Proserpina smaschera la “favola bella” della natura

Nel nuovo appuntamento del “Journal di una psicologa”, Lizia Dagostino, assessora al Welfare di Bitonto, riflette sul valore politico e simbolico del film di Mariangela Barbanente, presentato nella rassegna dedicata a Marco Vacca.

Io sono Kore: la giovinezza, l’innocenza, la leggerezza.
Sono la Dea del Fiore, una stagione nella natura e nella vita di ogni donna.
Io ho conosciuto l’oscurità dell’Ade, ho assaggiato i chicchi della melagrana
ritrovando così il mio nome: Persefone, la Terribile,
Silenziosa Signora del Regno dei Morti.
Solo dopo aver varcato la soglia del buio,
traversato il mondo delle ombre, posso risalire alla luce
tenendo fra le mani la sacra melagrana,
simbolo dell’eterno ritorno

Omero

La Rassegna La favola cinematografica rende omaggio al professor Vacca, riunendo nel suo ricordo molte delle storiche realtà culturali del territorio. A Marco, uomo di luce che ho conosciuto da ragazza ai tempi dell’U.N.L.A., dedico, come dai suoi insegnamenti, la fatica gioiosa di ogni giorno di lavoro.

Il mio impegno, come un’alleanza, come una promessa, è svolgere ogni attività, nel ruolo di assessora al welfare, coniugando al contesto e alle persone il pensiero della differenza che identifica le donne con sé stesse e gli uomini con sé stessi. Non è una teoria sistematica, ma una pratica politica che genera comunità, oltre le gerarchie, modificando il modo di stare al mondo e di abitare le relazioni. Crediamo nella necessità di riconoscere la differenza come valore e non come inferiorità. L’ideologia, al contrario, è il discorso politico che non ha il contatto con la realtà. La prospettiva della differenza prende le distanze dalle interpretazioni naturalistiche tradizionali che tendono a ridurre la differenza sessuale a un fatto biologico, ignorando le sue dimensioni culturali e sociali.

Il film documentario Proserpina e le altre, della regista Mariangela Barbanente, assume un valore di necessità in un periodo in cui molti pensano di aver risolto la questione femminile riducendola a una condizione sociale, con una spruzzata di colore rosa e con l’illusione di qualche legge incompleta. L’uguaglianza formale, garantita dall’emancipazione, si accontenta di integrare individui omologati all’interno di un mondo già dato e pensato, distribuendo, in realtà, i pezzi di una torta avvelenata dal dominio strutturale.

Ascoltiamo nel film che quando la violenza è bella da vedere, si trasforma in un modello da imitare: iniziamo, dunque, con l’autocoscienza, un percorso di ri-decisione copionale. L’equazione che esistere significhi necessariamente dominare non è più adeguata. Come afferma Carla Lonzi, noi donne siamo il soggetto imprevisto e inaspettato della storia. Assumiamo il fastidio di cambiare la prospettiva, rispetto alle opere d’arte e alle situazioni quotidiane nelle quali qualunque essere umano è obbligato, per sopravvivere, alla sottomissione, al silenzio, alla riduzione di sé forzata e sottilmente manipolatoria. Più del secolo scorso, percepiamo la violenza e ci liberiamo del transfert di colpevolezza, cioè, dell’idea che sia colpa della donna che, ammaliando, fa perdere la ragione.

Nessuna di noi è così ipocrita da pensare che la parità sia un punto di arrivo nell’evoluzione relazionale e che ci vada bene così. E auguro che nessuna eviti la parola femminismo solo per la brutta desinenza in -ismo. Continuiamo, e desidero che ne siamo consapevoli, la rivoluzione disarmata antica, a liberarci dai ruoli privati e sociali ben definiti dal patriarcato: ruoli di figlia, di moglie, di madre, di lavoratrice. Sono ruoli che vanno ripensati e trasformati con sapienza e in autonomia. Costruirsi persona (Maria Teresa Romanini), con lo spirito di pellegrina e straniera (Marguerite Yourcenar) prevede la creazione di comunità itineranti, prevede di condividere un progetto di umanità. Cresciamo nella libertà di inventare mediazioni, parole e pratiche capaci di spostare altrove i rapporti in cui contano solo i soldi e il potere.

