Ph. Antonella Aresta

Curare il male significa modificare le relazioni

 

Ph. Antonella Aresta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.Antonella Aresta

 

Le dichiarazioni
Ignazio La Russa, presidente del Senato: “Dopo averlo a lungo interrogato, ho la certezza che mio figlio Leonardo non abbia compiuto alcun atto penalmente rilevante. Lascia oggettivamente molti dubbi il racconto di una ragazza che, per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio”.
Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia: “Non entro nei casi individuali e nelle reazioni di una persona che ha un rapporto affettivo, è il padre dell’eventuale indagato. Quello che posso dire è che La Russa è quello che per la prima volta ha proposto una manifestazione di soli uomini contro la violenza sulle donne, perché questo non è un problema solo delle donne ma anche degli uomini. Mi sembra questa già una risposta”.
Filippo Facci, attualmente giornalista di Libero, probabile conduttore Rai nella prossima stagione televisiva: “Una ragazza di 22 anni era indubbiamente fatta di cocaina prima di essere fatta anche da Leonardo Apache La Russa”.
Tutte dichiarazioni, quelle riportate, che in questi giorni hanno provocato contestazioni in diverse occasioni e da più fronti. Messaggi che si riferiscono a quanto accaduto lo scorso 18 maggio.

I fatti
Il 18 maggio, appunto, il 19enne Leonardo Apache La Russa, figlio di Ignazio presidente del Senato, rivede una ex compagna di scuola in discoteca.
Il mattino dopo la ragazza si sveglia a casa La Russa: lei dice di non ricordare nulla, lui le dice che hanno avuto un rapporto sessuale.
Il 29 giugno la 22enne presenta una denuncia per violenza sessuale contro La Russa su cui indaga la Procura di Milano. I referti medici della clinica “Mangiagalli”, dove si è recata giorno stesso, dicono che tre lesioni sarebbero compatibili con una violenza.

 La riflessione

Generarsi come persona richiede un tempo lungo quanto tutta la vita; per chiunque, la mappa mentale rispetto al territorio della relazione può rimanere ristretta e mortificante. Molti sono scolarizzati, famosi, però sono cresciuti nel contesto di persistenza di un regime sociale gerarchico, con le forze politiche che hanno interesse a mantenerlo in vita e che difendono alcuni uomini al di sopra di altri e tutti gli uomini al di sopra delle donne.

Di conseguenza, le dichiarazioni non stupiscono, sono in linea con la mentalità scelta e difesa dai politici che abbiamo votato, anche se in numero sempre più esiguo di votanti rispetto alla popolazione avente diritto. Le considerazioni proposte sono condivise fra chi nutre una visione di umanità senza schifarsene, fra chi ode, sente e guarda un certo rumore, un certo odore e le innumerevoli sfumature di colore. Nella prospettiva che consideriamo, le parole non vogliono e non possono convincere nè obbligare, perché il cambiamento richiede la responsabilità di ogni singolo/a lettore/trice. Non è ricevibile una qualunque rilettura da parte di chi non nutre dubbi e non la richiede.

Scegliere e agire lo sguardo psicologico significa riconoscere il sistema di dominio istituzionalizzato e reiterato, significa registrare la violenza nelle gerarchie, il sessismo interiorizzato e lo sfruttamento sessista: i giovani hanno paura e sono confusi e i padri non vogliono rinunciare ai benefici di denaro e di potere che dal sistema virilista derivano.

La formazione personale non può diventare un altro luogo in cui perpetuare l’ennesima forma di dominio, per risarcire le donne vittime, per incriminare gli uomini porci e per cacciare le donne difenditrici del patriarca, forse anche a loro insaputa. Ogni persona evolva, durante il suo cammino formativo, nelle differenze, verso l’individuazione di sé, verso il senso di una comunità libera e pacificata, senza il dominio e la prevaricazione, convinta che smettere di manipolare, di sottomettere e di svalutare attraverso il sesso, la classe, la razza, la religione è un dono per se stessa prima che per gli altri.

Ricadiamo, altrimenti, nel gioco psicologico “T’ho Beccato, Brutto Figlio di Puttana!”. Non vogliamo cercare il pretesto e approfittare della caduta. La situazione in cui precipitiamo come umanità è molto più grave dell’umiliazione sui social del ricco e del potente di turno. La mentalità del ratto e dello stupro è radicata in tutti/e noi, miserabilmente, ed è il modo in cui abitiamo la terra. Nelle relazioni, il binomio maledetto “rubare e fottere” rimanda alla scelta furba, difesa e quasi invidiata.

In questo tempo torrido, i fatti considerati diventano un’occasione di indagine fenomenologica, psicologica, non tanto per punire, ma per capire e modificare. Il guaio non è fuori, non è Roccella e La Russa o Facci che sicuramente utilizzano parole e azioni inadeguate, ma che diventano, poveretti, il termometro di una struttura mentale introiettata, originaria e incallita.

