
Ph.Fonte Silvia Meo
Il progetto psicologico della scuola di educazione Alla persona® continua con un confronto di voci sull’esperienza di sé, sulla possibilità di analisi e di coscienza rispetto all’essere al mondo. Al centro è la testimonianza quotidiana, l’autobiografia, perché la chiarezza è indispensabile, con sé, con gli altri e le altre; la chiarezza su chi siamo, sulla storia che viviamo, sulle idee della vita e del mondo che desideriamo coltivare. Chi siamo diventati/e, da che parte stiamo, quali parole scegliamo, con quali persone proseguiamo il cammino? Scriviamo per offrire le ragioni ampie delle scelte che andiamo verificando, per sottolineare e per ridefinire i concetti e le proposte, mai per bacchettare.
Non cerchiamo proseliti, non persuadiamo acquirenti, non inseguiamo visibilità mediatiche. Registriamo la presenza, vicina e distante, di esseri umani che persistono su una strada di pensiero all’inferno, per capire. Un pensiero di passione e di ferite, di fatica e di studio, per ricercare le ragioni e le prospettive. Molte persone collaborano alla costruzione di una idea di relazione e di mondo.
Vivere il pensare opposto e non solo in opposizione significa dare un nome alle cose, anche liberarle dal nome che, definendo, chiude; oppure significa cambiare quel nome, allargandone i significati.
Qualche giorno fa, sono stata grata della possibilità, ricevuta in dono, di assistere allo spettacolo Iliade. Il gioco degli déi, una traduzione pop di alcuni miti omerici riscritta da Francesco Niccolini, con a drammaturgia del Quadrivio, il gruppo decennale di ricerca, formato dallo stesso Niccolini e da Roberto Aldorasi, Alessio Boni e Marcello Prayer che ne hanno curato anche la regia. Ho lasciato che mi perdessi in storie, in tempi e in luoghi sconosciuti, ritrovando poi, con chiarezza, i temi del tramonto dell’Occidente. Ho riconosciuto sulla scena, come specchiandomi, il mondo arcaico che ancora ci abita, dominato dalla forza e dal destino ineluttabile. Un mondo tenuto in ostaggio dai padroni, come dèi capricciosi, immortali e, quindi, infelicemente annoiati e vendicativi; infine, dèi smemorati, rimbambiti e incattiviti.
Siamo smarriti, dominati dalla paura, dalla ricerca insensata degli obiettivi prefissati, sottomessi al denaro e alla visibilità, ossessionati dai nemici inventati, dalle proiezioni di fantasmi interiori irrisolti. Siamo, come nell’Iliade, ancora in guerra, con noi stessi, con il prossimo, con le forze della natura, con la vita abusata proprio dall’onnipotenza pretesa.
Soprattutto, mi ha interessato il processo di decostruzione e di ricostruzione degli autori sul testo omerico. Dico, la fenomenologia della trasformazione che ho il privilegio di registrare, accanto alle persone in formazione. A teatro, la scrittura e il racconto accompagnano il processo trasformativo di ogni spettatore/trice, come una forma di analisi, un’autorivelazione. Gli attori e le attrici, dal primo all’ultimo respiro e urlo, erano stanchi/e e bravi/e.
Nel lavoro teatrale ritroviamo il senso, anche, della ricerca psicologica, della rilettura che spariglia le carte, che mostra prospettive sconosciute, che riduce in pezzi la storia di ogni essere umano e che la ritrova, in seguito all’analisi, con un senso nuovo. La vulnerabilità, tutta umana, è la forza autentica che ci consente di capire il copione iniziale e di riscegliere.
I confini non proteggono più, nei processi di grandi modificazioni, di migrazioni, di cambiamento climatico, di rivoluzione delle visioni legate alla sanità, al benessere, al lavoro. Non proteggono più le gerarchie, il potere del sesso, dei soldi, del sapere. Non proteggono più le categorie strette della forza muscolare, le difese e gli attacchi a oltranza sui social.
Anche nella psicologia avvertiamo gli strascichi di una cultura limitante, sterile e ripetitiva, trasmessa nei copioni patriarcali, trasversali ai generi. L’adorazione, l’adulazione, il culto dell’esperienza vissuta sono presentati in modo grossolano, con competenze vaghe, veloci e brevi. Il progetto è di continuare l’opera: outside e inside, fuori e dentro, il lavoro oscuro e quello luminoso, le periferie e i centri urbani, i tanti poveri e i pochi ricchi.
