Ciò che conta è che al mondo esistono cose per cui vale la pena pagare il loro vero prezzo.
Ogni relazione che definiamo tossica è facilitata, anzi, trae origine da una visione miserabile di sé. La persona che si sente sfortunata, incapace, indegna, cerca e trova persone e situazioni che confermano la sua convinzione. Finisce per fare in modo che si avverino le sciagurate previsioni sulla propria vita.
No, non se la va a cercare! Almeno, non consapevolmente: riconosce e approfitta di ogni gancio per dimostrare, innanzitutto a sé stessa, poi al mondo, di non avere alcuna chance, di essere stata predestinata al tristo e dolente finale.
Tanja non si vede, di conseguenza, non vede l’altro e non si protegge, non si allontana dal precipizio relazionale. Anzi, accelera, corre verso quello che ritiene il destino già stabilito. Il guadagno è espresso dal suo sorriso macabro, convinta di aver avuto ragione, di aver capito la fine dall’inizio.
Il lacchè e la puttana, Bologovskij, ex ufficiale della cavalleria zarista, finito come cameriere a servire caviale in un ristorante, e Tanja, donna giovane, smarrita, indifesa, sensuale, alla ricerca del piacere, nutrono e manifestano, in fondo, la forma più sciagurata dell’onnipotenza umana, prevedendo, solo, la linearità del percorso esistenziale. Invece, nell’evoluzione dell’essere umano non c’è determinismo: data una causa, l’effetto non è scontato. Possiamo credere e adoperarci per il cambiamento.
Jung intuisce la sincronicità, definita come il principio di nessi acausali che si verifica quando due o più accadimenti, non collegati da un rapporto di causa-effetto, sono però uniti da un significato comune, che risuona profondamente nell’esperienza psicologica della persona. Le situazioni non calcolate sparigliano le carte, servono per apprendere e per aprire, fra i rovi, oltre l’arroganza, i cammini misteriosi e imprevisti.
Nina Berberova, la scrittrice russa dell’inquietudine e della tristezza, morta nel 1993, rimane una raccontastorie preferita.
Ma il disgusto – per sé, per lui le spezzava l’anima. Non sapeva cosa fosse la vita, ma sentiva che non era quello, non poteva essere quello. E gli anni sono passati, e dove andare adesso – con quei pensieri tristi, quella noia nel cuore, quei seni invecchiati, quella faccia cattiva? Chi l’avrebbe presa, chi le avrebbe detto cosa doveva fare?
Nina Berberova, Il lacchè e la puttana, Adelphi, Milano, 1991



