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In subbuglio, fra autonomia e autotomia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ph.: Fonte Silvia Meo

Tutto vive e muore costantemente

dentro di te e con te dentro

Cristò

Ogni inquietudine è la premessa di una trasformazione. Dunque, accogliamo il subbuglio come un sintomo di creaturalità in evoluzione, un sintomo che favorisce l’aliveness, l’esperienza di sentirci vivi e reali.

Spesso, qualcuno mi racconta di non avere più la motivazione per vivere. Io continuo a preferire la parola subbuglio perché offre l’idea chiara della fatica, del disordine, dell’agitazione che spingono verso il tormento interiore dell’anima e verso i disturbi del corpo.

Per avvertire il desiderio, bisogna affondare nello sgomento della perdita, nella tristezza della mancanza. Il corpo è sincero e custodisce la memoria, è il luogo in cui generiamo la consapevolezza e ci rimettiamo nel mondo. Il subbuglio richiama una sintomatologia diffusa: il pianto senza motivo, l’aggressività, la stanchezza, la solitudine. I disturbi non rimandano soltanto a una malattia psicologica, ma segnalano una spinta di rinascita, una condizione che muove verso il cambiamento.

The problem that has no name, scriveva nel 1963 Betty Friedan: avvertiamo il problema inespresso, il problema senza nome. Attraverso la formazione personale, scopriamo che un nome, invece, ce l’ha e che richiama l’apprendimento mancato della libertà e dell’amore. Non basta calmarsi e assumere farmaci per essere normali, in un contesto sociale in cui la parola normale mantiene un pericoloso potere discriminante.

Il subbuglio è un modo per fare resistenza, per ritrovare l’élan vital, la tensione originaria, la forza esistenziale, in situazioni in cui patiamo la sottrazione, la banalizzazione, la svalutazione della nostra esistenza.

Accolgo ogni persona nell’interezza e, nutrendo la relazione, riconosco le espressioni di un pensiero del cuore e di un sentimento del pensiero. Sentiamo, pensiamo, agiamo con tutto il corpo. È indispensabile superare il binarismo fra psiche e sòma. Foucault nominava il biopotere, riferendosi alla gestione economica e biologica dei corpi. E penso, soprattutto, a noi donne, divise fra l’autodeterminazione e il controllo. Infatti, per esempio, il concepimento, l’aborto, il fine vita rimangono questioni politiche, né solo femminili, né solo psicologiche.

Il subbuglio esprime, anche, il legittimo dissenso. Riconosco la voce potente quando prendiamo in carico l’esperienza personale e l’indignazione, e quando organizziamo l’azione sociale e collettiva. Le parole disallineate con l’idea dominante non rimandano a un essere umano necessariamente comunista, agitatore e sovversivo. In questo mondo ostile, il subbuglio avverte che siamo libere di pensare, di condividere e di scegliere, e non si manifesta soltanto come un segnale di brutto carattere e di ingratitudine o, peggio, di pazzia.

Incontro persone, spesso, separate da sé, scisse, disperse in più parti. Il lavoro è ristabilire l’autonomia, l’integrità, la connessione fra le parti di sé. È pericoloso inseguire risoluzioni facili e immediate, liquidando il subbuglio interiore come un fastidioso nemico della leggerezza.

Quando registriamo la separazione dentro noi stessi è sempre a causa di un trauma. L’autotomia è la capacità di abbandonare l’interezza per evitare il dolore, per sopravvivere. Le lucertole con la coda, gli insetti con le zampe, i granchi con le chele praticano l’autotomia come strategia di difesa. Ogni essere umano può decidere di abbandonare, di perdere una parte di sé per fuggire e salvarsi. Sappiamo che, in modo diverso, in altre forme, la parte perduta, ricresce.