E ritorno al film di formazione di Barbanente che, attraverso l’arte, mette a nudo gli imperatori, gli uomini che, attraverso il ratto e lo stupro, continuano a presentare come universale la propria parzialità e i propri modelli scadenti e violenti. Riprendo uno studio che vado affinando nella pratica psicologica collettiva.

Il mito racconta del rapimento di Kore ad opera di Ade, dio degli inferi che, con la forza, la fece sua sposa e regina del suo regno. Demetra, la madre, per nove giorni e nove notti percorre la terra intera da est a ovest, da levante a ponente, alla ricerca della sua adorata figlia. Come misura di ritorsione decide di lasciare subito l’Olimpo. Paralizzata dall’angoscia, Demetra, dea delle messi e delle stagioni, rende la terra sterile e sfiorita. La madre, privata della sua bambina, è inflessibile e non ferma il disastro, finché Zeus non obbliga Ade a lasciare che Persefone ritorni verso la luce. Ma la fanciulla, finalmente risalita sulla terra, non può più rimanere, avendo mangiato, durante il soggiorno negli inferi, sette chicchi di melagrana offerti da Ade. Zeus, ristabilendo un ordine giusto e patriarcale, decide che la figlia trascorra un terzo del ciclo annuale nell’oscurità nebbiosa e gli altri due con sua madre.

Demetra, Kore, Persefone: oltre che nomi di donna, sono passaggi esperienziali, sono parti di sé che si svelano attraverso il lavoro di consapevolezza psicologica. Demetra, Kore, Persefone sono figure in trasformazione e non solo figure della trasformazione. Sono gli archetipi introiettati nella nostra psiche, le parti che pensiamo di noi imperdonabili, negate, respinte nel buio. Ci tocca il cammino di conoscenza per intuire ed esperire la catàbasis, la Discesa e il nostos, il Ritorno. I passaggi psichici delle donne, in libertà di creazione, risolvono la competizione e la dinamica della prestazione presenti nei modelli patriarcali.

Il termine greco kore significa virgulto, energia; non si riferisce solo a un’età storica, recupera la radice della forza vitale, dell’esserci. Arretos kore è la ragazza indicibile, senza nome: “Kore è la vita in quanto non si lascia dire, cioè definire secondo l’età, le identità sessuali e le maschere familiari e sociali.” (G. Agamben)

Per ogni persona, consideriamo l’età storica che coincide con il giorno del compleanno e, anche, l’età psicologica e culturale. La bambina-della-mamma si ritrova da sola a fare i conti con il ratto, lo stupro e l’inganno. Grida, prova a difendersi, capisce di essere vittima di una guerra sconosciuta e di una virilità arrogante e assassina. La giovane impara la prevenzione, l’intuito, la pre-occupazione di sé. Vivere Demetra significa cercare e continuare a vagare consapevoli dell’angoscia di morte, significa sentire il sentimento sgradevole e continuare a ragionare. Demetra si indigna, contratta, propone soluzioni, si separa e si avvicina, e riconosce la distanza come cifra dell’amore.

È frustrante ed è un buon momento quando la psicologia scopre che il cambiamento non si può insegnare, non si può nominare attraverso i modelli, non si può imporre perché la forza serve a rimanere, a tacere e a capire. Rimane la relazione di accompagnamento, seguendo lo psicopompo che conduce senza giudicare, che funge da ponte fra il conscio e l’inconscio. Rimangono il viaggio e il racconto, oîmos e oimē che, nell’antica poesia epica, si assomigliano. La forza della trasformazione è dentro la regina Persefone: lei apprende gli opposti, assume il conflitto, si abbandona al buio e, di conseguenza, può tornare, può rinascere.

