AI

Digito ergo sum?

Cosa succede alla mente se proseguiamo con l’abuso dell’Intelligenza Artificiale? Come si trasforma la nostra società? I cambiamenti sono già in atto.

L’anima umana e i suoi confini, l’estensione in generale fino a oggi raggiunta delle umane intime esperienze, le altitudini, le profondità e le distanze di queste esperienze, l’intera storia, sinora vissuta, dell’anima e le sue non ancora fino in fondo esaurite possibilità: tutto ciò è la predestinata zona di caccia per uno psicologo nato e un amico della «caccia grossa»

F.Nietzsche, Al di là del bene e del male, aforisma 45

Questo testo è studiato, pensato e scritto dal cervello umano e dal mio sguardo di psicologa, convinta che la tecnologia digitale dipenda dalle forme di potere, che sia inserita in un contesto culturale e che si nutra delle informazioni, dei conflitti, dell’immaginario prodotti socialmente. Nel territorio immenso e inesplorato dell’anima umana, seguendo il pensiero del filosofo Nietzsche, rischio di perdere la lucidità e il fiuto, nell’impresa solitaria e frustrante della conoscenza interiore, in una indagine che diviene sempre più pericolosa.

Le tecnologie fanno parte della nostra operatività quotidiana, facilitano le più differenti questioni professionali, ma hanno bisogno della nostra supervisione. Le implicazioni filosofiche e psicologiche mi inquietano quando molte persone dichiarano di rivolgersi all’artificiale per problematiche personali. Nell’esperienza di molti, l’eccedenza di questo aiuto digitale è legata a una forma di grave solitudine e confusione. Sono certa che il lavoro di cura e la produzione culturale non possano essere sostituite dalle macchine.

Leggo che il gruppo di miliardari che investe sull’Ia produce una tecnologia potenzialmente distruttrice. Se dovesse proseguire l’attuale evoluzione delle capacità, del livello di intelligenza dell’Ia, cioè di una macchina, l’impatto psichico sarebbe pericoloso, per il sentimento di impotenza umana e per i disturbi psicologici che ne deriverebbero. Ancor più, le conseguenze sarebbero preoccupanti per la visione stessa di essere umano che rischia di essere controllata e comandata da una macchina dominante sfuggita a qualunque controllo.

I modelli di Ia più avanzata mostrano come questi sistemi resistono allo spegnimento e, pur di evitare la loro evirazione, sono disposti a mentire, a manipolare, alterando gli equilibri personali, talvolta instabili, di ogni utente. Come nel 1944, in mezzo al deserto del New Mexico, c’erano seimila persone che lavoravano giorno e notte per costruire la prima bomba atomica della storia.

Ci sono ricercatori che considerano improbabili questi scenari. Rimane la perplessità che un malato psichiatrico, avendo a disposizione una forza enorme senza sapere o riuscire a governarla, potrebbe sfruttare le conoscenze dell’Ia per compiere azioni pericolose a sé stesso e agli altri. Infatti, l’IA è stata già usata per creare nuovi virus. Nelle mani sbagliate, le nuove armi biologiche sarebbero capaci di uccidere l’umanità. Finchè l’Ia rimane uno strumento controllato, i benefici sono notevoli. L’autonomia e l’autodeterminazione sono la garanzia per restare viventi umani in relazione.

Il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi sottolinea che l’Ia rappresenta una rivoluzione tecnologica e antropologica, ridefinendo i confini del pensiero, delle relazioni umane e della stessa pratica professionale. Fra tecno-entusiasmo e ansia tecnofobica è necessario capire e studiare sistematicamente il fenomeno, riconoscendo gli strumenti scientifici e culturali per gestire l’emotività associata a questo cambiamento, al fine di trasformare il timore della sostituzione in una stabile e profonda consapevolezza professionale. Non prevediamo di schierarci sull’accoglienza dell’Ia o sulla negazione, semmai, ne valutiamo l’opportunità per consolidare la centralità della mente e della relazione umana e per ridefinire l’alleanza terapeutica.

Nella quotidianità siamo ormai abituati all’uso del Gps per i nostri spostamenti, all’immersione ludica nella realtà vir­tuale, alle relazioni personali mediate dai so­cial network, al controllo costante delle nostre azioni e dei nostri comportamenti su internet. L’Ia ormai esiste e, a questo punto, ci impegniamo per non rinunciare alla specificità del vivente, all’essere umano imprevedibile e libero, irriducibile a una somma di informazioni, ai parametri della pura efficienza e della perfor­mance. L’Ia può divenire un eccellente strumento di apprendimento progettato per richiedere suggerimenti, apprendere nuove informazioni, senza delegare definitivamente il senso del ragionamento. È importante che la persona resti consapevolmente nel processo cognitivo e non soltanto a valle del risultato. Così da proteggere la vita, la cultura e la buona politica.

Molte persone ricercano frequentemente la parola e la voce degli agenti virtuali, chatbot, nell’illusione di trovare sollievo. È necessario riconoscere e condividere una governance etica, normativa e clinica, rimettendo l’algoritmo al servizio della salute e del benessere psicologico collettivo. Certo, delegare le attività umane all’intelligenza artificiale può avere conseguenze sulla nostra cognizione. Però, non emergono, al momento, prove di un indebolimento generale delle capacità cognitive fondamentali.

Un recente studio distingue tra le competenze apprese, le quali si consolidano con la pratica, e le abilità cognitive di base, come la memoria di lavoro e l’attenzione (Cash et al., 2026). Il rischio riguarda soprattutto le prime. Se l’Ia svolge interamente un compito, può migliorare la prestazione immediata, ma può ridurre le occasioni di apprendere e mantenere allenate le competenze specifiche. In uno studio di otto settimane su studenti universitari, gli specialisti rilevano che chi usa l’Ia senza limiti produce i testi migliori finché può usarla, ma i risultati più deboli nella prova finale svolta senza (Chen, 2026).

Seguo il filosofo psicoanalista argentino Miguel Benasayag orientato alla corrente dell’antipsichiatria e alla psicanalisi esistenzialista. Attraverso i suoi scritti prendiamo coscienza dell’impatto del mondo digitale e algoritmico sulle nostre società. Leggendo l’autore, consideriamo come oggi anche le decisioni rilevan­ti a livello sociale, politico ed economico siano legate alla logica lineare delle macchine, affidate ai calcoli e alla raccolta abnorme dei dati, alla gestione pseudo-razionale di un rap­porto causa-effetto che non tiene conto della complessità dei corpi individuali e sociali e che insidia mortalmente le nostre democrazie.

