
E qual è il prezzo di un dolore che nessuno al mondo capisce e può perdonarti?
Una madre non abbandona i propri figli. Una madre deve pensare prima ai figli.
p.129-130
Inizia con il romanzo di Simona Vinci, Madonna di rabbia, un lavoro sistematico e perpetuo, custodito in quasi quarant’anni, sulle madri cattive, le madri con la colpa incisa sulla carne, con il muso e le rughe, con l’espressione tradita e infelice, come stracci appesi. Accolgo, ascolto e studio le madri ritenute assassine dal passante frettoloso e dalla cultura patriarcale. Ragioneremo su ognuna di noi. Penso anche alle madri patinate, perse nella recita della realtà, ostili alla povertà e alla sciatteria. Forse anche alcune fra loro serbano la memoria dei parti devastanti, della violenza ostetrica, dei medici sbrigativi e delle infermiere sciagurate, e di quelle ferite che non consentono più il godimento. Siamo porte, presto dimenticate, attraverso le quali passano i corpi dei figli.
Come per Eva, la madre originaria e da sempre sola e colpevole, e per Agata, la figlietta inadeguata che chiede àncore e salvezza: assieme, a mordersi l’anima e la quotidianità. Madre e figlia abitano nel quartiere Corvetto, nella zona sudorientale di Milano, quartiere di case popolari, di murales e street art. Seguiamo la storia di Eva e di Agata, il mondo interiore di una figlia e di una madre, in una realtà nuda e brutale. La maternità negata, temuta, rifiutata si esprime pienamente fra l’amore e l’odio, fra la libertà e la possessività. La via è nello spazio esclusivo, fisico e psichico, alla ricerca di un equilibrio stabile che passa, anche, attraverso la relazione con Clara e il giardino di cui tutte e tre si prendono cura.
La maternità è, per qualunque donna, una malattia inevitabile, anche se non ha mai partorito? Ascolto i dialoghi serrati, gli incontri bruschi, come con Clara, vicina di casa di Eva, l’amica anziana della piccola Agata, disponibile, affabile, una nemica agli occhi di una madre cinquantenne che sopravvive perseguitata dagli altri e dal destino. Eva si sente la peggiore mamma che sia mai esistita, affetta dall’ira come da un morbo incurabile. E si allontana dalle relazioni, dal dialogo minimo, corrosa da un tormento che nessuno sembra poter capire. Anche un cenno di saluto, un sorriso, una risposta su whatsapp risultano faticosi, inutili, velenosi.
Le ragioni e la lingua di Vinci sono doloranti, fitte e taglienti come quelle delle persone intuitive, studiose e capaci di sprofondare nell’oscurità dell’anima e che, talvolta, risultano scostanti, antipatiche, pesanti. Molte donne come Eva vivono con il peso del loro talento e dell’abisso in cui sanno precipitare, in uno stato d’allerta prolungato e di aspettative mancate. La paura di poter far del male alle figlie, ai figli rivela, in fondo, l’incapacità di amare infinitamente e perfettamente. La cattiva madre è un’ottima incassatrice: resiste ed è capace di rendere al cento per cento, fino all’ultimo urlo, all’ultimo respiro.
Nel disordine e nella solitudine, i pochi guadagni di Eva, sembrano sporchi di paura. La cattiva madre è sconfitta dalla nostalgia per le cose belle delle famiglie normali e dalla disperazione perché la speranza richiede una stanza tutta per sè che non c’è. Senza interesse, senza alcuno slancio, la fatica morde le giornate spegnendole nell’impotenza. Le madri esauste come Eva sono testarde, si irrigidiscono per la difficoltà di chiedere l’aiuto, di apprendere ad accettare un dono qualunque, una minestra pronta o un po’ di tempo e di spazio per sé stesse. Riconosco nella protagonista del romanzo le donne impoverite dalla violenza economica, pagate poco, male, non pagate, senza un lavoro.
Per Eva la fuga ostinata nel lavoro è un sollievo che dura poco, si accorge di non essere più concentrata come prima, non può dedicarsi tutta intera alle attività professionali. Abbandona la piccola femmina generata, e non ritrova più sé stessa. La vergona, poi! E l’invidia! Perché non riesce e mai smetterà di guardarsi intorno, nelle vetrine gonfie di luci, negli specchi deformanti e nei volti delle altre, composti e levigati in superficie. Eva subisce il peso della presenza di Agata, sua figlia di nove anni, come aveva subìto i suoi ingombranti e litigiosi genitori.
