Parola di uomo

Sa sedurre la carne la parola

prepara il gesto, produce destini…

Patrizia Valduga

 

 

A Mauro,

che discutendo di sé per prima,

mi segnalò il limite

e, di me, il permesso e il perdono

 

 

Frequentemente ascolto parole di uomo inadeguate, linguaggi decontestualizzati, comunicazioni verbali e non verbali che rimandano ad una necessità di rieducazione a comunicare.

Come il 21 marzo 2015 a Napoli, quando tutti assistono divertiti ai commenti del cardinale su un gruppo di suore che vuole salutare il Papa: “Guarda ‘cca… ma comm’e ‘o fatto, sorelle… e cheste so ‘e clausura, figuriamoci chelle no ‘e clausura…. Mannagg’ a chell’… uè, sorelle… sorelle, tenimm che fà… state calme, sorelle… a ddo iate … a chill so’ mangian’…”.

Risulta un’immagine di suorine scatenate, allupate, liberate dalla cella. Le suore di clausura che conosco sono libere davvero, hanno lavorato sulla propria sessualità e hanno il governo della corporeità hic et nunc, nel contesto in cui vivono. Le suore che lavorano a servizio dell’umanità sanno che l’autorità è simbolica e che non riguarda la forza fisica.

Come il politico che minaccia, qualora la suora non obbedisse. Come il critico d’arte, studioso e ricercato nei salotti. Come l’imprenditore che, non risolvendo la propria sessualità, si ostina a vedere e a raccontarmi le colpe di una eva qualsiasi, purchè sia Eva, purchè rimanga dipendente. E, ancora, il giornalista in erba che senza sedersi, senza aver letto il testo, senza averne ascoltato la presentazione, senza essere in relazione alcuna, tuona dal fondo della sala all’adulta storica biblista: “Ma lei ritiene di essere femminile o femminista?”. L’uomosenza si spaventa e la paura produce la fuga o l’attacco. In tal caso, tutt’e due. S’impose. Scappò.

Sento l’eco della lingua della proprietà e non della relazione.

L’incubo della grande vagina “dentata” che divora, che ingoia, è l’irrisolto maschile.

Se tacessi, in questo caso, faciliterei la licenza a manifestare il patriarcato e il relativo potere ignobile. Il sorriso greve, l’atteggiamento volgarmente teatrale, il sarcasmo svalutante, il linguaggio melmoso e imbarazzante: qui la napoletanità o la pugliesità non c’entrano. Anche quando ci si esprime scherzosamente, un essere umano, è sul serio.

Di ventennio in ventennio, chiedo ad ogni uomo di apprendere ad avere riguardo, coscienza, eleganza verbale e gestuale. E chiedo che lo Stato e la Chiesa definiscano, per ogni servitore in carica, percorsi di analisi personale, di formazione e di supervisione permanenti. Chiedo ad ogni mio cliente di continuare nel percorso di educazione Alla sua persona.

Rispondere per le rime è un gioco al massacro della bellezza, prima ancora che della relazione. Registro la libertà di esporsi, nel caso del cardinale, del politico, dell’imprenditore e decido la libertà di critica, da parte mia.

L’ammiccamento, la battuta, l’occhiolino, il ciao, il piglio del comando, il rimprovero arrogante, rappresentano la cassetta degli attrezzi della menzogna seduttiva. Il gioco psicologico che tiene in scacco l’altra si manifesta nell’esagerazione, nell’uso del superlativo o nell’ipotrofia del diminuitivo. Propongo una valutazione critica dell’uso delle forme dialettali per una intimità mai reciprocamente concordata. In una relazione vale tutto se ogni persona riconosce la pari dignità nella diversità di genere. La chiave è la consapevolezza e l’autonomia di sé. Scelgo di dire tutto e di dirlo come mi piace: ne sono consapevole o quella parola, quella frase accadono senza di me?

In una relazione accetto la confidenza e la giocosità solo se originano da una nota e riconosciuta intimità. Quando i ruoli sociali sono impari cresce il sospetto che le parole della familiarità siano, invece, espressione di un potere dispari esercitato su qualcuno o di un paternalismo corrotto.

È proprio la spontaneità che mi preoccupa perché è lì, nell’espressione naturale e immediata, che si manifesta la verità delle proprie convinzioni di vita. Stare attenti a come si parla significa provvedere in tempo a formare la personale visione di sé e dell’alterità.

Paradossalmente, formare significa fare in modo che si possa non essere affatto attenti a come si parla.

Ogni espressione manifesta quello che sono e in cui credo. Si tratta di lavorare sulla sostanza, non sull’immagine: le parole corrispondono ad una scelta politica nell’esperienza umana.

Il cardinale dice: “Ho dato facoltà…”. Intende: io ho permesso alle suore. Chi ha legittimamente il potere decisionale, svolge un servizio e quindi, con occhi bassi, ancor più profondamente, rifletta sul proprio ruolo che permette di conferire e negare al prossimo eventuali permessi e opportunità.

