Ph. Fonte Silvia Meo

Esseri umani, lavori e barattoli

 

“Gli auguro una vita simile a quella del barattolo che in questo momento sua madre ha in mano, solo così nessuno potrà fargli del male”.

Parise, Goffredo. Il padrone. (p.238). Adelphi. Edizione del Kindle.

 

Negli ultimi quarant’anni il lavoro è stato utilizzato, anche nella lettura psicologica, come cura, come riscatto, come felicità. Il mercato globale è divenuto libero mercanteggiamento e ha inquadrato, disciplinato, omologato i dipendenti, talvolta, usandoli e gettandoli via. Il lavoro è diventato flessibile, precario, sottoposto, imposto a ogni condizione. E le persone lavoratrici hanno appreso il lavoro predatorio, frenetico, stancante, quello che ti fa tornare a casa senza energia e con denari appena sufficienti alla sopravvivenza. Il cambiamento è culturale e prevede l’analisi e lo studio delle priorità, dei desideri, delle prospettive, degli orientamenti. Gli imprenditori si lamentano dei giovani e degli adulti senza voglia di lavorare. La partecipazione alla forza-lavoro non è tornata ai tempi pre-pandemia: alcuni sono cialtroni, molti hanno scoperto la libertà del rifiuto e la possibilità di trasformare il senso della vita.

A lordo delle mistificazioni rispetto alle cause dell’elevata disoccupazione, per molte persone non è più desiderabile lo schema capitalista – diploma/laurea-lavoro-matrimonio-mutuo-casa-figli-vacanze – sotto il ricatto di una qualsiasi azienda che onori, benedica e sfrutti le strettoie e i legami dei/lle dipendenti. Una esistenza, a lavorare dieci ore al giorno, fra trasferte e straordinari, perché pagatori di rate, consumatori indebitati, esasperati e insoddisfatti. Liberi, sì, di lavorare sempre e spendere di più. In molte organizzazioni, non è solo una questione di rivendicare i diritti lavorativi, è in atto una trasformazione della mentalità, degli aspetti culturali che coinvolgono i tempi e i luoghi della vita intera, dei responsabili e dei dipendenti, dei padroni e degli asserviti.

Nella fabbrica o nel cantiere, come comandava la società industriale, l’operaio vendeva la sua forza-lavoro; adesso, i nuovi proletari si sono ritrovati a vendere, a prezzo modico, il tempo e l’equilibrio mentale.  La qualità della vita non è certo quella che viene propinata dal vecchio sistema: il lavoro, gli investimenti, il corpo forte e aggressivo, la famigghia e la patria, il divertimento, i consumi e i debiti.

Ipotizzo, in alcuni casi, che anche gli abusi – alcol, fumo, sesso, droghe, gioco d’azzardo, … – diventano funzionali a clinicizzare il tormento interiore, a colpevolizzare, a escludere quelli che non sono considerati all’altezza. Lo studio, il ragionamento e la consapevolezza consentono un adeguato governo di sé, concedendoci e godendo l’eccedenza, il divertĕre, “la cattiva strada”, strutturando e riconoscendo, in ogni situazione, il limite oltre il quale la merce siamo noi.

La “muta concentrazione vegetativa” del dipendente, come scrive Goffredo Parise, garantisce al feudatario la sua fetta di mercato. Il lavoro in cambio della vita. Il lavoro come una “trappola mortuaria” che, togliendo l’anima, il tempo, il pensiero, le relazioni, la salute, relega alla spossatezza, all’alienazione, alla frustrazione.

Per pensare a un diverso modello di sviluppo, a una produzione che incroci il sociale e l’ambiente è necessario interrogarci sugli aspetti culturali e sulle distorsioni cognitive. A favore dell’umanità, evitando la regressione dittatoriale e la barbarie del dominio, anche delle forze economiche, serve la coscienza dell’umano al posto dei nazionalismi. La ricerca è, innanzitutto, psicologica e filosofica; sono contenta quando intravedo e quando collaboro alla creazione di bande randagie di gatti e di gatte, di piccole comunità di ricerca, di imprese giovani e di giovani. Questi ultimi, soprattutto, rifiutano l’ideologia del lavoro che colonizza tutta la vita e rifiutano l’idea di un lavoratore a disposizione, a mostrarsi sempre felice e motivato.