Il partire da sé è uno strumento di creazione della comunità familiare, sociale, aziendale, dichiarando la fiducia in una scrittura pedagogica e non didascalica. A ogni persona spetta il privilegio gioioso e faticoso della rimembranza, ricostruendo la vita e incontrando la rinascita. Come una pianta sessile, il tema relazionale è un elemento ancorato, una base che incrocia quella ambientale, economica e sociale. È un programma di pensiero e di lavoro che non prevede solo business e computer, ma predilige e facilita l’apprendimento ne las entrañas, nelle viscere, come dice Maria Zambrano. La filosofa ci ricorda come la pietà è saper trattare con il mistero dentro ciascun essere umano.
La psicologia si interessa di relazioni anche attraverso la scelta e la cura delle parole coniugate alla realtà e al vissuto personale. Il pensiero della differenza chiama politica del simbolico l’attenzione alle parole nelle interazioni, perché le parole sono politiche, di polis, e creano comunità.
Partire da sé e pensare assieme sono le pratiche politiche del femminismo delle origini che, con convinzione, assumiamo: significa pensare, creare, scambiare le storie per dire noi stesse/i e il mondo. Dalle parole che scegliamo di usare dipende la relazione e, di conseguenza, la stessa vita. Il linguaggio dei media scavalca le parole in superficie e inciampa nella visione basica di sottomissione all’algoritmo patriarcale, voluta dalla cultura virile, preoccupata di tenere tutto sotto controllo, di tracciare i territori e di rimarcare le identità di esseri razionali superiori.
Il linguaggio che usiamo è il termometro della relazione che abbiamo con la realtà. In Analisi Transazionale si dice che siamo nello Stato dell’Io Adulto. La teologa economista svizzera Ina Praetorius parla di competenza dell’esserci, riferendosi alla coscienza e alla conoscenza dell’abitare il mondo. Intorno alla scrittura avvertiamo il silenzio come il ritiro dalla prima linea e non come assenza: un pensiero più doloroso, indicibile velocemente e che solo con lentezza diviene parola scritta per le persone pioniere e apparentemente emarginate. Nel memoir, ci appassiona la gratitudine, la restituzione simbolica, il tenere assieme gli opposti disarmonici, senza inseguire la rivendicazione femminista.
Per fondare l’idea principale, il primo punto di questo nuovo lavoro, cediamo la pagina e la parola al critico e saggista Filippo La Porta; riprendo dalla premessa nel suo ultimo libro su Dante:
… Eppure il prossimo non sempre vuole essere aiutato da noi. Aspira fondamentalmente a una cosa sola: essere riconosciuto, nella sua unicità e pienezza, nel suo valore e nella sua singolarità. Desidera che gli diamo realtà, semplicemente per come è, non per come potrebbe o dovrebbe essere. A volte penso che nella pur nobile intenzione di rifare il mondo, di correggerlo e migliorarlo, da soli o con gli altri, si celi un invincibile narcisismo: il mondo alla fine risulterà (forse) migliore, ma soprattutto noi sappiamo che ciò avverrà per merito nostro! Al centro della scena insomma rimane il nostro io, infaticabile è indispensabile artefice, impegnato a praticare il bene full time. Ma siamo sicuri che l’altro desideri sempre essere trasformato da noi, e anzi che aspetti proprio noi per la sua sospirata redenzione? Proviamo allora a chiederci: e se invece l’unico vero obbligo morale fosse quello di lasciare l’altro com’è, di non interferire, di non provare – neanche per “il suo bene” – a emendarlo? E insomma di lasciarlo in pace, di non occuparci della sua felicità. Questo significa propriamente trattarlo come fine e non come mezzo.
… La scommessa etica si situa proprio qui: riuscire a stabilire una relazione simmetrica con l’altro, in cui ci sia influenza e ci si trasforma reciprocamente – come inevitabile – ma senza che questa trasformazione sia premeditata o risponda a un nostro “progetto” (più o meno esplicito). Incontrare l’altro nella sua unicità e dignità, senza pretendere di violarne il ritmo segreto, la sua incorreggibile natura, senza esercitare un potere (nemmeno quello che ci si trova ad avere casualmente), sapendo che solo ciò che cresce con il proprio ritmo è davvero reale. Il mondo umano consiste in una pluralità, e ciascuno è un microcosmo più o meno ordinato, con le sue leggi e i movimenti dei suoi pianeti (che non andrebbero mai alterati).