Michel Foucault insegna che il linguaggio identifica, ordina e classifica l’esistente. La realtà è in quanto è detta, in un contesto dato. Edgar Morin invita a fare attenzione alla descrizione che faccio del mondo, perché, infine, il mondo risulta essere come lo descrivo.

Le parole di uomo sono anche utilizzate da donne che, negandosi il permesso di esistere e di essere come sono, sopravvivono sostando nei territori mentali maschili e rivendicando ruoli di comando e di controllo con gli stessi usi e costumi.

Con inquietudine e sconforto ascolto alcune donne che incontro:

“Il problema principale delle donne siamo spesso noi stesse”. Osservo che se siamo vittime, siamo anche persecutrici e salvatrici e il copione perdente è ben rinforzato e il maschilismo ringrazia.

“Aspetto una festa dell’essere umano … senza stupide distinzioni di sesso, economiche, sociali…” Penso che così mi becco, per sempre, il neutro assoluto e il sei politicamente (s)corretto, e le quote rosa e la questione femminile…

“Quando arriveremo ad essere persone, volti, corpi, mentalità senza la categoria, alquanto discutibile, di maschio e femmina?”. So che le categorie sono preesistenti alla nascita e alla volontà di ogni donna e di ogni uomo. La femminilità è immaginata da sempre come una maschilità incompiuta e invidiosa, l’educazione insegna agli uomini a dominare e alle donne ad essere oggetti.

I linguisti sono interessati alla lingua come prodotto, come sistema, i glottodidatti alla lingua come processo, come attività legata ad una persona in un determinato contesto socioculturale. Da psicologa impegnata nelle risorse umane, seguo  una ricerca faticosa per il senso libero delle mappe mentali differenti sessualmente. E perché non ci siano liberazioni per cui lottare, ma un territorio simbolico di relazioni su cui convenire per dare senso alla presenza di ciascun essere umano nel mondo.

I dualismi, gli stereotipi hanno segnato l’educazione di ogni persona. Ciascuno e ciascuna di noi rimane, talvolta inconsapevolmente,  erede di una cultura che rinforza e benedice le dinamiche di comando e di prevaricazione. Le esperienze minime e personali di riscatto, di liberazione, di rivalsa, testimoniano ancor più il lavoro sottile e manipolatorio del potere che conta. Così respiriamo la stessa aria anche se non tutti/e inquiniamo e, anzi, denunciamo chi inquina. Non si tratta di condividere, in generale o solo per sé, ma di registrare il dato di realtà che trasmettiamo e agiamo divisioni.

 “Gli aggettivi viaggiano sempre in coppia. Per ogni «bello», da qualche parte c’è un «brutto». Forse, prima del diluvio universale, gli aggettivi, come gli animali, salirono sull’arca di Noè a due a due. Ecco perché ragioniamo sempre in termini dualistici.  Se esiste una definizione consolidata di ciò che costituisce la «femminilità ideale», è grazie all’esistenza di una definizione altrettanto cristallizzata di «mascolinità ideale». “(Shafak,p.172)

“Dai miti antichi ai moderni romanzi a fumetti, dal folklore alla pubblicità, questa mentalità dualistica si è insinuata in molti ambiti della nostra vita.

 Elif Shafak riporta le credenze obsolete che insistono sull’immagine di un uomo che richiama le parole: maschile, coraggioso, cultura, giorno, razionale, cervello, chiaro, verticale, nomade, poligamo, portato ad agire, oggettivo, logos.

E di una donna che richiama le parole: femminile, insicura, passiva, natura, notte, emotiva, corpo, enigmatica, orizzontale, stanziale, monogama, portata a parlare, soggettiva, phathos.                                                                         

 Stranamente, anche le donne sono abituate a concepirsi in questi termini. I rapporti che instauriamo tra noi, le chiacchierate che facciamo e il modo in cui alleviamo le nostre figlie sono offuscati dalla dicotomia degli schemi di genere. (Shafak, p.176)

“Secondo Audre Lorde, c’è una madre nera in tutti noi, a prescindere dal fatto che siamo madri oppure no. Anche gli uomini possiedono questa qualità interiore, benché decidano spesso di ignorarla. La madre nera è un metafora che rappresenta  la voce dell’intuito, della creatività  e della passione senza freni. <I padri bianchi ci dicevano: “Penso, dunque sono”, e la madre nera in ognuno di noi – la poetessa – ci sussurra in sogno: “Sento, dunque posso essere libera”.>” (Shafak, p.272-273)

Imparo da Ferdinand de Saussure la distinzione fra langue (lingua) e parole (parola) e imparo che la parola non è nulla senza il linguaggio. Aggiungo che, nella lettura psicologica che mi appartiene, la parola e il linguaggio, tutt’e due,  fanno parte del processo educativo ed evolutivo della persona, espressioni che insieme dicono di una modalità di sentire, di pensare e di agire la relazione con il prossimo. Le forme comunicative del bambino sono di natura semiotica prima che linguistica. La competenza comunicativa è semiotica, cioè, è scelta di segni e di modi. Io sono per la psicologia che incontra la linguistica antropologica e la psicosemiotica.

