Quant’è lontana la lontananza? Odiandoti resteremmo insieme per sempre, ti porterei sulle mie spalle fino alla fine della mia vita. Ma amandoti potrei anche separarmi da te.
Leggendo il romanzo La secondina, ricordo le signore della polizia penitenziaria incontrate durante i corsi di formazione: intelligenti, colte, belle, vive. Ognuna, attraverso la sua storia, faceva la differenza, dentro e fuori dal carcere, a immaginare e a praticare modelli umani di comando e di controllo, in un sistema psicotico. Poche anziane, a tirare il tempo per la pensione, inadeguate, ignoranti.
Così, la madre di Nikos Davvetas. Lo scrittore ellenico racconta la vita complessa con lei: “… mi aveva detto che dai libri è meglio stare alla larga perché rendono strana la gente”. Madre a diciotto anni, vedova a ventotto, ottima studentessa, Maria è confinata, per bisogno, a lavorare nelle carceri femminili ateniesi, prima in Averof, come una fortezza medievale, e poi a Koridallòs, come una clinica psichiatrica, luoghi destinati alla prigionia delle dissidenti politiche, dopo il golpe militare del 1967.
La madre di Davvetas, prima di morire in tarda età, smarrisce l’identità, perde la memoria e finisce per riportare a galla, solo a tratti, il suo passato di guardia carceraria, fra celle, turni, cedolini e voci. Le detenute in fila “come mamma le ha fatte, per l’ispezione dai genitali fino al buco del culo con il guanto di plastica, una volta da dietro ho visto uscire una pianta intera di cannabis…”.
Logorata dall’Alzheimer, anche a causa della sua vita sventurata e meschina, consente al figlio che la accudisce un ripensamento circolare. Avviano la liberazione, l’atto di amore della revisione, collettiva e personale, e delle reclusioni subite. Compiamo assieme allo scrittore il cammino dalla cella dell’abitazione a quella della prigione, dal trauma sociale, durante la dittatura dei colonnelli, alla gabbia della malattia straziante.
In ogni contesto, l’Alzheimer, anche quando facilita una consapevolezza profonda in chi assiste, rappresenta una sopravvivenza feroce per ogni persona con un cervello incapace di rigenerare i neuroni.
Ricordo di aver letto di un esperimento sociale, significativo e, in apparenza, paradossale. Nel 2017, in Giappone, apre il ristorante degli ordini sbagliati, il “Restaurant of Mistaken Orders”, in cui si assume personale con disturbi cognitivi. Questa esperienza trasforma – trascende, mi convince di più – gli errori nel servizio in una possibilità diversa per i clienti che si ritrovano ad assaporare pietanze non richieste.
La demenza, in una società dalla lunga vita, può richiedere non solo lo sforzo dell’inclusione, ma il paradosso, l’esagerazione di un pensiero che contempli l’umanità tutta come un apprendimento e non come una punizione e una condanna. Abbiamo bisogno di cambiare lo sguardo e la prospettiva.
Non si tratta di attivare azioni di problem solving. Semmai, di smetterla di guardare l’umano e le sue evoluzioni come un problema da risolvere, da evitare. Il cambiamento prevede l’assunzione della vita al lordo di tutto, nei vari passaggi, malattia, diversità, vecchiaia comprese.
Continuo a impegnarmi, non tanto per normalizzare la malattia e la caduta dell’umano fragile, ma per ampliare le categorie mentali, accogliendo anche la terribile demenza come una declinazione dell’essere, ad esprimere l’essenza della vita stessa, il suo daìmon.
“Sei stata punita abbastanza. Non riuscirai mai a diventare qualcosa di diverso da quello che è stato deciso che diventassi.”
Nikos Davvetas, La secondina, Gramma Feltrinelli, Milano, 2026