Filippo La Porta, Come un raggio nell’acqua, Salerno Ed., 2021
La diversità non è la giostrina facile e multicolore della sfilata televisiva. È, invece, la fatica di un conflitto che non finisce soltanto riconoscendo le ragioni, oppure dando la possibilità di parola. L’altro/a racconta una storia differente dalla mia, disturba, sconvolge, rimane inaccettabile e, ugualmente, ineludibile, necessario/a. Nessuna persona, durante gli incontri formativi, si salva dallo scandalo della diversità in sé e nel prossimo.
Il secondo punto, la seconda idea fondante, prevede l’analisi personale come base per vivere, nella visione antropologica, nelle metodologie autobiografiche e negli strumenti linguistici. Dire e scrivere la propria storia prevede una o più guide, filosofica, letteraria, psicologica; prevede la comunità e le parole nuove, non copionali. Se siamo in grado di rimanere il tempo che serve nel disordine, nel dolore e di raccontarli, possiamo salvarci dalla mancanza di senso. La filosofa Hannah Arendt invita a mantenerci aderenti alla realtà, a immergerci in essa, a guardarla vis à vis.
La terza idea su cui ci interroghiamo, riguarda la convinzione che la realtà si può apprendere e che in essa si impara a vivere: sfuggirla o crearne una fasulla e magica agevola la formazione di una struttura paranoica della personalità. Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più. (H.Arendt, Le origini del totalitarismo, Einaudi, Torino1951)
L’acquisizione del senso della vita passa attraverso il dolore dell’affondo, dell’oscurità, del sottosuolo e della ferita. La pesantezza di cui alcune persone vengono accusate, probabilmente è l’attrazione verso la ricerca, non fatale, non voluta dal fato, non predestinata, ma scelta, anche gioiosamente, come impegno originario, come professione. Il filosofo Spinoza parla di passioni gioiose e di passioni tristi: ci interessa iniziare da queste ultime.
Del processo di trasformazione dell’essere umano ci interroghiamo sulla morte che precede ogni nascita. Riflettiamo non tanto sulla memoria degli eventi esistenziali, per intenderci, non sulla storia della propria vita, ma sulle parole scelte per leggere l’esperienza, guidati/e in due o in piccoli gruppi. Il lavoro di analisi e di rivelazione di sé è una testimonianza, non prevede l’insegnamento o la predicazione. Oltre le onde movimentate in superficie, deve esserci un’inquietudine, un tormento, un malessere di base, alle origini dell’indagine psicologica e della viandanza che guidano giù, verso il buio dei quieti abissi.
È il contrario della resilienza. In latino, resilere significa rimbalzare, ma il male e il dolore non scivolano addosso e non ci lasciano immutati; nessuno riprende, in nessun caso, la forma precedente. È il contrario dell’elaborazione e della gestione del lutto. Semmai, proprio attraverso il male e il dolore, in compagnia di essi, riconcepiamo i significati e le modalità di vita. Non si tratta di diventare più buoni, ma di cadere nel proprio dolore e restarci, a ragionare.
Ritrovarci a precipitare, a indietreggiare non è un lavoro sulla via della popolarità, facile e leggero, non è un lavoro per tutti. C’è folla in superficie, una folla che sopravvive atteggiata alla vincita, al potere, al successo.
La recita della realtà impegna molti professionisti che eccellono nella scrittura, nell’insegnamento, ma che seguono, magari inconsapevolmente, la deriva verso psicologie assortite e malamente sintetizzate. Coltivare i pensieri più o meno chiari per me sola non basta più. A tal fine, vale la Comunità di Ricerca, come forma di assistenza al pensare condiviso.