Per Omero, Persefone, colei che porta la luce, ha il diritto a essere chiamata hagné, pura, e suggerisce la purezza come distinzione e separazione. E Roberto Calasso, mio maestro, sottolinea come “non c’è purezza che non sia accompagnata da una scia sanguinosa”. A differenza del termine katharóshagnós è uno stato che prevede un versamento di sangue; occorre essere hagnós, puro, hagné, pura per contenere l’eccedenza, per reggere la potenza della rinascita.

La bambina-della-mamma, ormai regina degli inferi, apprende a proteggersi, a governare l’attimo prima del dopo. La purezza e l’inquinamento, rimangono categorie mentali e psichiche, non si riferiscono a condizioni reali. Nel ventre accogliamo ogni rigenerazione, di persone e di relazioni, con la pazienza nel tempo della gestazione e con la pulizia nel luogo del racconto. Se la persona chiede, il processo psicologico aiuta la trasformazione e agisce sulla contaminazione, favorendo il governo di sé e la decontaminazione dei confini dell’Io.

La divisione del mondo, dell’intero ordine cosmico è garantita dall’alternarsi della vita e della morte, delle stagioni di fioritura e delle stagioni di riposo sotterraneo, dell’assenza e della presenza, della separazione e dell’intimità. Solo attraverso i vari passaggi, più e più volte, l’essere umano Demetra, Kore, Persefone può dirsi ed essere chiamata dea Libera. Chi visita le ombre, il regno dei morti, intravede i cammini di liberazione verso le libertà possibili. I cammini che prevedono il privilegio degli inferi e l’umiltà della ciclica fioritura. Cresciamo nello sguardo di reciprocità.

Un’Immagine tratta dal “ Roman de la Rose” di Jean de Meung

Condivido, di seguito, un brano molto interessante da Il cacciatore celeste di Roberto Calasso:

Ma perché Zeus volle accordarsi con Ade? Core significa «pupilla» – e la pupilla è l’unico punto del corpo che ospita in sé il riflesso. Ma, dove c’è il riflesso, c’è anche uno sguardo che guarda se stesso. Non c’è vita, per gli uomini, senza quello sguardo. E al tempo stesso è quello sguardo a rivelare il predominio inscalfibile dell’assenza sulla presenza. 

Il guardare è l’unico processo fisiologico scindibile senza termine: in chi guarda c’è anche colui che guarda sé stesso mentre guarda. E questi può essere guardato da un ulteriore altro. Ma chi è allora il soggetto: chi guarda o colui che guarda chi guarda? Quest’ultimo si direbbe, perché ingloba chi guarda. Ma chi guarda siamo noi. Allora chi guarda lo sguardo diventa un altro rispetto a noi, che però abita in noi. Da lui noi dipendiamo.

Ma con lui non possiamo confonderci, perché nel momento in cui diventiamo quell’altro, subito si forma uno sguardo che ci guarda diventare quell’altro. Il processo può ricominciare, all’infinito. Ciò che ci governa mentre guardiamo è ciò che per sempre ci sfugge. Ma è anche ciò che per sempre ci accompagna. Noi possiamo oscurarlo, ignorarlo. Ma, se l’attenzione appena si fissa, eccolo apparire di nuovo, accoglierci, come Ade colse Core. Ma dov’è quell’essere che guarda chi guarda, quando noi non lo avvertiamo, quindi per una larga parte della nostra vita? È assente o presente? E dove? È l’assenza stessa, ma – quando appare – è una presenza che rapisce ogni altra presenza. (p.407-408)

Alcuni riferimenti bibliografici

  • Carol S. Pearson, Persefone, Astrolabio, 2017
  • Giorgio Agamben, Monica Ferrando, La ragazza indicibile, Mondadori Electa, 2010, p.12
  • Roberto Calasso, Il cacciatore celeste, Adelphi, 2016, p.56,
  • Elda Fossi, Persefone, Moretti e Vitali, 2010,
  • Carl Gustav Jung, Psicologia della figura di “Kore”, in Prolegomeni allo studio scientifico della mitologia (1942), Torino, Bollati Boringhieri, 1972 (2003), pp. 149-220 e 221-48

In alto “Il ratto di Proserpina” di Bernini. Tutte le immagini sono tratte dal film documentario “Proserpina e le altre”

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