individuazione

Come una madeleine, il gusto dell’educazione di sé

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.Antonella Aresta

 

Ogni persona che richieda la mia consulenza vuole rimettersi al più presto, vuole ritornare velocemente come prima. Dichiara l’esigenza, magari durante il nostro primo incontro, di poter sollevare e lasciare lì i sintomi con tutto il loro carico di mancanza, di dolore, di fallimento, di ansia. Almeno per godersi la vacanza. Questa richiesta aggancia il mio furor sanandi, la fretta di curare, di accontentare la/il cliente, mostrando l’efficacia e l’efficienza del metodo psicologico. Sessualità, sonno, alimentazione, tutti gli equilibri saltati con i pensieri fissi e le angosce ricorrenti e il compito di raggiungere l’obiettivo della perfetta salute ad ogni costo.

Ci assoggettiamo, più o meno consapevolmente, all’inganno della logica capitalista che crea il problema, il malessere psichico, e ha pronta la soluzione da vendere, la risposta dello psicologo di turno che rimanda ad una personale incapacità di vincere del/lla cliente. Ma quello che eravamo prima, e a cui chiediamo di ritornare, è proprio la causa dell’impoverimento avvertito. La soluzione cercata a qualunque costo è ritornare come prima, tutti/e dicono. A qualunque costo è il dramma di chi perde il senso della propria vita, volendo pagare un prodotto da banco.

Ecco, la lettura e la cura psicologica, insistono sul cammino incontro alle ombre considerate una risorsa e non un guaio capitato a caso. Il disturbo psicologico ci tocca come un privilegio, per capire, per trasformare, per custodire i vecchi modelli che ci hanno consentito di arrivare dove siamo e per aggiungere nuove possibilità, scelte differenti a goderci la vita.

Ho imparato a dubitare del sistema che vuole difendermi dandomi della pazza. La richiesta di stare bene, per alcune persone, significa essere reintegrate nelle strutture, omologate al coniuge patriarca, asservite e consenzienti a un modo di intendere il lavoro che, in cambio del salario, offre la sopravvivenza negli acquisti compulsivi. Prima dei malesseri psicologici, eravamo morti in vita; attraverso il lavoro di coscienza e di conoscenza, conveniamo che la luce è da cercare nella nube oscura.

L’ansia va ascoltata e ha molto da dire intorno alla persona che stiamo diventando. La crisi dell’esistenza non è una malattia da guarire; segnala, invece, con tutta la sintomatologia fastidiosa, un periodo più o meno lungo di riflessione, di cambiamento, di analisi di sé, nel contesto in cui viviamo. Siamo perdute/i senza il programma di gloria, di ricchezza, di potere e di visibilità, viatico di vittoria riconosciuta. Dichiariamo guerra alla frustrazione, alla fragilità, alla tristezza, alla paura, all’inadeguatezza. La materia di studio e di indagine è l’ombra che non vogliamo e che non vogliamo abbia voce. Non perseguiamo un risultato, apprendiamo a valutare un processo di cambiamento che impegnerà tutta la vita e che continueremo a seguire da soli, alla fine degli incontri di consulenza. La tentazione è rimanere abbarbicati negli obsoleti territori mentali, è confermare il copione, è dimostrare che la soluzione arriva da fuori, da un’altra parte, dagli altri.

L’orientamento umano naturale alla felicità, invece, riconosce lo scarto e apprezza lo slancio che da esso può trarre. I ragionamenti formativi funzionano quando offrono un sollievo nell’immediato, ma fanno anche intravedere vie lunghe da percorre. Il discorso psicologico non può essere straordinario né normalizzante; accompagna durante un tratto di via offrendo le letture, il senso, segnalando i respiri di resistenza e i perimetri di realtà.

L’obiettivo, se fosse, negli incontri seguenti è inaugurare un cammino di comprensione nella quotidianità. Ed è già un cambiamento, una militanza nuova: il pensiero psicologico come una madeleine, a recuperare l’essenza. La madeleine proustiana* sottolinea l’importanza della memoria involontaria, spontanea e non cercata, evocata da un sapore. I sintomi sono come stimoli che riaffiorano quando meno ce lo aspettiamo e proprio assumendoli come opportunità non cercate, possiamo iniziare un percorso di rilettura dell’esistenza trascorsa. Intendiamo il tempo perduto a causa dei malesseri come un tempo ritrovato per avviare, imparando a vedere la realtà, la trasformazione di sé. Il lavoro psicologico parte da sé ma non ritorna al sé, prevede il benessere della persona e, necessariamente, costruisce la consapevolezza e l’autorità onesta per influire sulle relazioni con il prossimo, con la collettività più ampia, con il territorio di riferimento, con la cultura dei luoghi. È ciascuno/a di noi a fare la differenza, lì dove compie la sua opera di vivere.