C’è una lettera che amo più di altre di Gramsci a Tania, del 22 aprile 1929: La rosa ha preso una terribile insolazione: tutte le foglie e le parti più tenere sono bruciate e carbonizzate; ha un aspetto desolato e triste, ma caccia fuori nuovamente le gemme… A me ogni giorno viene la tentazione di tirarle un po’ per aiutarle a crescere, ma rimango incerto tra le due concezioni del mondo e dell’educazione: se essere roussoiano e lasciar fare la natura che non sbaglia mai ed è fondamentalmente buona o se essere volontarista e sforzare la natura introducendo nell’evoluzione la mano esperta dell’uomo e il principio di autorità. Finora l’incertezza non è finita e nel capo mi tenzonano le due ideologie. (Antonio Gramsci, Lettere dal carcere, Einaudi, Torino 2014, pp.95/96)
Fra l’intuizione e la direzione, fra la natura e la cultura, avviamo ragionamenti intorno alla memoria di sé, alla riscrittura del copione e alla ricaduta politica e sociale del lavoro di autocoscienza. Con la capitalizzazione del proprio tempo, la mente dell’essere umano contemporaneo dimentica i ritmi lunghi e la concentrazione richiesti dalla analisi di sé e dalla pagina scritta. Guardare gli episodi della propria vita con una lettura ampia e plurima nel qui e ora, riscatta dalla frustrazione del vuoto, redime dalla perdizione nevrotica. Non possiamo accumulare i ricordi sui social senza ri-esisterli con le parole espresse in condivisione.
Non ti disunire è l’invito rivolto da Antonio Capuano a Fabietto, nel film di Sorrentino, È stata la mano di Dio; ma siamo umani e, talvolta, rimaniamo disuniti in noi stessi e nelle relazioni. L’intento è ritrovarci, uniti e interi, dopo la disunione naturale, disunione di crescita, in quel che raccontiamo di noi e in come lo raccontiamo.
L’opposto di ogni dipendenza, di ogni vizio, di ogni patologia mentale non è la sobrietà, è la connessione, è il collegamento alla realtà. Dinanzi al prossimo, ogni persona dice di sé a sé stessa solo registrando e riconoscendo l’alterità, in presenza o in assenza. Ridire, rinominare segna il cammino di trasformazione. Ogni persona racconta in termini di apprendimento, di crescita, di passaggio fisiologico gli episodi che, per molti anni, hanno definito il suo errore, il fallimento, la colpa.
Contestualizziamo le scelte effettuate assumendone la responsabilità e tenendo conto di tutte le variabili sociali, economiche, culturali, casuali che concorsero al vissuto sgradevole di quella esperienza. La psicologia è formativa e, perché rimanga tale, riconosce e promuove la forza di ogni persona in cambiamento.
L’autobiografia filosofica dell’ultimo pensiero nietzschiano, può divenire il metodo di recupero delle storie personali e della storia. Il lavoro è ermeneutico, ma non è interpretativo, anche da parte di una psicologia che diviene territorio di giustizia e di forza, smettendo di strizzare l’occhio al dominio saccente. I frammenti di vita passata possono essere liberati da una narrazione differente e divenire condizione di comprensione, di perdono e di sapienza.
Scopriamo la profonda e originaria vocazione umana attraverso la consapevolezza come progetto di libertà, consegnandoci alla lettura di comunità. Rimangono lontane le parole del marketing, efficienti e senza storia, anzi, efficaci proprio perché mancanti del dolore che comporta la storia di ogni vivente. La ricerca rivela la parola che rimane, nel contesto reale.
In psicologia non credo esista l’ortodossia e, di conseguenza, lontana dalle tecniche accreditate, negli anni ho strutturato un pensiero differente, in una solitudine feconda, in una condizione pacifica. Gli interventi psicologici, spesso, rischiano l’addolcimento, il depotenziamento, la conciliazione, al fine di non turbare più di tanto il paziente, la cliente.
Negli incontri formativi, l’eccesso di prudenza non coincide con il rispetto, ma con l’effetto normalizzante, senza rischiare l’urto, nel terrore di offrire le parole forti e adeguate. La tesi che argomentiamo non prevede il raggiungimento di un benessere personale genericamente inteso, ma l’individuazione come strada da percorrere, per giungere a un progetto di vita, al progetto di sé, in presenza di altre persone. La pulsione autodistruttiva può guarire attraverso la relazione di éros.
Dunque, le scritture e le letture che ogni persona sceglie e condivide diventano un pre-testo per il lavoro di coscienza guidata di sé.





















