retorica di genere della protezione.

Il patriarcato, morto o moribondo, è allo stesso tempo sotto assedio e al potere, come affermano Gilligan e Snider, in Perché il patriarcato resiste? Resiste attraverso un ordine normativo, fatto di leggi e codici, e rimane, purtroppo, la struttura portante di una società costruita intorno alla divisione del lavoro, alle forme di oppressione, alla violenza pubblica e privata e agli immaginari collettivi.

E menomale che Francesco Piccolo se ne accorge, da Boccaccio a Starnone, passando per Verga, Manzoni, Bassani, Calvino: La coscienza di essere trogloditi, sopraffattori, violenti, arroganti, egocentrici, ce l’abbiamo da un po’ di tempo – probabilmente non per merito di un’autocoscienza, ma alla fine comunque ce l’abbiamo. Eppure non ci ha fatto migliorare.

Il saggio pur tardivo è interessante e vale il tempo della lettura, di capitolo in capitolo, dal periodo classico a quello contemporaneo, riprendendo la costruzione del paradigma umano virile nei testi della letteratura ufficiale. La figura maschile o con le caratteristiche ritenute maschili, rimane con la stessa prepotenza, a mantenere la continuità fra Stato e Famiglia, a relegare le donne all’interno della casa, per costruire i legami affettivi fra i cittadini e la patria. Le donne possono partecipare al dibattito pubblico per confermare le mentalità e le regole maschili – autonomia, indipendenza, forza, razionalità, spirito guerriero – e per ringraziare della parità.

Il patriarcato non è un sintomo, è la malattia del sistema e pare fortificarsi, nonostante le crepe, le dissonanze, le sfaldature segnalate da Piccolo. Lo scrittore offre la rilettura, attraverso molte opere letterarie, di mascolinità egemonica. 148 pagine di generalizzazioni, stralciando in modo strumentale, riducendo il senso delle opere, decontestualizzando, interpretando a piacere.

Tutti, pavidi, conservatori, reazionari, contribuiamo a far passare una certa idea binaria di uomo e di donna oppure di caratteristiche maschili sovraestese, nei linguaggi e nei comportamenti, che illusoriamente rappresenterebbero i colori dell’umanità intera. È il processo di pensiero e di scrittura a essere maschilista e violento, oltre al contenuto specifico: l’autore si compiace di essere alla moda, seguendo le linee guida di pubblicazioni al femminile, quotidianamente dispensate dalle case editrici. Nel testo, il dito e la luna combaciano.

Racconto due episodi accaduti a me negli ultimi mesi.

Con garbo, nei gruppi di lavoro, mi riduco al silenzio riconoscendo che, dato il mio copione, la mediazione mite è l’apprendimento difficile di una vita. Però risento l’amarezza di alcuni miei ultimi silenzi che, a ripensarci, ritengo inadeguati. Vale sempre il timore di passare dalla parte del torto e di dovermi pure difendere da un nemico che non registro, considerando la creatura umana spesso inconsapevole. Ma certe ignoranze rischiano di rendermi complice di un sistema lavorativo che mi ha tenuta ai margini e con cui, a costi alti, continuo a confliggere.

Proseguo sulla via condivisa con la committenza e lascio fluire le miserabili situazioni incresciose, dimentico i fastidi che valuto minimi, lascio correre le impertinenze o le ingenuità perché ciò che conta è la salute dell’anima, fisica e mentale e il servizio alla comunità.

Avverto la banalità greve nelle sfumature fastidiose che non modificano il colore buono di fondo, nello stridore delle interazioni-tranello che penso sempre di poter riutilizzare, rilanciandole ironicamente, come esempi, nel processo di coinvolgimento collettivo. Mi propongo di togliermi il vizio dell’ultima parola, ma voglio riprendere la virtù del togliere la parola al patriarca di turno che insegue il consenso e pretende di emergere a tutti i costi.

Sono andata in pensione e ho scelto di continuare a offrire il mio contributo alla formazione, mai gratis ma, talvolta, in gratuità. Gratis è aspettarmi in qualunque modo qualcosa in cambio. La gratuità, invece, è facilitare la creazione di circoli virtuosi: ché possa circolare il bene, anche come educazione civica, e che torni a me, da qualunque parte e in qualunque modalità.

L’indignazione, quando l’avverto, più del freddo della sala in cui ci incontriamo, diviene strumento di risveglio violento e allora sono tignosa, testarda, irremovibile. Non scambio per maleducazione i comportamenti che riflettono i sintomi di un’appartenenza, anche inconsapevole, a una struttura di riferimento maniacale, in cui anch’io mi sento coinvolta in innumerevoli infimi compromessi. Il patriarcato mantiene una struttura rigida e non è il frutto di una distorsione cognitiva personale, ma il depositato stratificato di secoli di dominio.

I comportamenti, i contenuti, gli effetti del patriarcato sono talmente abbarbicati che avverto le mie parole indignate come un’esagerazione, come una malvagità. È faticoso superare la rappresentazione della ingenuità di chi, in fondo, pare esercitare un potere giusto, stereotipato e paternalista, a favore del pubblico.