A quasi sessant’anni dalla pubblicazione del libro Il padrone, inserito nel filone della narrativa industriale degli anni Sessanta, l’ammaestramento alla gerarchia lavorativa diviene causa di nevrosi per chi è al potere e per chi lo subisce. Il padrone e il dipendente, circondati da personaggi paradossali, diventano complici di un copione perdente, entrambi, avvelenati dal moralismo dell’obbedienza e della sottomissione al lavoro, soffrendo a causa dei comportamenti ossessivi compulsivi, dell’ansia, dell’iperadattamento.

Quando uscì, il romanzo fu considerato una metafora; nella lettura odierna, è una foto. Parise, anarchico impolitico, era convinto dell’illusoria libertà dell’individuo fra sistema, struttura e funzione ed era convinto dell’impossibilità di una realtà senza padroni. L’ordine delle procedure deve essere acquisito come un rituale religioso, se no, il lavoratore è segnalato come un elemento di disordine, come un errore pericoloso. L’Autore vede le persone come appendici della produzione e dei profitti, e racconta il potere totalitario che viene percepito come biologico e naturale. Alla fine, c’è la follia, a incatenare servi e padroni. Ed è sotto i nostri occhi.

Non desideriamo investire emotivamente, come in passato ci veniva richiesto, solo nella identità lavorativa di produttori e di consumatori. Non crediamo più alla favola del lavoro che richieda e doni empatia, resilienza, autostima, ottimismo e motivazione. Le organizzazioni non si modificano partendo solo dalle fragilità e dalle mancanze personali, ma considerando e favorendo la loro stessa  trasformazione: i copioni eroici culturali dell’utilitarismo, l’idea del lavoro con l’unica dimensione performativa, i protocolli di successo omologanti. Senza traboccante sentimentalismo, chiedo a me per prima di essere professionale, onesta, radicale, affaticata dai conflitti e dalle contraddizioni. Sono convinta che la psicologia applicata alle organizzazioni offra la possibilità di ripensare al mondo del lavoro senza dannarci l’anima e il corpo, senza impazzire, orientando il senso di sé e della comunità.

 

“Manterrò quello che ho promesso ai miei genitori: farò parte della ditta, lavorerò e guadagnerò, mi sposerò e formerò una famiglia, avrò una casa, con mobili moderni, la radio, la televisione, il frigorifero, la lavatrice e tutto quello che occorre. Andrò in villeggiatura d’estate nei venti giorni che mi toccheranno, se mi toccheranno, come tutti, come tutti gli uomini di questo mondo. Non mi muoverò di qui. Stringerò i denti e non sentirò più le parole di nessuno e in ogni caso, ripeto, sarò coerente con me stesso; oramai sono proprietà del dottor Max e sta a lui decidere per me, non io; io devo star qui e fare quello che fanno tutti gli altri e tutto quello che c’è qui dentro: uomini, donne, mobili, macchine da scrivere, macchine meccanografiche, e tutte le altre cose che sono qui dentro…”

Parise, Goffredo. Il padrone. (pp.59-60). Adelphi. Edizione del Kindle.

«Sono il padrone, il padrone, il padrone…! sono stufo di essere il servo dei miei dipendenti, sono stufo di aver a che fare coi furbi, con le volpi, con i ricci, con le donnole della ditta. Non ne posso più, vi caccio via tutti… il vostro comportamento fa schifo, io vi pago ed esigo rispetto. Non è per i soldi, io me ne frego dei soldi, potrei benissimo farne a meno, è il fatto morale che conta. E tutto ciò è immorale, immorale, immorale, avete capito? Purtroppo Dio non c’è per fulminarvi, ma lo farò io se sarà necessario, avete capito? Avete capito? Avete capito?»

Parise, Goffredo. Il padrone. (p.46). Adelphi. Edizione del Kindle.

“Esso emanava una forza di attrazione e di concentrazione simile alla fede religiosa. Come questa, infatti, ma senza oscurità e senza mistero, la ditta mi aveva chiamato a sé e ora la mia vita le apparteneva per sempre.”

Parise, Goffredo. Il padrone. (p.71). Adelphi. Edizione del Kindle.

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