Con Penultime parole, Cristò Chiapparino, l’autore barese scoperto per caso, accompagna con una prosa disturbante e visionaria il mio movimento di subbuglio. Il libro è interessante e mi incuriosisce, allontanandomi dalle scritture note, dalla solita quotidianità, ormai fin troppo misurata. L’autore rompe le mie ostinazioni, in una relazione dispari. Mi fa bene lo spaesamento, l’ascolto nell’altrove ignoto e indecifrabile.

Non è un romanzo, ma una condizione dell’esserci, nel moto universale. Non ci sono i fatti, ma gli ondeggiamenti della coscienza, le ombre profonde che riconducono alla luce. Leggo di una casa costruita intorno al silenzio, di corpi affossati nella natura, di esistenze e di libri che raccontano attraverso l’ombra. Si può soggettivare il buio? Farlo diventare un interlocutore? Si possono sotterrare i libri per custodirli, quando non c’è più spazio in casa?

Leggo di due sorelle e di un fratello, in una vita essenziale e miserabile, a ritrovare le radici nella natura, come esseri umani contaminati e confusi fra gli alberi, nella cascata, attraverso il bosco, assieme ai lombrichi e ai lupi. Per tutto il tempo della narrazione, anch’io mi confondo con la terra, divento il seme per le nuove piante, il nutrimento per gli alberi. In fondo, il senso di ogni vita è marcire, è rinascere, trasformarci in essenza, è costruire il sepolcro di connessioni e di reciprocità con l’humus.

Sercinato al Fiume è un luogo onirico, inesistente e radicato nelle metafore dell’esistenza. E Cristò si rivela capace di trascendere la realtà. Dalla scrittura traspare una psiche che sceglie di divertĕre, di perdersi e di rischiare di non tornare. Il linguaggio svela un equilibrista, con il movimento nevrotico delle braccia a sostenere l’asta, senza precipitare.

Incontro un autore fuori di sé e, proprio per questo, centrato sulla realtà profonda; così, imparo l’affidamento a lui, alla sua ispirazione. Trovo pace nel non capire nulla, senza insistere nell’analisi. Una storia di pietra che nutre i cinque sensi. La lettura di Penultime parole è un’esperienza olfattiva e rischia il petricore, il profumo di pioggia sulla terra asciutta.

Il subbuglio spinge a essere parte del tutto, a confondermi nel fuoco, nell’acqua, nell’aria, nella terra, alla ricerca di una umanità assoluta e impossibile perché mortale. Il confine, fra l’umano, il vivente e il corpo abbandonato alla morte, si manifesta e viene incontro, ampliandosi, oltre la comprensione immediata. A coprirmi di vita fino a diventare suolo. La sete e la fame costringono all’azione, l’azione al sonno, il sonno alla veglia, la veglia al pensiero, alla riflessione psicologica.

Tutti quei libri sotterrati da decenni, marci, forse completamente assorbiti dal sottosuolo, come Teresa. Tutti mischiati con lei e maciullati dagli insetti, digeriti, evacuati, diluiti, mangiati dagli animali, e da me. Poi rimessi in circolo.

Le parole che rimangono sono definitive:

Il presente è una storia seduta su un ceppo ad aspettare di avere indietro il libro che non si poteva spostare, che credevamo reggesse la casa, nascosto nel cassetto in cui lei non guardava mai, salvato dalla sepoltura, messo di notte sopra un comodino, piantato a due passi dalla mia finestra, nato come abete rosso, ferito di notte e curato di giorno, ucciso, trascinato, rotolato giù dalla collina dove lei non lo poteva più vedere.

 Riferimenti bibliografici

  • Vittorio Lingiardi, Corpo, umano, Einuadi, Torino, 2024
  • Cristò, Penultime parole, Mondadori, Milano, 2025

Potrebbe essere un'illustrazione raffigurante il seguente testo "IN. 5/2025- ITHMEST Autorizzaziane mbungie Trani 1/071202 del ,00 155N: 2975-1071 CORRELAZIONI TNIVERSALI Ri Rivist vis ta Letteraria di Con Confronto ronto tra Culture O B S COME SUBBUGLIO al rumore di una possibile risalita"

 

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