Le madri inadatte scrivono articoli di viaggi e di giardini su commissione, come la protagonista, lavorano da remoto oppure tornano in azienda senza ritrovare neppure la scrivania, o si accontentano di lavori mal retribuiti e saltuari. A loro stesse sembra alterata la struttura del cervello, i muscoli si piegano sopra le ossa. E diventano brutte e furiose. Amare con le viscere la vita, la figlia, la professione, significa perdere su tutto il fronte, condannarsi alla irreciprocità con gli altri esseri umani. Dal deserto dell’anima non nasce niente.
La pace, l’amore e i buoni sentimenti non sono contenuti da feuilleton, da romanzo d’appendice; diventano, nelle voci di Simona Vinci, strade di consapevolezza da percorrere, strade di conflitti e di comprensione, sperimentando il dolore e la gioia, l’angoscia e la gratitudine, la vergogna e la ricerca di relazioni autentiche.
Siamo noi madri, allora, il problema delle figlie. La psicologia chiama depressio post partum, ma non dichiara che può diventare uno stile di vita. Tutta la vita è un continuo emendare, e rammendare. Ogni donna sa del sentimento dell’attesa, un’attesa sfinente, rabbiosa, entusiasmante, serena: l’attesa che il tempo si compia, che le situazioni si trasformino, che la speranza non resti vana e divenga occasione di trasformazione.
La colonna sonora del romanzo imperdibile, triste e magico, è My Baby just Cares for Me di Nina Simone e l’odore è quello dell’acqua di colonia antica Nr. 4711. Eva è assieme a Marina Abramović, a Roberta Joan, ad Anne Sexton, a Patti Smith, a Marina Cvetaeva, a Sibilla Aleramo, al secolo Rina Faccio, è assieme a noialtre, a tutte le cattive madri, le madri arrabbiate e tristi, quelle spaventate, anche, da figlie inattese e diverse. Vinci con sapienza recupera le storie di vita di alcune artiste che con coraggio hanno dichiarato e affrontato i sentimenti materni ritenuti inaccettabili dal contesto, come l’inadeguatezza, l’odio, l’attesa dell’imprevisto, il bisogno di sparire o che la figlia sparisca, e la fretta nella preparazione dei pasti rapida e indolore, a sfamarsi.
Il piccolo nucleo familiare da una parte e la comunità intera dall’altra: l’anziana amica, come una madre narrabonda e paziente, accoglie e inizia a raccontare di sé, sciogliendo il muro. Eva si affida, infine, si arrende alla relazione, ricuce la mappa del cuore, ritrova i ricordi, la gioia di ricominciare, la curiosità di veder crescere Agata, la bellezza di creare la luce e di custodire il roseto nel giardino, il desiderio di sentire il corpo vivo, e la scelta di onorare la memoria delle donne che ci hanno preceduto.
Vinci ne è convinta: non ogni madre è una madre perfetta, l’importante è che sia sufficiente. Abbiamo tutto il tempo che ci serve per diventare migliori, per apprendere l’amore che combacia con la libertà, nostra e dell’altra persona, per diventare una donna nuova, pensa Eva, nelle ultime pagine del romanzo. Ed è rinascita, è già Natale.
La madre attende. In piedi o seduta, sempre attenta, mai rilassata, mai dimentica delle esigenze insopprimibili di quell’essere che hanno generato e che è loro responsabilità aver gettato nel mondo. Essere madre è una catena, un cappio al collo che ti strangola, un guinzaglio a strozzo, una palla al piede, un arto fastidioso che in nessun modo è possibile amputare. Forse, non ogni donna è nata per questo, non ogni corpo in grado di generare un altro corpo appartiene a una persona in grado di crescere una persona. E non sempre si può saperlo prima. Sono infinite le cadute, gli sconforti, e poi le gioie, ancora. Un’altalena, una roulette russa, ogni decisione, ogni gesto, ogni parola. Ti voglio bene, tesoro, amore, mostro mio, ti amo piú di tutto e piú di tutto ti odio. La definiscono ambivalenza, Eva aveva sperato di non doverla mai provare, neanche se l’era immaginata. Ci si sente sempre al sicuro, quando le cose accadono agli altri, finché di colpo, non accadono a te.
p.35

La donna è tenuta prigioniera da un albero che pare volerla stritolare. A guardare bene si vede anche il piccolo volto di un neonato disperatamente proteso verso un capezzolo che dovrebbe nutrirlo ma al quale sembra non riuscire ad attaccarsi. Madre e figlio hanno i capelli rossi, macchie di fuoco sulla tela, sono insieme ma separati, viene da chiedersi se siano vivi oppure morti. Né l’una né l’altra cosa, forse, piuttosto sono congelati nel muto purgatorio di ghiaccio, senza fiori che sboccino e senza suoni, dove le madri non adatte devono espiare la colpa di non aver amato con il dovuto abbandono le creature che hanno partorito o addirittura di essersi rifiutate di generare.
