Mook

La vita a partire da sè. Antefatto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

 

Se è vero che la relazione con un morto è la più esigente di tutte, come renderle giustizia? Non certo provando a rammentare e a trasmettere tutti quei minuti, innumerevoli dettagli, quelle idiosincrasie e quelle ombre, quelle luci e quei gesti – quella voce che a volte mi pare di non riuscire più a percepire: no, non così… tutto questo si perderà, si sta già perdendo, affidato all’incerta memoria di pochi, anch’essi in atto di smarrirsi e confondersi. Si fa forse giustizia a una vita che non è più, solo se si comprende che ciò che di essa si perde e ciò che si salva coincidono perfettamente, che ciò che resta si perde in ciò che svanisce e ciò che va a fondo e scompare riaffiora subito dall’altra parte, confitto in un cielo eterno e stellato.

Giorgio Agamben, Amicizie, Einaudi, 2025

Negli anni ho subìto lutti che hanno, uno ad uno, in tempi diversi, modificato la mia esistenza. Ho evitato qualunque elaborazione. La convivenza con il dispiacere acuto e cronico della mancanza ha nutrito la gioia di essere viva, di studiare, di pensare e di darne conto. Non ho mai diviso la vita personale da quella professionale, non ho una versione di me pubblica e una privata. Essere tutta intera, integra e combaciante è, in parte, la ragione delle relazioni rimaste e di quelle disperse e irrecuperabili.

Utilizzo le energie fisiche, psichiche, economiche rimaste per proteggermi e accogliere chi vuole intessere con me le letture, i ragionamenti e i confronti. Per ora, decido di pubblicare sul sito e sulla pagina facebook i capitoli del terzo volume scuola di educazione Alla persona®, dal titolo La storia, guidata, di sé. È un volume che nasce orfano di padri e di madri, alla ricerca di sororità differenti, in ogni modo.

Di sororità parla, nel 1977, Elisabeth Moltmann-Wendel in Freiheit, Gleichheit, Schwesterlichkeit. Zur Emanzipation der Frau in Kirche und Gesellschaft, pubblicato nel 1979 dalla Editrice Queriniana con il titolo Libertà uguaglianza, sororità – Per l’emancipazione della donna.

La sororità prevede la relazione fra donne o fra donne e uomini nella prospettiva della differenza sessuale proposta da Luce Irigaray, così da evitare affermazioni astratte e teoriche sull’essere umano generico e neutro, in realtà, inesistente.

Nel nostro contesto storico-culturale i modelli di riferimento proposti sono prevalentemente virili. Nella lingua italiana si usa il maschile, generico e inclusivo, anche quando ci si riferisce alle donne.

Il linguaggio e il reale possono corrispondersi solo se la diversità del femminile non riferisca esclusivamente all’universo dominante maschile. La sororità, non la fraternità, indica una relazione che, a partire dallo sguardo di donna, escludendo qualsiasi esercizio di dominio, implichi il riconoscimento di autorità alla persona responsabile di accompagnare l’altra.

Con il professor Sabino Lafasciano, morto due anni fa, avevo stretto un’alleanza discordante di sororità, lenta e continua, ampia, di pensiero, di scritture e di attività formative sparse. Studiare da sola mi faceva iniziare e concludere velocemente; pensare e lavorare assieme mi portava, a passo lento, a destrutturare, a vedere più lontano e, poi, di nuovo, a ristrutturare. Sopra ogni cosa, Sabino ha testimoniato lo sfregio della bellezza.

Custodisco appunti, cartelle, registrazioni che non potranno essere organizzati come avevamo in mente. Sei anni fa, avevo deciso di pubblicare le mie esperienze di lavoro e di letture in dieci libelli e Sabino aveva accettato di scriverne, di volta in volta, qualche capitolo, l’introduzione o le conclusioni; un modo per lasciare traccia delle nostre conversazioni nell’attività di psicologa che vado ancora maturando. Ho avuto il privilegio di ascoltare un consulente filosofico di prim’ordine, svogliato e geniale, scanzonato e severo, giocoso e feroce. Non sarà più, evito i surrogati. Non cerco sostituzioni, compagnie funzionali al viaggio, editori. I posti vuoti rimangono tali.

Non dico addio, apprendo, non smetto il lutto, per nessuna persona; sfido l’oblio, come Jeong-sim nel romanzo di Han Kang. E continuo ad accendere candele in fondo al mare. A mantenere aperto il conflitto fra il dolore e la bellezza.

In fondo, ogni folle propone la sua rivoluzione contro il denaro e la produttività. Avevamo riso, intuendo e stabilendo che l’unico percorso formativo di senso sarebbe stato sulla morte. Chi mai avrebbe scelto di partecipare?