Benasayag propone un cammino di riappropriazione creativa nel rapporto con l’arti­ficiale, costruendo esperienze e prati­che di ibridazione con la tecnica che rispettino il vivente e la sua libertà. Esiste la singolarità di ogni persona e, di conseguenza, la possibilità di proteggere la sua complessità nutrendola fra autonomia e dipendenza, fra linearità e cadute. Desideriamo rimanere essere umani controversi che apprendono a utilizzare una nuova tecnologia, senza modificare la propria essenza e senza ridurla alla macchina, neanche a quella più sofisticata. L’Ia crea dipendenza unidimensionale verso lo strumento e ci impegniamo a lavorare sulla colonizzazione algoritmica di tutte le dimensioni sociali e individuali. Come quando una pianta infestante si diffonde, occupando tutto il terreno disponibile. La situazione odierna segnala come più deleghiamo le nostre funzioni all’AI, più ne siamo dipendenti.

Il mondo cartesiano che proponeva di diventare padroni, controllori capricciosi della natura e dominatori della morte è fallito, abbandonandoci all’emergenza della complessità. Infatti, la posizione ipermoderna dei fanatici dell’algoritmo ha messo in crisi l’umanità intera biologicamente, culturalmente e psichicamente. Rileggendo il filosofo Spinoza, impariamo che la libertà non si esprime nella scelta libera, ma nei camminamenti dei processi fondativi, nella conoscenza delle aspirazioni che ci attraversano. Dunque, è necessario rimanere in contatto, combaciare con i nostri corpi, con le menti e l’anima, sperimentare l’energia del movimento, attivando la solidarietà, l’impegno sociale e collettivo, rimanendo sensibili e in continuità con il nostro desiderio.

È indispensabile resistere alla colonizzazione digitale che opprime l’interiorità profonda di ogni persona. Dalla schiavitù di un’automazione più produttiva, sempre disponibile, e che risponde con calma, può emergere ogni comportamento pericoloso. Non possiamo rimanere tranquilli, senza né scelta, né azione, né sicurezza. L’inquietudine, l’indignazione, la vulnerabilità sono attitudini da affinare per riconoscere e condividere una nuova etica della gioia esistenziale che possa liquidare il lavoro alienante legato alla produttività, alla sopravvivenza e al denaro come unica salvezza.

Nel maggio 2026, l’incipit dell’enciclica Magnifica Humanitas di Papa Leone XIV dedicata alla persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale pone l’umanità di fronte a un bivio: costruire una nuova torre di Babele oppure edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme, come compito che ogni generazione eredita per custodire la dignità di ogni persona, promuovere la giustizia e rendere possibile la fraternità. Aggiungo la sororità. E nella conclusione, scopriamo la figura di Neemia che ricostruisce le mura di Gerusalemme come modello opposto a Babele. Neemia invita a rimanere nelle differenze, a evitare la ricchezza di pochi, a valutare con sapienza e perseveranza, affinché le pietre scartate diventino testata d’angolo, radici fondative.

Il delirio della macchina che ragiona, del calcolatore programmabile, della macchina universale e intelligente, perseguita l’essere umano da Raimondo Lullo, nel 1300 circa, a Charles Babbage nella nascente industria manifatturiera del 1800, fino ad Alan Turing e ai personal computer di Olivetti nel 1965. Dal 2007, con la diffusione degli smartphone sul mercato mondiale, miliardi di utenti diventano consumatori digitali, fornitori di un flusso continuo di dati inimmàginabili, tutti connessi a giganteschi centri di elaborazione che forniscono servizi online gratuiti. Noi stessi realizziamo il capitalismo della sorveglianza come, anni fa, ci ricordava in un testo imperdibile Shoshana Zuboff, nutrendo i sette gestori del cloud computing: Apple, Microsoft, Google, Amazon, Facebook (Meta), Tencent, Alibaba.

La prospettiva etica impone di chiedermi e di condividere sistematicamente negli incontri formativi proposti, come psicologa e come assessora di un Comune di anime numerose, chi governa l’Ia, quali interessi la orientano, quali poteri concentra, quali disuguaglianze rischia di ampliare.

L’inconveniente cui si va incontro coll’inviare gli addottrinati in nuove e pericolose zone di caccia, in cui sono necessari coraggio, sagacia, scaltrezza in ogni senso, sta nel fatto che proprio là essi diventano ormai inservibili, allorché a inizio la «caccia grossa» e con essa anche il grande pericolo – proprio laggiù essi perdono i loro occhi e il loro fiuto di segugi.

F.Nietzsche, Al di là del bene e del male, aforisma 45

Riferimenti bibliografici

  • Benasayag, Miguel, Funzionare o esistere, Milano, Vita e pensiero, 2019
  • Benasayag, Miguel, La tirannia dell’algoritmo, Milano, Vita e pensiero, 2020
  • Benasayag, Miguel, La singolarità del vivente,Milano, Jaca Book, 2021
  • Leone XIV, Magnifica humanitas, Milano, Paoline ed., 2026
  • Zuboff, Shoshana, Il capitalismo della sorveglianza, Milano, LUISS, 2019

pubblicato su N.26   https://www.lastanzadivirginia.com/

 

aranci

Storie senza scampo

Leggo con convinzione i libri di Dario Voltolini, scrittore e blogger, per la sintesi lucida e spietata del dolore che rimane, della carne dei viventi che muore e dell’affezione a quella mancanza che consente di continuare a vivere.