Curare il male significa modificare le relazioni fra gli umani, educarci al godimento dei corpi e al desiderio, anche sessuale. A favore della riflessione, condividiamo interamente un racconto breve di Franz Kafka, Il Silenzio delle Sirene, ritrovate in Quaderni in ottavo, scritti tra il 1917 e il 1919.

Questa lettura ci aiuta a rivedere, da Omero a Joyce a Dante, il mito smisurato e senza confini di Ulisse. Osiamo una rilettura psicologica archetipica di un ulisse quotidiano, eroe indiscusso e celebrato, obbligato, adesso, a mettere in dubbio le proprie certezze, il copione personale, finora vissuto come vincente. Forse ci tocca fare i conti proprio con questo modello custodito, ci tocca di modificare il copione durissimo, a sfidare il destino di umano, a rivendicare l’ego solitario e vittorioso, l’intelligenza, la forza, l’impertinenza, la nostalgia, la furbizia e la viandanza inarrestabile.

Ulisse, in fondo, gode nel copione, non trascende, non trasforma, genera adolescenti fissati nell’ora presente. Senza la lettura psicologica, necessariamente relazionale, il potere della conoscenza e del ruolo sociale si trasformano in una irrimediabile sconfitta. Affermando di sentirci vincitori e felici, possiamo decidere di mentire, sapendo di mentire, ma ci salviamo solo se quella menzogna agevola la costruzione di una comunità, solo se è a servizio di una comprensione più intima e profonda della vita umana.

Per noi, la luce, forse, è nelle ombre di Penelope, nelle sue finzioni ragionate, nelle attese, nelle fatiche delle tele sfilate e ricominciate, nella paura della mancanza, nella resistenza, nella tristezza del disamore, nella rabbia dei pensieri lenti e profondi. La conoscenza può essere un inganno se non prevede la coscienza di quell’inganno.

Il racconto di Kafka è una guida per innumerevoli ripensamenti:

“Dimostrazione del fatto che anche mezzi inadeguati, persino puerili, possono servire alla salvezza. Per difendersi dalle sirene Ulisse si tappò le orecchie di cera e si fece incatenare all’albero maestro. Qualcosa di simile avrebbero potuto fare beninteso da sempre tutti i viaggiatori, eccetto quelli che le Sirene avevano già sedotto da lontano, ma in tutto il mondo si sapeva che ciò era assolutamente inutile. Il canto delle sirene penetrava dappertutto, e la passione dei sedotti avrebbe spezzato altro che catene e alberi maestri! Ma non a questo pensò Ulisse, benché forse ne avesse sentito parlare. Aveva piena fiducia in quella manciata di cera e nei nodi delle catene e, con gioia innocente per quei suoi mezzucci, navigò incontro alle sirene. Senonché le sirene possiedono un’arma ancora più temibile del canto, cioè il loro silenzio. Non è avvenuto, no, ma si potrebbe pensare che qualcuno si sia salvato dal loro canto, ma non certo dal loro silenzio. Nessun mortale può resistere al sentimento di averle sconfitte con la propria forza e al travolgente orgoglio che ne deriva. E, in effetti, all’arrivo di Ulisse le potenti cantatrici non cantarono, sia credendo che tanto avversario si potesse sopraffare solo col silenzio, sia dimenticando affatto di cantare alla vista della beatitudine che spirava il viso di Ulisse, il quale non pensava ad altro che a cera e catene. Egli invece, diremo così, non udì il loro silenzio, credette che cantassero e immaginò che lui solo fosse preservato dall’udirle. Di sfuggita vide sulle prime il movimento dei loro colli, le vide respirare profondamente, notò i loro occhi pieni di lacrime, le labbra socchiuse, ma reputò che tutto ciò facesse parte delle melodie che, non udite, si perdevano intorno a lui. Ma tutto ciò sfiorò soltanto il suo sguardo fisso alla lontananza, le sirene scomparvero, per così dire, di fronte alla sua risolutezza, e proprio quando era loro più vicino, non seppe più niente di loro. Esse invece, più belle che mai, si stirarono, si girarono, esposero al vento i terrificanti capelli sciolti e allargarono gli artigli sopra le rocce. Non avevano più voglia di sedurre, volevano soltanto ghermire il più a lungo possibile lo splendore riflesso dagli occhi di Ulisse. Se le sirene fossero esseri coscienti, quella volta sarebbero rimaste annientate. Sopravvissero invece, e avvenne soltanto che Ulisse potesse scampare. La tradizione però aggiunge qui ancora un’appendice. Ulisse, dicono, era così ricco di astuzie, era una tale volpe che nemmeno il Fato poteva penetrare il suo cuore. Può darsi – benché non riesca comprensibile alla mente umana – che realmente si sia accorto che le sirene tacevano e in un certo qual modo abbia soltanto opposto come uno scudo a loro e agli dèi la sopra descritta finzione.”

Ringrazio il giornalista Luca Ciciriello per la collaborazione

Tags: No tags

Comments are closed.