La competenza comunicativa è, certo, in primis, la capacità di selezionare i suoni di una lingua (fonologia), a cui segue la scelta della struttura grammaticale adeguata (morfologia), la corretta struttura grammaticale (sintassi), la decisione di un significato da trasferire (semantica). Ma, prima di ogni cosa, la competenza comunicativa è l’idea di sé e della propria relazione con il mondo. È la persona il luogo où tout se tient, in cui tutto è legato.

Propongo, nei percorsi formativi che organizzo, i passaggi che seguono, oltre i ruoli copionali degli uomini che controllano e delle donne che proteggono. Non riferisco solo modi di dire, ma mentalità, modi di stare al mondo, visioni dell’alterità.

  •  Da sfondare nella vita, a essere felici e a raggiungere nuovi equilibri.
  •  Da penetrare il mercato a conoscere, ad aprirsi a nuove opportunità, a spandere mercanzia colorata, a meravigliare.
  •  Da scaricare la tensione, a rilassarsi e a divertirsi, a ritrovare l’armonia, a riprendere contatto con se stesse/i.
  •  Da conquistare il territorio, la fetta di mercato e il posto di lavoro, a sentirsi parte, a ritrovare il proprio spazio.
  •  Da andare dritto verso l’obiettivo, ad andare zigzagando concedendosi tutte le deviazioni.
  •  Da controllare la situazione, a partecipare agli eventi, ad organizzare il processo collettivo di governo.
  •  Da inculcare i valori, i pensieri,… ad offrire testimonianza credibile, a scambiarsi sapienze, a condividere conoscenze.
  •  Dalle armi vincenti, alle risorse, alle potenzialità, alle capacità comunicative.
  •  Da tenere in pugno, a lasciare un segno e un buon ricordo di sé.
  •  Da colpire qualcuno o qualcosa, ad offrire consapevolezza e competenza. A essere autorevoli. A chiedere attenzioni e riconoscimenti.
  •  Da difendere e difendersi, dare nome al problema.
  •  Dal cavalcare l’onda, al desiderare.
  •  Dal farsi le ossa, al godersi gli eventi.
  •  Da scavalcare e mirare in alto, a proporre, a valutare, a mediare.
  •  Da fottere l’avversario, a creare relazioni, a essere pazienti e avere buon senso.
  •  Da calpestare, pugnalare, sottomettere, stenderli tutti, da tenere per le palle, combattere, lanciare l’esca, da fare centro, inchiodare l’altro, cadere in piedi, da avere il colpo in canna e/o l’asso nella manica, a evitare l’arroganza con l’autoironia e con la leggerezza.
  •  Da spiazzare a incuriosire e a stupire.
  •  Da tenere in mano la persona o la situazione a facilitare i processi.
  •  Da <Non sono d’accordo!>, a <Voglio aggiungere che…>.
  •  Da <Non è vero…!>, a  <Capisco ciò che dici. Mi piace pensare o sottolineare che…>.
  •  Da <No!>, a <Le mie perplessità riguardano…>.
  •  Da tagliare i ponti, a facilitare e creare collegamenti.
  •  Da vincere/perdere su tutto il fronte, a dialogare e camminare insieme.
  •  Da farsi valere, a  confrontarsi.
  •  Da abbattere, da spaccare tutto, a interpretare.
  •  Da fare vedere chi si è, a integrarsi nella diversità.

La rivoluzione nel modo di esprimermi e, quindi, di stare nella relazione, non accade da un giorno all’altro e non ha mai fine. Con lentezza e convinzione mi incammino verso nuove possibilità di comunicazione e di vita. La stanchezza, la rabbia, la tristezza, i momenti di stop mi fanno ritornare ai vecchi schemi, alle parole obsolete, ma sempre inferiore è il tempo della ricaduta e più veloce il tempo della rinascita, ogni volta. Il silenzio, la solitudine e lo studio preparano l’incontro con gli altri e le altre nei luoghi della diversità di genere.

 

Ma poi chi se ne frega, caro mio,

le parole sono esseri viventi,

in una gabbia non le puoi rinchiudere

e si accoppiano come voglion loro:

magari saudade è roba latina,

somiglia a ‘solitudine’ e ‘saluto,

dunque è inutile scervellarsi tanto.

Una cosa a noi importa che sia chiara:

a Sarajevo, che poi non a caso

vuol dir ‘serraglio per le carovane’,

il viaggio finì, e le due parole

si ritrovarono e si riconobbero

pressoché identiche. Due nostalgie

che si unirono per dar vita a un canto.”

Paolo Rumiz

 

 

 Riferimenti bibliografici

–          Michel Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1967

–          D.H.Lawrence, L’amante di lady Chatterly, Mondadori

–          Edgar Morin, La testa ben fatta, Raff.Cortina, 2000

–          Paolo Rumiz, La cotogna di Istanbul, Feltrinelli, 2010

–          Elif Shafak, Il latte nero, Rizzoli, 2010

–          F. de Saussure, Corso di linguistica generale, cur.T.De Mauro, Laterza, 2009

–          Patrizia Valduga, Medicamenta e altri mendicamenta, Einaudi, 1989

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