Negli ultimi anni mi manca l’audacia dei pensieri: rifletto sulle letture e taccio; scrivo e non pubblico sul sito; scopro idee e non condivido. È brutto. Le idee, certo, si presentano in contrasto con le tendenze della psicologia dogmatica focalizzata sulla soluzione, sulla scomparsa del sintomo, più che sulla relazione di connessione, di intimità.

Invito non alla gestione ma al governo di sé, e questo prevede l’esercizio della compassione e della misericordia. Insomma, prevede di trattarci da esseri umani.

Dunque, penso alla costruzione, nel tempo, di un mook, una pubblicazione online che raccolga contenuti anche collettanei. Il termine mook è una combinazione tra magazine e book, usato per la prima volta nel 1971 alla convention della Fédération Internationale de la Presse Périodique. Il mook è diventato molto popolare soprattutto in Giappone, in particolare per pubblicazioni sulla moda e sulle arti visive. Un esempio che ho apprezzato di mook è la compianta Lettera Internazionale non più in stampa, diretta da Biancamaria Bruno.

Capovolgo la logica di ogni testo pubblicato in formato cartaceo: il terzo volume della scuola di educazione Alla persona®, La storia, guidata, di sé, non avrà una fine, si andrà completando durante i mesi, le letture, gli incontri di formazione, i ragionamenti solitari e scambiati. Condivido anche il processo, la storia, nella costruzione di ogni capitolo. Le pagine seguono, una dopo l’altra, deviando, in una mappa ampia e imprevedibile di collegamenti intorno al territorio centrale: l’evoluzione della persona attraverso la lettura psicologica.

Il verbo recuperare, composto di re-, indietro, e càpere, prendere, ritorna spesso nelle mie interazioni, come una scatola in cui c’è la raccolta, il riuso, la custodia, l’accoglienza, la cura, la salvezza. Il recupero vale per le idee buone e giuste, per le stoffe belle, per i mobili e le case antiche, per alcune relazioni, per i libri cari, per le scritture abbandonate, per i vecchi film, per i ricordi. Condividere le risorse, riciclare, coltivare la diversità, sono tutti aspetti che favoriscono la creazione delle comunità.

Immagino il mook scuola di educazione Alla persona®, di colore viola, il rosso più il blu, a riprendere la parte emotiva e cognitiva, insieme, la parte spirituale e carnale dell’umano. Penso al viola in alcuni dipinti di Marc Chagall, il colore nostalgico, instabile, malinconico che richiama, certo, il lutto ma, soprattutto, la magìa, la trasformazione.

Nel mezzo di furiose tempeste di follia collettiva, possiamo creare circuiti di relazioni sane.

La psicologia di formazione compie un cammino sconnesso, erratico, non criminalizza nessuna forma di dissenso, e interviene in modo strutturale nella povertà del degrado psichico. Ogni pensiero scambiato non può che essere inconcludente, aprendo continuamente nuovi percorsi di indagine. E di capitoli inconcludenti si tratta, in modo da consegnare a chi partecipa una traccia primaria. In questo disimparare continuo, non conviviamo con il disturbo mentale, lo disturbiamo, riconoscendolo nel territorio dell’umano.

Instradare, rimanendo una guida capace di éros, può risolvere la condanna copionale della coazione a ripetere. Mi riconosco più contraria che mai allo spettacolo solitario sul palcoscenico, a parlare a una telecamera senza volti differenti davanti. Sono contraria alla irreciprocità, alle semplificazioni, alle generalizzazioni, alle pillole di due minuti. La scuola di educazione Alla persona® è un antidoto all’agguato del narcisismo. Rimango a studiare, esigente e selettiva.

In un giallo di Manzini, il vicequestore Schiavone, in dialogo con il professor Brunetti, afferma: «C’è una filosofia diretta, banale, facile, che è quella dell’uomo di strada e produce solo risultati banali e inutili. Poi c’è quella complessa, difficile, a volte incomprensibile, che spesso si richiude su sé stessa e diventa mera dissertazione sul sesso degli angeli. Poi ce n’è una terza, quella utile, viva, che agisce nella storia e nella società ma che è difficile da far comprendere perché a volte può essere brutale». Antonio Manzini, Il passato è un morto senza cadavere, Sellerio, Palermo, 2024

Ecco, il ragionamento psicologico incontra la terza modalità filosofica, quella difficile e brutale, quella che prevede la testimonianza, la pratica quotidiana, il partire da sé, l’ostinazione nel generare e mantenere le relazioni di tensione e di squilibrio.

Il senso del pudore è fondamentale nella vera amicizia

ed entrambi lo sapevamo.

Elisabetta Rasy, Perduto è questo mare, Mondadori, Milano, 2025

 

 

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