Facciamoci coraggio e capiamo cosa vuol dire il lavoro di individuazione per Jung, un processo di elevazione anche spirituale per sviluppare la personalità individuale, sulla base della predisposizione naturale di ciascuno/a. Dal testo Tipi psicologici, riprendo le pp. 463-465:

L’individuazione è in generale il processo di formazione e di caratterizzazione dei singoli individui, e in particolare lo sviluppo dell’individuo psicologico come essere distinto dalla generalità, dalla psicologia collettiva. L’individuazione è quindi un processo di differenziazione che ha per meta lo sviluppo della personalità individuale. La necessità dell’individuazione è una necessità naturale, in quanto che, impedire l’individuazione, mercé il tentativo di stabilire delle norme ispirate prevalentemente o addirittura esclusivamente a criteri collettivi, significa pregiudicare l’attività vitale dell’individuo. L’individualità è però già data fisicamente e fisiologicamente e si esprime analogamente anche nel suo aspetto psicologico. Ostacolare in modo sostanziale l’individualità comporta perciò una deformazione artificiosa.

 È senz’altro chiaro che un gruppo sociale il quale sia costituito da individui deformi non può essere un’istituzione sana e, a lungo andare, vitale, giacché soltanto la società che è in grado di serbare la propria coesione interna e i propri valori collettivi assieme alla massima possibile libertà del singolo può contare su di una vitalità duratura. Per il fatto stesso che l’individuo non è soltanto un essere singolo, ma presuppone anche dei rapporti collettivi per poter esistere, il processo di individuazione non porta all’isolamento, bensì a una coesione collettiva più intensa e più generale.

 Il processo psicologico dell’individuazione è strettamente connesso con la cosiddetta funzione trascendente, in quanto mediante questa funzione vengono date quelle linee di sviluppo individuali che non potrebbero mai essere raggiunte per la via già tracciata da norme collettive. L’individuazione non può essere in alcun caso l’unico obiettivo dell’educazione psicologica. Prima di potersi proporre come scopo l’individuazione, occorre raggiungere la meta educativa dell’adattamento al minimo di norme collettive necessario per l’esistenza: una pianta che debba essere portata alla massima possibile fioritura delle sue peculiarità deve anzitutto poter crescere nel terreno in cui è piantata.

 L’individuazione è sempre più o meno in contrasto con le norme collettive, giacché essa è separazione e differenziazione dalla generalità e sviluppo del particolare; non però di una particolarità cercata, bensì di una particolarità già a priori fondata nella disposizione naturale. L’opposizione alle norme collettive è però soltanto apparente, in quanto, a ben guardare, il punto di vista individuale non è orientato in senso opposto alle norme collettive, ma solo in senso diverso. La via individuale può anche non essere affatto in contrasto con la norma collettiva giacché l’antitesi di quest’ultima non potrebbe essere altro che una norma opposta. Ma la via individuale non è appunto mai una norma. Una norma nasce dall’insieme delle vie individuali e ha ragione di esistere e possiede una sua efficacia animatrice solo quando genericamente sussistono vie individuali che di tanto in tanto vogliano seguire il suo orientamento. Una norma che abbia validità assoluta non serve a nulla. Un vero conflitto con le norme collettive si ha solo quando una via individuale viene elevata a norma, il che è poi la vera intenzione dell’individualismo estremo.

 Questa intenzione è naturalmente patologica e del tutto avversa alla vita. Pertanto essa non ha nulla a che fare con l’individuazione, la quale, deviando dalla via consueta per imboccare una individuale, ha bisogno proprio per questo della norma per orientarsi di fronte alla società e per effettuare la coesione fra gli individui entro la società, coesione che è una necessità vitale. L’individuazione porta perciò a un apprezzamento spontaneo delle norme collettive; invece la norma diventa sempre più superflua in un orientamento esclusivamente collettivo della vita, e con ciò la vera moralità va in rovina. Quanto più l’uomo è sottoposto a norme collettive, tanto maggiore è la sua immoralità individuale. L’individuazione coincide con l’evoluzione della coscienza dall’originario stato d’identità; l’individuazione rappresenta quindi un ampliamento della sfera della coscienza e della vita psicologica cosciente.

 

*Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto. Ritroviamo la “Madeleine de Proust”, conosciuta anche come sindrome di Proust, ne “Dalla parte di Swann”, il primo volume del romanzo più lungo del mondo.

 

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