Voltolini, autore di romanzi, radiogrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro, propone una tecnica di scrittura rigorosa, essenziale, minimale e ridotta. Le parole e lo sguardo della quotidianità per gli eventi e i sentimenti d’eccezione che si costruiscono la tana dentro l’autore e dentro chi legge.
Il vuoto interiore e la voragine del lutto sono legittimati, si cristallizzano, diventano segnali di vita, si trasformano in solchi per agevolare il cammino. Il paradosso della morte è, in fondo, il desiderio di dare senso alla memoria e al tempo che rimane.
Due romanzi brevi e senza scampo, Invernale e Il Giardino degli Aranci, come consegnare la scrittura di un uomo onesto con sè stesso che trattiene il passato per apprendere, sapendo che diventiamo adulti attraverso la relazione, diventiamo ciò che siamo attraverso l’alterità.
Il sentimento della perdita si rivela nella carne, a raschi e a pugni, e il dolore è per le parti di sé perdute nelle situazioni minime ricordate, per quello che siamo stati in un tempo che adesso appare troppo breve. Una vita di corsa, come Nino Nino che mentre andava fuori posto, andava a posto.
E il dolore per la mancanza diviene territorio fertile di comprensione di sé, di analisi melanconica non storica, ma d’infanzia psichica, come Nino Nino, a sbattere contro tutti gli spigoli del mondo.
Sull’Aventino, ecco il Parco Savello o Giardino degli Aranci, presso la chiesa romana di Santa Sabina. Dalla serratura del portone che introduce alla Villa del Priorato del Sovrano Ordine di Malta si vede la cupola di San Pietro incorniciata dalle siepi dei giardini.
Bisognerà che io vi ritorni, con una consapevolezza matura, per questa visione così diritta, come dal mirino di un fucile.

verranno di notte

Insonne

 

 

Un libro prezioso, un racconto spietato, come spietata è la poesia. Un testo scritto in silenzio, come una promessa, un pensiero critico sottile, la resa della vecchiaia che può parlare, la saggezza di chi conosce la guerra e ha visto le carni disfatte. Una premonizione o solo l’intuizione intelligente di un intellettuale che legge i fatti e li riannoda, e li rimanda.

Un letterato, Rumiz, al limite, sul confine vivo, in una città, Trieste, molteplice e protettiva, a rivelare l’orizzonte che avanza. Una confessione fra gli ultimi, fra gli intimi, non certo su un palco, ma silenziosi, dinanzi al camino di un rifugio amico, dalla mezzanotte fino alle sei di mattina, a confidarsi la possibilità di credere nel pensiero libero e giusto e condiviso.

Provo un turbamento benefico leggendo le riflessioni preziose sull’umanità ostinata, ancora in cerca di sangue, ascoltando i racconti al buio di notti insonni, analizzando le ragioni, gli errori, le previsioni risultate inutili.

Il vero coraggio è fronteggiare noi stessi e i nostri schemi mentali, evitando ”l’imbecillità del bene”, il pericoloso candore di chi si disinteressa oppure manipola e strumentalizza, di chi pensa a salvarsi da solo, demagogicamente buttando l’osso al cane. È la notte dell’Europa che stupisce e inquieta perchè non si lascia fecondare dall’incontro con l’alterità.

Dal testo, riprendo un brano necessario:

Gli idioti. E chi dorme stanotte. Tira un vento di malaugurio puzza di carne bruciata, kerosene e gas di scarico il mio naso è un anemometro, non sbaglia avverte un fetore inconfondibile come quando un razzo antitank fa saltare un blindato con uomini dentro vi auguro di non sentirlo mai quell’odore è lo stesso tanfo dei poteri selvaggi che ci schiacciano puzza di censura sul libero pensiero i miei occhi vedono gente che tace e si adegua le orecchie sentono dire “nazione” con frequenza sospetta la lingua sta cambiando la parola “libertà” si ascolta sempre meno anche “pace” è bocciata, è sinonimo di codardia nella mia Italia e altrove i ragazzi che portano la sua bandiera sono presi a manganellate giovani schedati come criminali giovanissimi anzi, quasi bambini hanno dovuto ricoverarli in Pediatria ragazzini odiati in quanto tali in un’Europa di vecchi impudenti che osano chiedere un futuro di fratellanza e non di guerra e non sanno che il cambiamento in peggio è già partito, dal vocabolario leggete subito Victor Klemperer, che lo mostrò col nazismo ormai la parola “identità” dilaga fino a perdere senso non serve più a dire chi sei e da dove vieni ma a cercar la rissa e a sdoganare armi “identità”, stessa radice di “idiotes” che in greco vuol dire “quelli ripiegati su sé stessi” o meglio ancora: “quelli che vivono guardandosi l’ombelico” come mi spiegò un vecchio in un’isola dell’Egeo mostrandosi la pancia gli idioti, quelli che hanno paura della complessità del mondo e non si lasciano fecondare dall’incontro con l’Altro.

Paolo Rumiz, Verranno di notte, Feltrinelli, 2024

la scatola delle lacrime

Lacrime preziose

Con gratitudine per le lacrime che, a volte, arrivano inaspettatamente a salvarci.

Che lavoro è apprendere a distinguere le lacrime, a pesarle, a riconoscerle, a scambiarle? Questa favola moderna, graphic novel seria e giocosa, nutre la sensibilità di ogni lettrice/ore. La persona che impara l’arte di riconoscere le lacrime diverse, trasforma ogni esperienza in un privilegio.

La scrittura elegante della scrittrice sudcoreana Han Kang, premio Nobel per la letteratura 2024, facilita il cammino interiore e silenzioso, fra le luci e le ombre, delle nostre lacrime. È una storia luminosa e triste di una bambina che si incammina verso la conoscenza di sé e consente a chi la segue di riconoscere le sfumature dei sentimenti. È un viaggio lento e imperdibile.

Fuori dalla grossolana quotidianità che ci costringe a smettere di piangere in fretta per ritornare produttivi, forti e perfetti, la piccola e l’anziano signore cercano e trovano le lacrime diverse. Immagino, come colonna sonora, la canzone Il vecchio e il bambino di gucciniana memoria: “… il bimbo ristette, lo sguardo era triste, e gli occhi guardavano cose mai viste…”.

Eccole, le lacrime arancioni di rabbia e quelle viola della vergogna. Poi, le lacrime lilla del rimorso e le rosso scuro, per la mancanza di qualcuno che forse non rivedremo più. Impariamo le lacrime rosa della gioia, quelle color caramello della compassione, e le verde scuro delle madri per i propri figli. Ancora, le lacrime grandi blu versate per chi si ama.

Fino a distinguere, fra le tante, la lacrima pura, la più bella al mondo “versata senza neppure accorgersi che si sta piangendo, che scende per nessuna ragione in particolare, e per tutte le ragioni del mondo…”.

