Non aver paura delle mie parole: una morta non vuole più nulla, non vuole amore, né compassione né conforto. Solo una cosa ti chiedo, di credere a tutto ciò che il mio dolore, rifugiatosi presso di te, ti confiderà. (S.Zweig)
La devozione è termine caro e antico che può diventare una posizione dell’essere, una condizione psicologica e sociale, soprattutto, per le donne. La gratitudine eterna verso l’altro solo perché esiste e ha incrociato la nostra vita diviene pratica di sopravvivenza quotidiana e di sottomissione.
Siamo capaci di amore assoluto, come un esercizio di onnipotenza: amo senza amore, anzi, amo di più, amo solo io, proprio perché non amata. La dedizione ab-soluta scioglie l’altro da ogni legame, da qualsivoglia impegno e responsabilità. L’altra persona può non sapere di essere tanto amata, perché, nell’idea fissa, l’amore non si merita e chi riceve non deve restituire nulla.
Mi appassiona questa parabola da crepacuore dello stimato scrittore Zweig, una storia oscura e scriteriata, una tensione ossessivo-compulsiva, capace di durare, senza una crepa, senza un dubbio, a precipizio nel finale. Per ogni essere umano, parlare di libertà e illudersi che sia cosa acquisita, è molto diffuso: è il copione della vittima sacrificale che insiste nella irreciprocità.
La sconosciuta che scrive la lettera dolorosa chiama amore una fissazione, una difesa contro la diversa felicità possibile. Si convince nella tenace resistenza senza cadere nella realtà, senza misurarla. Ma la libertà di soffrire per il grande amore, se mancano il cammino di liberazione e l’idea di giustizia, è solo un inganno, è l’atteggiamento libertario di chi avvelena l’esistenza propria e altrui.
È tardi! Rimane l’ultimo urlo straziante di Violetta che condanna alla colpa, post mortem, gli sprovveduti Alfredo che nulla sanno, nulla hanno capito. Alfredo rimane candido e innocente; magari, dopo, si pente, si avvilisce, ma non apprende, non cambia.
Perché la trasformazione ha bisogno di un cammino di comprensione e di responsabilità all’interno della relazione. Essenziale è la scelta di esserci interamente nella storia, di patirla, di rimanere nel conflitto, nella contraddizione e, infine, di ri-decidere, con la consapevolezza. Ciascuna persona ri-decide per il bene di sé e dell’altra.
Suggerisco una lettura parallela alla Lettera di una sconosciuta, come un antidoto, un sollievo, come una cura. Riprendo dal primo capitolo del testo, a cui sono affezionata, dell’attrice Lella Costa, Amleto, Alice e la Traviata, edito da Feltrinelli:
Forse è così che dovrebbero essere ricordate. Forse è così che dovrebbero essere guardate tutte, assolutamente tutte. Tutte le Margherite e le Violette ma anche tutte le Marilyn e le Marie, con le ossa spolpate dall’anima e dal talento. Tutte, una per una. Ogni Marlene e Romy e Greta e Marianne, ogni Virginia e Sylvia, ma anche ogni Svetlana e Iris e Fatima e Samantha… ogni incauta aspirante velina, ogni professoressa inacidita e madre rompicoglioni e sorella depressa e figlia inquieta e fidanzata in crisi e amica fragile e collega stronza. Perché ogni donna è, o almeno per un istante è stata, precisamente questo: una bellissima bambina.
Stefan Zweig, Lettera di una sconosciuta, Adelphi, Milano, 2009