Di questi tempi, è il caso di mantenere il servizio di guardianìa rispetto a interazioni e discorsi che, a proposito delle Umane Risorse, ancora sono in circolazione e permangono nella mentalità, nella postura fisica e psicologica. Eh no, non c’è posto, almeno quando sono presente, per la cultura egemonica naturale e scontata, a ridurre le persone a sudditi, a utenti passivi dinanzi a riproposte volgari di schemi, modelli, procedure, elenchi, gerarchie fintamente democratiche. Il mio interesse è valutare i fenomeni e non, certo, stigmatizzare le singole persone; è capire i processi che ci portano a finire e a perdurare nelle categorie mentali fisse, nella recita della realtà, capire come ci omologhiamo compiacenti in un sistema che toglie la libertà.

C’era scritto saluto istituzionale e ci ho creduto. E poi, a metà serata, arriva lui: l’autocelebrazione, la vendita becera di sé, quell’imporsi grossolano, mancante di sensibilità rispetto al contesto, alle persone, al tema trattato, a sé stesso. Mi chiedo che figura fa, obbligandosi in nome del presenzialismo. Che c’entra, come si permette, nella funzione basica virile, di interrompere il respiro di anime con una furia inaudita riproponendo il repertorio delle frasi polverose, dei linguaggi obsoleti; poi giù con la mitragliata dei termini americaneggianti, a buttare nel cesso tutte le mie riflessioni, per quel che valgono e, soprattutto, i decenni di ragionamenti, di conflitti, di scritture di Romanini, Montuschi, Muraro, Nussbaum, Buttarelli. L’applausino finale, appena accennato, è il segnale definitivo del precipizio: bravo, mamma, hai detto la poesia, l’hai detta tutta!

Ancora, altrove, stesso giro, stessa giostrina di dominio, in cui i lavoratori e poche lavoratrici, sono ridotti a spazzatura, sottoposti a quel buonismo urticante, alla benevolenza da vecchio regime, a proporre in coppia giochini da gatto e volpe invecchiati tristemente, a ridistribuire baciamani e prebende perché il padrone, peggio se è la padrona, in fondo è buona e ci ha salvati dalla disubbidienza, dal baratro della ragione nostra, ammaestrandoci con le monete più o meno fisse a fine mese.

È grave quando la cultura aziendale intera è ammalata di paranoia: qualunque proposta di cura risulta inaccettabile, ovvio, per colpa degli stessi dipendenti capri espiatori. È inaccettabile anche quando l’intervento viene richiesto con urgenza e a gran voce, perché in fondo pure alla consulente esterna tocca di ossequiare. La richiesta alla formatrice è la benedizione che strizza l’occhio al potente, alla donna comandante, il mantenimento del vecchio copione, mica lo svelamento dei giochi psicologici strutturali.

La scuola di educazione Alla persona® propone la trasformazione, lo svelamento dell’inganno patriarcale, attraverso la psicologia formativa. Qualche attività è ancora ostacolata, negata, svalutata con il sarcasmo, il sorrisino, la presa di posizione patetica io-non-credo-agli-psicolog(h)i. Ma psicolog(h)i chi? Incontro personaggi minimi che si rifugiano nel paradigma vittimario dei poveri ricchi che piangono, dei pietosi in ruolo di prestigio, a raccogliere i diseredati di un sistema che loro stessi contribuiscono a rinforzare.

Nella società del capitalismo avanzato, la psicologia che insiste sull’autostima, sull’affermazione del singolo, sul raggiungimento degli obiettivi personali, sull’essere performante, rischia di essere un inganno.  I maschi vigliacchi e furiosi, gelosi e violenti, al centro di romanzi che hanno costruito il canone della letteratura italiana, di cui parla Piccolo, li incontriamo quotidianamente. Così come incontriamo le donne che li imitano, li fronteggiano, li vincono sul territorio ampio del comando e del controllo.

Sento la puzza silenziosa della merda, le torsioni invadenti verso il potere dell’uno, dell’una su tutti. Agisco con rigore: con me in aula non si può; se invitate me, l’opera è a smantellare, non a giocare a nascondino sotto il tappeto, non a blandire, a circuire, a manipolare le persone. La denuncia coincide con il senso stesso della vita personale e professionale e serve a passare il testimone. L’indignazione è per giustizia di vocazione.

Eccomi, nel mio riposo attivo, in trincea, a far circolare modalità diverse di abitare la terra e le organizzazioni. Propongo un Governo Umano delle Risorse che necessita dell’autocoscienza sistematica, perché la conoscenza possa essere scambiata, donata, cristallizzata, strutturata e poi destrutturata.

Il coraggio dell’analisi ce lo possiamo dare. Ci ritroviamo assieme ma non tutti, a custodire le relazioni di éros, organizzando gli incontri appassionati, promuovendo le visioni e le prospettive che si incarnano nella quotidianità di ogni partecipante e che coinvolgono i corpi di ogni persona. Credo nella virtù dei contagi. E della militanza.