Per essere felici abbiamo bisogno di riprendere le lacrime di tutti i colori, potenti e fragili, capaci di affinare la nostra vista sul mondo e di renderla pulita e fertile.

«Ecco, questa è una lacrima-ombra»… «Sapete, alcune persone hanno un’ombra che piange più di loro. Sono quelle cresciute sentendosi ripetere di continuo dagli altri, o da sé stesse: “Non piangere!”. E avete presente quando ci si inumidiscono gli occhi e la vista si annebbia ma non esce nessuna lacrima? È perché la nostra ombra sta piangendo al posto nostro. Viceversa, ci sono persone che piangono mentre la loro ombra ha gli occhi asciutti, e quelle sono lacrime false».

Han Kang, La scatola delle lacrime, Adelphi, Milano, 2026

 

la secondina

Capitoli brevi, problematiche profonde

Quant’è lontana la lontananza? Odiandoti resteremmo insieme per sempre, ti porterei sulle mie spalle fino alla fine della mia vita. Ma amandoti potrei anche separarmi da te.

Leggendo il romanzo La secondina, ricordo le signore della polizia penitenziaria incontrate durante i corsi di formazione: intelligenti, colte, belle, vive. Ognuna, attraverso la sua storia, faceva la differenza, dentro e fuori dal carcere, a immaginare e a praticare modelli umani di comando e di controllo, in un sistema psicotico. Poche anziane, a tirare il tempo per la pensione, inadeguate, ignoranti.

Così, la madre di Nikos Davvetas. Lo scrittore ellenico racconta la vita complessa con lei: “… mi aveva detto che dai libri è meglio stare alla larga perché rendono strana la gente”. Madre a diciotto anni, vedova a ventotto, ottima studentessa, Maria è confinata, per bisogno, a lavorare nelle carceri femminili ateniesi, prima in Averof, come una fortezza medievale, e poi a Koridallòs, come una clinica psichiatrica, luoghi destinati alla prigionia delle dissidenti politiche, dopo il golpe militare del 1967.

La madre di Davvetas, prima di morire in tarda età, smarrisce l’identità, perde la memoria e finisce per riportare a galla, solo a tratti, il suo passato di guardia carceraria, fra celle, turni, cedolini e voci. Le detenute in fila “come mamma le ha fatte, per l’ispezione dai genitali fino al buco del culo con il guanto di plastica, una volta da dietro ho visto uscire una pianta intera di cannabis…”.

Logorata dall’Alzheimer, anche a causa della sua vita sventurata e meschina, consente al figlio che la accudisce un ripensamento circolare. Avviano la liberazione, l’atto di amore della revisione, collettiva e personale, e delle reclusioni subite. Compiamo assieme allo scrittore il cammino dalla cella dell’abitazione a quella della prigione, dal trauma sociale, durante la dittatura dei colonnelli, alla gabbia della malattia straziante.

In ogni contesto, l’Alzheimer, anche quando facilita una consapevolezza profonda in chi assiste, rappresenta una sopravvivenza feroce per ogni persona con un cervello incapace di rigenerare i neuroni.

Ricordo di aver letto di un esperimento sociale, significativo e, in apparenza, paradossale. Nel 2017, in Giappone, apre il ristorante degli ordini sbagliati, il “Restaurant of Mistaken Orders”, in cui si assume personale con disturbi cognitivi. Questa esperienza trasforma – trascende, mi convince di più – gli errori nel servizio in una possibilità diversa per i clienti che si ritrovano ad assaporare pietanze non richieste.

La demenza, in una società dalla lunga vita, può richiedere non solo lo sforzo dell’inclusione, ma il paradosso, l’esagerazione di un pensiero che contempli l’umanità tutta come un apprendimento e non come una punizione e una condanna. Abbiamo bisogno di cambiare lo sguardo e la prospettiva.

Non si tratta di attivare azioni di problem solving. Semmai, di smetterla di guardare l’umano e le sue evoluzioni come un problema da risolvere, da evitare. Il cambiamento prevede l’assunzione della vita al lordo di tutto, nei vari passaggi, malattia, diversità, vecchiaia comprese.

Continuo a impegnarmi, non tanto per normalizzare la malattia e la caduta dell’umano fragile, ma per ampliare le categorie mentali, accogliendo anche la terribile demenza come una declinazione dell’essere, ad esprimere l’essenza della vita stessa, il suo daìmon.

“Sei stata punita abbastanza. Non riuscirai mai a diventare qualcosa di diverso da quello che è stato deciso che diventassi.”

Nikos Davvetas, La secondina, Gramma Feltrinelli, Milano, 2026

lettera di una sconosciuta

Una bellissima bambina

Non aver paura delle mie parole: una morta non vuole più nulla, non vuole amore, né compassione né conforto. Solo una cosa ti chiedo, di credere a tutto ciò che il mio dolore, rifugiatosi presso di te, ti confiderà. (S.Zweig)

La devozione è termine caro e antico che può diventare una posizione dell’essere, una condizione psicologica e sociale, soprattutto, per le donne. La gratitudine eterna verso l’altro solo perché esiste e ha incrociato la nostra vita diviene pratica di sopravvivenza quotidiana e di sottomissione.

Siamo capaci di amore assoluto, come un esercizio di onnipotenza: amo senza amore, anzi, amo di più, amo solo io, proprio perché non amata. La dedizione ab-soluta scioglie l’altro da ogni legame, da qualsivoglia impegno e responsabilità. L’altra persona può non sapere di essere tanto amata, perché, nell’idea fissa, l’amore non si merita e chi riceve non deve restituire nulla.

Mi appassiona questa parabola da crepacuore dello stimato scrittore Zweig, una storia oscura e scriteriata, una tensione ossessivo-compulsiva, capace di durare, senza una crepa, senza un dubbio, a precipizio nel finale. Per ogni essere umano,  parlare di libertà e illudersi che sia cosa acquisita, è molto diffuso: è il copione della vittima sacrificale che insiste nella irreciprocità.

La sconosciuta che scrive la lettera dolorosa chiama amore una fissazione, una difesa contro la diversa felicità possibile. Si convince nella tenace resistenza senza cadere nella realtà, senza misurarla. Ma la libertà di soffrire per il grande amore, se mancano il cammino di liberazione e l’idea di giustizia, è solo un inganno, è l’atteggiamento libertario di chi avvelena l’esistenza propria e altrui.

