Woolf, maestra di letture

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Considero un buon segno ritrovare le persone percorrendo cammini di conoscenza: è la benedizione della vita. Con questa predisposizione psichica all’incontro e allo svelamento, accolgo l’invito di Francesca Pacini a offrire un contributo nella nuova pubblicazione de La stanza di Virginia. Mi impegno a riprendere parti di opere, inizialmente di Woolf e, in seguito, di altre maestre di lettura, per offrire uno sguardo psicologico minimo e differente, preservando il contesto, personale e storico, dell’espressione autorale.

I social bruciano la riflessione lenta, abituandoci a numerose citazioni a caso, legittimate dalla velocità di lettura. Se manca il contesto, ogni affermazione è più o meno accettabile, sospesa fra l’opportunismo e l’adattamento. Invece, è l’analisi nella realtà, dell’autrice o dell’autore e nostra, che diviene la guida per capire e per approfondire il messaggio dell’opera, di volta in volta, considerata.

A 39 anni, Adeline Virginia Stephen Woolf scrive gli otto racconti racchiusi nella raccolta Lunedì o Martedì. Riprendo il secondo, Una società, nella traduzione di Cristina Colla che preferisco o in quella di Mario Fortunato per Bompiani, che nomina L’associazione. Perché la comunione delle donne, il partire dall’esperienza personale, lo scambio nell’allegria chiacchierona e la leggerezza consapevole possono diventare, come in uno specchio, il riflesso, appunto, di una società che ogni essere umano desidera.

Un gruppo di sei o sette donne, senza darsi appuntamento, dopo il tè, iniziano a “tessere le lodi degli uomini… quanto erano forti, nobili, brillanti, coraggiosi, belli… quanto invidiavamo quelle donne che con le buone o con le cattive erano riuscite ad accalappiarsene uno per la vita…” (p. 15).

“Siamo andate avanti per tutti questi anni con la convinzione che gli uomini fossero tutti ugualmente operosi, e che le loro opere fossero tutte ugualmente meritevoli. Eravamo convinte che, mentre noi allevavamo i bambini, loro potessero creare meravigliosi libri e dipinti. Noi abbiamo popolato il mondo. Loro l’hanno civilizzato. Ma ora che siamo in grado di valutarli, cosa ci impedisce di giudicare i risultati? Prima di mettere al mondo un altro bambino, dobbiamo giurare che scopriremo come davvero stanno le cose.” (pag. 18).

La scrittura può essere taumaturgica e divenire atto terapeutico quando origina dalla conoscenza di sé condivisa, dal dolore esistenziale sofferto come un transito per capire e per approfondire. L’intuizione, se affinata e nutrita, non diviene pregiudizio e idea fissa ma, affondando nella prova di realtà, ci viene riconsegnata come preveggenza, protezione e saggezza.

Gli sbalzi d’umore, le crisi depressive, le fobie, il suicidio, l’ipotesi odierna di un possibile disturbo bipolare: registro tutti i malesseri psichici di Virginia, all’origine del patimento, anche come causa o possibilità di espressione, come strumenti nella sua scrittura, innovatrice nelle ombre dell’idea espressa, oltre che nello stile e nella lingua. L’autrice manifesta il suo sguardo critico, lucido e onesto, pungente, non nonostante, ma proprio attraverso il dolore dei suoi folli crolli.

“… Non li abbiamo forse allevati e nutriti e fatti crescere circondati da tutte le comodità, fin dall’inizio dei tempi, in modo che potessero essere più intelligenti, anche senza essere nient’altro che quello?” (pag. 38).

“… Una volta che una donna avrà imparato a leggere, c’è una sola cosa in cui dovrai insegnarle a credere… in se stessa.” (pag. 39).

Il talento e l’esercizio di risignificazione del linguaggio e delle situazioni vissute è nella modalità del pensiero critico sistematico, del logos che scorre nelle viscere, come afferma Maria Zambrano. Ritrovo in Virginia Woolf il pensare veramente della filosofa Zambrano: “(…) Il pensiero, a quanto sembra, tende a farsi sangue. Per questo, pensare è cosa tanto grave. O forse è che il sangue deve rispondere al pensiero… come se l’atto più puro, disinteressato compiuto dall’uomo dovesse essere pagato, o quanto meno legittimato, da quella “materia” preziosa tra tutte, essenza della vita, o vita stessa che scorre nascosta”.

Virginia è vicina al movimento politico delle suffragette, per l’emancipazione e il diritto di voto delle donne e, nel racconto considerato, appare chiara l’idea che ogni libertà, se reale, debba coinvolgere il contesto e tutti gli esseri umani. Nessuna persona può considerarsi libera per sé soltanto. La libertà non è una conquista immediata e solitaria; essa prevede le stanze, i cammini, le riflessioni, i tempi, le relazioni di liberazione. È il lavoro delle “piccole cose”, così Virginia parla dei suoi racconti, con un’attenzione maniacale al gesto quotidiano, alle percezioni, ai brevi atti mancati.

Nel racconto, oltre ai contenuti, sono interessanti e curiose le modalità delle interazioni; infatti, ogni frattura, ogni scissione, ogni fantasia, apre mondi di comprensione ampia, utilizzando il pensiero divergente e ironico: “… inventiamo un metodo perché gli uomini possano fare figli! È la nostra unica via di salvezza. Se non riusciamo a fornire agli uomini qualche innocente occupazione non ci saranno mai né buoni uomini né buoni libri, e soccomberemo tutti sotto i frutti della loro frenetica attività, e nessun essere umano sopravviverà per sapere che una volta è esistito Shakespeare!” (pag. 39).

Woolf è trasgressiva, piena di difetti e di asperità, certo, anche a causa della prematura morte della madre e degli abusi sessuali forse perpetrati dai fratellastri, termine e abitudine ancora in uso nel Novecento. L’artista rinasce ogni giorno in modo geniale e, paradossalmente, rinasce anche scegliendo di riempirsi le tasche di sassi e rinasce dirigendosi, con il suo amore delirante per la vita, verso il fiume Ouse. Virginia affonda, in una metafora grave e ineludibile per tutti gli esseri umani in ricerca che, ad un certo punto, necessariamente, accolgono il fondo, l’ombra, la ferita.

Diviene un archetipo, forma e matrice primitiva e, come il mito, anche abusato, a rappresentare l’archetipo, Virginia Woolf è parte fondativa di ogni percorso esistenziale. Ogni donna, – aggiungo, ogni persona – sconosciuta e irriducibile, custodisce Virginia, come un passaggio obbligato nel percorso di emancipazione da se stessa e dalle sclerotizzate strutture sociali.

Numero 18 – La Stanza di Virginia

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