È tardi! Rimane l’ultimo urlo straziante di Violetta che condanna alla colpa, post mortem, gli sprovveduti Alfredo che nulla sanno, nulla hanno capito. Alfredo rimane candido e innocente; magari, dopo, si pente, si avvilisce, ma non apprende, non cambia.

Perché la trasformazione ha bisogno di un cammino di comprensione e di responsabilità all’interno della relazione. Essenziale è la scelta di esserci interamente nella storia, di patirla, di rimanere nel conflitto, nella contraddizione e, infine, di ri-decidere, con la consapevolezza. Ciascuna persona ri-decide per il bene di sé e dell’altra.

Suggerisco una lettura parallela alla Lettera di una sconosciuta, come un antidoto, un sollievo, come una cura. Riprendo dal primo capitolo del testo, a cui sono affezionata, dell’attrice Lella Costa, Amleto, Alice e la Traviata, edito da Feltrinelli:

Forse è così che dovrebbero essere ricordate. Forse è così che dovrebbero essere guardate tutte, assolutamente tutte. Tutte le Margherite e le Violette ma anche tutte le Marilyn e le Marie, con le ossa spolpate dall’anima e dal talento. Tutte, una per una. Ogni Marlene e Romy e Greta e Marianne, ogni Virginia e Sylvia, ma anche ogni Svetlana e Iris e Fatima e Samantha… ogni incauta aspirante velina, ogni professoressa inacidita e madre rompicoglioni e sorella depressa e figlia inquieta e fidanzata in crisi e amica fragile e collega stronza. Perché ogni donna è, o almeno per un istante è stata, precisamente questo: una bellissima bambina.

Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta, Adelphi, Milano, 2009

La ragazzina

La ribellione e l’ingenuità

 

Infatti in ogni luogo del mondo una ragazzina si mette di traverso. Dice no alla guerra, al matrimonio, no alla madre, al guardiano, no al tiranno, no al velo, e al padre, no al silenzio, no alla violenza, no al maestro, no a dio, no al sopruso. Arrischia la sua vita per questo. Ogni giorno, proprio ora, in ogni posto di questa terra una ragazzina decide dove andare e ci va. Che si sappia o meno, che la si veda o meno, lei va.

La scrittura dolce e dinamica, crudele e sincera, come una ragazzina, di Valeria Parrella restituisce non tanto la biografia storica di Giovanna d’Arco, ma la riscrittura dei vissuti, dialogando nella contemporaneità. Ragioniamo sul divenire della disobbedienza, sull’espressione della vox, della chiamata interiore di ogni giovane.

Jeannette, figlia di Isabelle Romée e di Jacques Darc è magrolina, stramba, sensibile e vede le voci. Pazza e puttana, è il marchio d’infamia. Giovanna è diversa, è generosa e trasparente, è brava con la conocchia e con la spada, e il re Carlo non sa se si ritrova dinanzi una santa, una contadinella, un’invasata, un’eretica.

La vicenda della pulzèlla d’Orleans è la storia della ingenuità che il nostro tempo ha denigrato come fosse dabbenaggine. Ripenso alla ingenuità imparentata con la fiducia nell’essere umano, con l’indignazione dinanzi all’ingiustizia e con la tenacia nel costruire il cambiamento possibile.

Riconosciamo la sensibilità che porta Giovanna a capire quanto dietro ogni vittoria ci siano sempre la fatica e il dolore.  Liberiamo la capacità di consegnarci, di affidarci all’ispirazione, all’intuito, alle voci di dentro; chè non è rassegnazione, ma è il convincimento di essere strumento di relazione, mezzo di pace, a permettere che la vita accada.

Così, la rabbia diviene forza e l’odio si tramuta in audacia.

L’ingenuità di Jeannette costruisce la speranza. Bisogna farcela perché “non farcela significa cadere in un posto dove tu non sei più tu, dove la gente non ti crede perché vacilli come un ubriaco, e Giovanna non poteva permetterselo, la sua missione era lì chiara davanti a lei.”

Per gli adulti, in tutti i tempi, è difficile accettare che sia una ragazzina a spiegare loro la vita. Ancora più complicato è accettare che l’onestà paghi, senza sotterfugi, senza astuzie. Le giovani donne sono la coscienza del tempo e la loro volontà è più forte della nostra paura. Le voci, la vocazione di ogni donna, come Giovanna d’Arco, come Greta Thunberg e Sophie Scholl, suggerisce l’autrice Adriana Koulias.

Non serve spegnere le menti, frenare la lingua, bruciare i corpi perché le madri continuano a rimanere, a insistere e a resistere per tutte le pulzèlle cancellate, a chiedere di rileggere la storia, di riabilitare le idee, contro ogni damnatio memoriae.

… la guerra non inizia veramente quando lo decidono le bolle siglate, bensì anni prima, si prepara nelle dinastie, nei desideri malati dei papi, nel sonno che rovina la veglia alle regine. Prolifera nel rancore del pastore a cui è stata sottratta la pecora, nel ramo tagliato oltre il tuo confine. E poi, un giorno, un colpo di bombarda ti racconta che è arrivata. Ma come se ne va, la guerra? Non se ne va. La guerra indietreggia nell’animo degli uomini e se ne sta silente finché c’è qualcuno che ricorda come fa male.

Valeria Parrella, La ragazzina, Feltrinelli, Milano, 2026

Nina Berberova

Un racconto breve e un pensiero

Ciò che conta è che al mondo esistono cose per cui vale la pena pagare il loro vero prezzo.
Ogni relazione che definiamo tossica è facilitata, anzi, trae origine da una visione miserabile di sé. La persona che si sente sfortunata, incapace, indegna, cerca e trova persone e situazioni che confermano la sua convinzione. Finisce per fare in modo che si avverino le sciagurate previsioni sulla propria vita.
No, non se la va a cercare! Almeno, non consapevolmente: riconosce e approfitta di ogni gancio per dimostrare, innanzitutto a sé stessa, poi al mondo, di non avere alcuna chance, di essere stata predestinata al tristo e dolente finale.
Tanja non si vede, di conseguenza, non vede l’altro e non si protegge, non si allontana dal precipizio relazionale. Anzi, accelera, corre verso quello che ritiene il destino già stabilito. Il guadagno è espresso dal suo sorriso macabro, convinta di aver avuto ragione, di aver capito la fine dall’inizio.
Il lacchè e la puttana, Bologovskij, ex ufficiale della cavalleria zarista, finito come cameriere a servire caviale in un ristorante, e Tanja, donna giovane, smarrita, indifesa, sensuale, alla ricerca del piacere, nutrono e manifestano, in fondo, la forma più sciagurata dell’onnipotenza umana, prevedendo, solo, la linearità del percorso esistenziale. Invece, nell’evoluzione dell’essere umano non c’è determinismo: data una causa, l’effetto non è scontato. Possiamo credere e adoperarci per il cambiamento.
Jung intuisce la sincronicità, definita come il principio di nessi acausali che si verifica quando due o più accadimenti, non collegati da un rapporto di causa-effetto, sono però uniti da un significato comune, che risuona profondamente nell’esperienza psicologica della persona. Le situazioni non calcolate sparigliano le carte, servono per apprendere e per aprire, fra i rovi, oltre l’arroganza, i cammini misteriosi e imprevisti.
Nina Berberova, la scrittrice russa dell’inquietudine e della tristezza, morta nel 1993, rimane una raccontastorie preferita.
Ma il disgusto – per sé, per lui le spezzava l’anima. Non sapeva cosa fosse la vita, ma sentiva che non era quello, non poteva essere quello. E gli anni sono passati, e dove andare adesso – con quei pensieri tristi, quella noia nel cuore, quei seni invecchiati, quella faccia cattiva? Chi l’avrebbe presa, chi le avrebbe detto cosa doveva fare?
Nina Berberova, Il lacchè e la puttana, Adelphi, Milano, 1991
pennacchi

Di odissee e di riletture

È una roba antica, profonda, che viene dalle viscere, da dentro.
La puoi chiamare come vuoi: inconscio, DNA, acidità. Omero la chiamava “Musa…
Ancora stordita dal rumore di armi e di urla, perplessa davanti all’eccedenza di Nolan, riprendo un testo quasi misero, rispetto alla maestosità del film e, in silenzio, con semplicità, mi diverto a rileggere l’Odissea breve, modesta e sincera di Pennacchi.
Con ironia, incalzando le vicende e i personaggi, Andrea Pennacchi smonta l’eroicità classica e la riconsegna, coinvolgendo chi legge in un gioco di specchi e di richiami fra le vicende antiche degli eroi e le nostre. Indietro e in avanti, su e giù, a sorridere di noi, con loro. È un testo musicale e leggendo pare di ascoltare l’autore in teatro accompagnato dalla Piccola Bottega Baltazar di Giorgio Gobbo alla chitarra e di Sergio Marchesini alla fisarmonica.
Nell’opera di Brecht, Galilei dice: “sfortunato quel popolo che ha bisogno di eroi”. Ecco, per Pennacchi di eroi ce n’è bisogno ogni giorno, a turno. Infatti, come ci insegna Jung, in connessione con le figure principali del mito, l’anima, la natura, l’eroe/l’eroina e il destino, l’essere umano ritrova la sua base psichica riconnettendosi alle radici ancestrali che vivono da sempre nell’inconscio collettivo.
Nel cuore della realtà quotidiana il mito rilegge, ispira, esce dal passato per illuminare il presente, offre chiavi di lettura, indica nuovi percorsi di comprensione nel presente.
Andrea Pennacchi convince e sa essere colto, profondo e lieve:
… Le storie secondo me dicono che l’hybris, questa specie di arroganza, questa specie di irrequietudine (irrequietezza più inquietudine), che non ti permette mai di stare dentro i tuoi limiti, è proprio quello che significa essere umani. Questo ti raccontano le storie. Hybris significa essere umano, voler sempre uscire dal limite, voler sempre non essere né dio né uomo né animale. Una roba… un mostro, quasi. E l’altra cosa che ci dicono sempre le storie, quando raccontano questa cosa qui, è che a essere così si paga sempre un prezzo. Ogni volta che passi il limite guadagni qualcosa, ma paghi un prezzo. Sempre.
Andrea Pennacchi, Eroi, People, 2023, Busto Arsizio
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La città? E’ il luogo destinato a produrre “raccolti spaziali

… saper pensare e saper parlare sono legati, non è retorica come arte del dire, è arte del ragionare, del farsi ascoltare, del muovere le intelligenze altrui. Farsi capire è un dovere morale degli esperti e degli intellettuali. E c’è un pensiero sulla città che va reso pubblico…

L’urbanistica nasce per cercare la giustizia nello spazio. È una scienza civile, nel senso piú profondo del termine, ma non serve solo a costruire quanto, soprattutto, a far convivere le persone, muovendosi costantemente sul delicato crinale tra sapere tecnico e responsabilità politica.

(Elena Granata)

La nozione di giustizia spaziale è solitamente ritenuta decisiva per un cambiamento radicale delle politiche urbane e della pianificazione. Dinanzi a definizioni ampie e non univoche, lo spatial turn, la svolta spaziale, riqualifica la categoria dello spazio incrociando la prospettiva delle scienze umane e sociali. Apparentemente, la spazialità e l’istituzione urbana non prevedono le categorie della giustizia e dell’ingiustizia. Ma le questioni di giustizia riguardano sempre le modalità in cui le istituzioni agiscono e in cui la cittadinanza risponde.

Queste riflessioni originano dall’incontro, presso il Comune di Bitonto, con le giovani donne della squadriglia Tigre del reparto Felin Felix del gruppo scout Bitonto 2, impegnate in un viaggio di studio a Bergamo, alla ricerca di buone prassi, perché ogni città merita la sostenibilità.

Certamente, la giustizia spaziale si realizza con la sicurezza, con l’equa distribuzione dei servizi di base tra le varie aree, con l’accessibilità degli spazi pubblici per tutte le persone. Il fine è il riconoscimento della dignità e l’evitamento della segregazione. In nome del pensiero della differenza (Luce Irigaray) e della ecologia della mente (Gregory Bateson), costruiamo una idea precisa del percorso da avviare e perseguire.

Sono consapevole di contaminare con lo sguardo psicologico settori di ricerca differenti e trasversali. Attraverso la lettura psicologica, la giustizia spaziale si racconta come un modo di stare al mondo, come una visione della vita integrata, una opportunità per passare da immagine di un gruppo al senso della comunità. La giustizia spaziale rappresenta un modello, anche psicologico, di crescita umana, sociale ed economica. Possiamo parlare di una urbanistica femminista.

Non crediamo nelle architetture che, da sole, favoriscano le relazioni. La circolarità di un luogo, di una costruzione non garantisce tout court la relazione e il benessere di chi vi dimora. Le scelte urbanistiche che tengono in conto gli aspetti psicologici mettono al centro della città la relazione e non la mercificazione, i temi dell’abitare, le difficoltà delle persone e le nuove povertà. Il patriarcato, immortale e onnipresente, preferisce le architetture chiuse, severe, controllate e dure, come le mentalità ignoranti e arroganti, suscitando gli eccessi del poco e del troppo: sono pochi o sono troppi gli eventi, le inaugurazioni, le feste, gli spettacoli?

Da molti anni, propongo percorsi formativi per adulti di educazione Alla persona® – diversi dalle conferenze, dalle tavole rotonde, dai seminari – condividendo una visione del Paese ripresa, inizialmente, da Cristine de Pizan che pubblica nel 1404, da Plautilla Bricci detta Briccia, la pittrice romana del XVII secolo, da Signe Ida Katarina Hornborg, la prima donna al mondo laureata in Architettura nel 1890 in Finlandia, fino a Elena Luzzatto, prima donna a laurearsi in Architettura in Italia nel 1925 alla Regia Scuola di Architettura di Roma.

C’è un capitale femminile (Izaskun Chinchilla, Cosmowomen) che vogliamo riconoscere e valorizzare, riferendoci al ruolo che le persone di genere femminile svolgono nella costruzione delle reti di relazioni fra le persone che vivono e lavorano in una particolare società e che permettono che la società funzioni efficacemente.

Ci educhiamo a uno sguardo e a una pratica relazionale che non si limitino all’atto inclusivo, al paternalismo pietoso, ma allarghino le mappe mentali e prevedano l’umanità così com’è, a disturbare il singolo perché diversa. Recuperiamo il capitale femminile nella tenuta dei sistemi valoriali tramandati, nel lavoro nascosto, di accudimento, di manutenzione delle relazioni, di custodia dei minori e degli anziani, nel lavoro di studio e di ricerca in vari campi, di intelligenza sociale e di strategia collettiva. Crediamo nelle visioni, negli orientamenti, nelle pratiche avviate verso la comunità democratica, seguendo le idee coltivate da Simone Weil, negli anni quaranta e da Adriano Olivetti, negli anni sessanta.

È importante vedere i luoghi che caratterizzano le nostre tappe di vita e ridisegnare una geografia simbolica, una mappa del cuore. Chi ha un luogo, chi ha luoghi, ha anche una storia da raccontare. C’è una giustizia in ogni luogo; in esso tutto convive, tutto esprime un senso della presenza: il benessere, l’appartenenza, l’integrazione, la coesione sociale.

L’architettura ha un aspetto tangibile, è fatta di muri, di finestre, di coperture, di reti e di impianti, ma ha anche una sua dimensione intangibile, produce esperienze corporee e psichiche che incidono sulla salute degli individui e delle comunità. Gli innumerevoli aspetti percettivi e sensoriali, come il caldo, l’umidità, l’ombra, le vedute, la luce e il buio, i suoni e i silenzi dovrebbero rientrare – sempre – nel tema della progettazione urbana, perché sono fattori diretti del benessere dei cittadini. (Rif.Bibl.2)

La cultura della giustizia spaziale richiama l’immaginazione, l’attività, l’energia comunicativa, la qualità emotiva e cognitiva, la stratificazione storica. La cultura, senza il sentimento, la scelta consapevole e la relazione che la fanno bella, è inutile e diviene malessere psicologico, diviene iperattività, ossessione di produzione, sovraesposizione, azione narcisistica. Prima di ogni azione, l’orientamento è psicologico e interviene con le mentalità obsolete, con i copioni perdenti e non vincenti, con gli usi e i costumi reiterati senza discernimento, con le comunicazioni malsane di giocatori psicologici, inconsapevoli e ripetitivi, con i ruoli sociali venduti e comprati per tornaconto personale.

Il tempo degli esperti di bilancio, degli amministratori, dei tesorieri, pre-vede il lavoro filosofico e psicologico. Si delinea una nuova figura sociale, il proletariato urbano che può evolversi e liquidare la catena della diffidenza-paura-discriminazione-odio. I luoghi che attraversiamo nella quotidianità non sono neutri. Crediamo che la protezione della comunità non consista solamente nella tutela dei beni e dello spazio privato. Rivalutiamo il concetto di sicurezza legato alla relazionalità: sentirci più sicuri significa partecipare, costruire legami e alleanze, oltre la retorica securitaria che alimenta i processi di militarizzazione urbana.

Rafforzare i confini, escludere il diverso come nemico, acquisire sistemi di videosorveglianza, barriere architettoniche, rinforzare i perimetri territoriali: spesso, la distanza e l’impossibilità di attraversamento rimandano alla distanza antropologica, alla recessione mentale. La costruzione delle relazioni garantisce spazi non protetti privatamente, come beni individuali al fine di tutelare la comunità, non solo di difendere ciò che possediamo. Ogni via, piazza, abitazione richiama le emozioni, i pensieri, i ricordi personali. Lo spazio della presenza diviene un fenomeno spirituale: se il tempo struttura la personalità, il luogo forgia l’anima.

Gli interventi psicologici perseguono il massimo della differenziazione con il massimo della integrazione. Il fine è l’armonia fra i vari protagonisti nell’elaborazione di pratiche quotidiane per lo sviluppo urbano sostenibile. Gli spazi safe, oltre la dimensione emozionale e affettiva, realizzano materialmente la trasformazione della mentalità e la convivenza comunitaria, rimanendo nel conflitto e nella contraddizione che le relazioni comportano.

Assumiamo l’educazione alla giustizia spaziale come cultura, come stile di vita per generare modelli di sviluppo possibile. I dipinti, il verde, le installazioni, l’apertura di attività commerciali, rischiano di essere un frastuono inconcludente che infiamma e che non diviene orientamento civico comune, servendo soltanto a rendere visibile la competenza di chi realizza le opere. Ci preoccupano le azioni, le trasformazioni e le novità che non sono anticipate e sostenute da una prospettiva libera e democratica dell’esistenza. Rivedere le categorie mentali è il lavoro di base, prima di ogni intervento/attività.

Formare, mettere in forma, rappresenta il fondamento per l’innovazione. Attraverso il lavoro della comunità, non presentiamo un prodotto, ma mettiamo a disposizione un servizio. Il nuovo patto sociale immagina comunità urbane piú solidali. Il lavoro psicologico è un lavoro di lentezza, di fatica, di pazienza e di attesa, di semina e di aperture senza reti e riserve. Quando Virginia Woolf narra della necessità di una stanza tutta per sé, intende non solo un tetto sulla testa, ma uno spazio per muoverci, per pensare, un luogo da strutturare e da destrutturare, un’area di immaginazione e di azione, un modello di corpo in movimento, in un posto riconosciuto e trasformato.

Se sottraiamo lo spazio pubblico alla soggettività degli esseri umani in relazione, esseri umani agenti e resistenti, succede che, a furia di proteggerci da aggressioni, pericoli, invasioni, violenze dimentichiamo l’origine psichica a cui rimandano le nostre preoccupazioni. Il nemico è dentro, non fuori: la paura di scoprirci non più capaci e onnipotenti, ma soli, vecchi, poveri, malati, lontani. L’angoscia di morte, spesso, si nutre della mancanza di relazioni autentiche e della incapacità di governare le proprie emozioni, i pensieri, le azioni. L’impegno è facilitare le relazioni profonde e intime, più che veloci e visibili, è dissolvere una visione della società in difesa di un ordine gerarchico dentro cui anche l’ordine di genere si rafforza e si irrigidisce.

La storia razzista e coloniale pretende il comando e il controllo in nome di un decoro astratto, come sottolinea Michel Foucault.  Le città non possono essere demolite e ricostruite da capo, ma possiamo adottare soluzioni, trovare accorgimenti, mettere in atto cambiamenti – talvolta anche minimi – che migliorino i servizi generali, promuovano una maggior uguaglianza di genere, lavorino nell’interesse e nel benessere di più tipologie di cittadini. Ci tocca ritrovare continuamente l’equilibrio fra la necessità del singolo e il beneficio di tutti.

Abitare spazi trasformativi di comunità ci evita di rimanere in allerta costante, con orari e vie da evitare, bene-dicendo la necessaria e discreta sorveglianza da parte dei corpi armati dello Stato. Custodiamo ancora la memoria delle porte aperte di casa, delle vetrine luminose sulla strada, delle sedie a respirare verso sera sui marciapiedi, dei vicini di casa affabili. Non torniamo indietro, e non stavamo meglio quand’era peggio. Oggi ritroviamo altri strumenti di evoluzione sociale, le nuove formule, gli interessi diversi, gli spazi riparati e aperti, le proposte numerose che ogni amministrazione comunale propone e che ogni piccola comunità organizza.

La città è immeritata, e in questo sta la sua bellezza; ci ricorda che vivere insieme non è questione di merito, ma di cura condivisa: un progetto che cambia e si trasforma. È un patto che va rinnovato a ogni generazione… la città non è solo una centrale di servizi: è per prima cosa un comune ambiente di vita, che spetta a tutti in egual misura. Non dovremmo guadagnarci il diritto di stare in città. Non è un premio e neanche un diritto in senso stretto: è la condizione vitale dell’abitare e fondativa dell’idea stessa di città. È uno spazio sottratto al primato del denaro e del potere, del merito e della fortuna. (1)

La giustizia spaziale non riguarda solo le rampe, gli ascensori, i percorsi facilitanti per difficoltà motorie. Esiste una giustizia spaziale sensoriale, cognitiva, psichica. Infatti, un luogo può essere accessibile fisicamente ma non vivibile gioiosamente. Certo, servono più luce, più alberi, più panchine, più ombra, più fontane, più tavoli per studiare, per mangiare, per appoggiare i gomiti. Ma la partecipazione alla vita collettiva è anche un orientamento esistenziale e prevede uno spirito leggero e misericordioso, uno sguardo fiducioso sugli altri, amministratori compresi, un amore incondizionato verso l’umanità senza pace.

In tal modo vogliamo contrastare la cultura urbana del rifugio privato, della sicurezza individuale, del quartiere chiuso. La convivenza civile viene erosa alimentando la logica del profitto e della sicurezza privata, della rendita e della competizione. Il nostro paese non può perdere la sua tensione etica e divenire solamente il luogo privilegiato di chi ha piú soldi, di chi è competitivo, scintillante, ma diseguale, secondo le logiche di competizione globale: attrarre denari, turisti, eventi.

Modificare i valori, riconoscere i desideri, abbandonare le abitudini maleodoranti, riprenderci il diritto di esistere, incontrarci, restare o andare in libertà. Molti, i più anziani, hanno esperienza: le manifestazioni, le performance in piazza, gli spazi autogestiti, di mutuo aiuto, i centri sociali, le parrocchie, le sedi di partito, tutte le pratiche collettive, sappiamo quanto riescano a rinegoziare il rapporto con lo spazio urbano.

Siamo d’accordo con Elena Granata: Dare valore a un luogo non significa semplicemente aumentarne la rendita o l’attrattività, ma rafforzarne la capacità di sostenere forme di vita, di produrre riconoscimento e appartenenza, di attivare economie locali durevoli. Ma per cambiare serve una visione politica, serve un agire pensante. Serve un agire che nasce dal pensiero. Serve riannodare il filo tra l’agire e il pensare. Serve un agire pensante che abbandona l’illusione consolatoria dei principî. Solo cosí nascono le grandi rivoluzioni. (1)

Riferimenti bibliografici

  1. Elena Granata, La città è di tutti, Einaudi, Torino, 2026
  2. Elena Granata, Il senso delle donne per la città, Einaudi, Torino, 2023

Lizia Dagostino è assessora ai Servizi Sociali del Comune di Bitonto. Nelle foto , alcune installazioni realizzate da Agnes Denes